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Lasciate ogni speranza, o voi che migrate. L'amaro appello di don Vinicio Albanesi

Lasciate ogni speranza, o voi che migrate. L'amaro appello di don Vinicio Albanesi

Tratto da: Adista Notizie n° 19 del 20/05/2017

38954 FERMO-ADISTA. È tanto provocatorio quanto disperato il messaggio di don Vinicio Albanesi, fondatore e presidente della Comunità di Capodarco, contenuto in una lettera diffusa dal Redattore Sociale lo scorso 9 maggio. La missiva chiama in causa i potenziali rifugiati, «uomini e donne, dei Paesi dell’Africa e del Medio Oriente» che intendono cercare miglior sorte in Italia, attraversando il Mediterraneo,  e si rivolge a loro con l'invito esplicito e diretto a «non partire», se possibile. Don Vinicio elenca le vicissitudini di quanti hanno intrapreso il viaggio della speranza, le testimonianze dei “sopravvissuti”, le angherie e le violenze subite in terra libica, per giungere alla conclusione che «il rischio di pagare somme spropositate per arrivare in Libia e andare incontro a gravissimi problemi di sfruttamento è una certezza e non è un'ipotesi». La vita dei migranti è in serio pericolo nelle traversate del mare, avverte ancora don Albanesi, e lo sforzo di quanti nel Mediterraneo cercano di salvare i naufraghi non è purtroppo sufficiente, tanto che i dispersi degli ultimi anni si contano ormai a migliaia.

Non solo: se pure riuscirete ad attraversare il Canale di Sicilia fino a metter piede in Italia, dice ancora ai migranti, quello non si potrà ritenere un traguardo, ma sarà solo l'inizio di nuove difficoltà e nuovi soprusi. Le istruttorie per il riconoscimento dello status di rifugiato, afferma tra le righe, se ne fregano delle vicende drammatiche delle persone in fuga, e guarderanno esclusivamente la loro provenienza: «Saranno accolti coloro che provengono, secondo le convinzioni italiane, dai Paesi in chiaro stato di guerra. Le domande che insisteranno su problemi umanitari saranno respinte. Non sarà possibile attivare ricorsi ai Tribunali italiani, eccetto la Cassazione», denuncia poi puntando il dito contro il decreto Minniti-Orlando di recente approvazione che, insieme ad altre misure che hanno fatto infuriare l'associazionismo laico e religioso impegnato nella tutela dei diritti dei migranti, ha soppresso il secondo grado di giudizio nei ricorsi dei richiedenti protezione internazionale contro il diniego dell'asilo politico. Insomma, cari rifugiati, seppure perseguitati per qualsiasi ragione, oppure in fuga da guerre ritenute di “serie b”, «sarete rinchiusi in speciali centri allestiti nelle varie Regioni, in attesa di essere rimpatriati».

E non finisce qui, prosegue don Albanesi. Seppure il viaggio andasse bene e le istituzioni concedessero l'asilo politico, beh, cari rifugiati, «la sofferenza non terminerà» comunque, perché in Italia «non esiste nessun programma di accompagnamento al vostro inserimento. Potreste trovare qualche buona anima che vi aiuta, ma nessuna proposta generale è stata pensata: residenza, casa, lavoro saranno nelle vostre mani. Non troverete solidarietà. La maggior parte del nostro popolo non vi vuole e non vi ama». Ed è proprio a questo punto che esplode tutta l'amarezza e lo sconforto di don Albanesi, convinto che in Italia ci sia un «clima ostile» nei confronti dei molti disperati che abbandonano tutto in cerca della terra promessa o, semplicemente, di una vita dignitosa: «Vi rimprovereranno di essere neri di pelle, di rubare lavoro, di essere pericolosi, di essere occasione di arricchimento per alcuni italiani. Vi resteranno briciole di lavori umili e mal pagati, con alloggi di fortuna. Non conteranno i vostri studi e i vostri mestieri, sarete tenuti lontani dalla vita della città. Per sopravvivere potrete essere costretti ad azioni illegali, comunque ai margini di una vita normale».

La denuncia del fondatore della Comunità di Capodarco è senza appello e senza speranza: il Paese è disattento e disorganizzato, l'Europa «sorda e cinica», con frontiere «blindate e armate contro chi tenta di entrare clandestinamente». «Mi rendo conto – è l'appello finale di don Vinicio albanesi – che se vivete a rischio della vita nel vostro Paese non avete scelta: ma se qualcuno può resistere nella sua terra, non venga. Forse è meglio pensare a progetti che permettano livelli maggiori di cultura e di lavoro nelle vostre terre, con il nostro aiuto». «La speranza di una vita migliore in Italia è troppo bassa per essere presa in seria considerazione». 

* Foto di Wikimafalda tratta da Wikimedia Commons, immagine originale e licenza

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