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GIOVANNI FRANZONI: FUORI LE MURA, DENTRO LA STORIA

GIOVANNI FRANZONI: FUORI LE MURA, DENTRO LA STORIA

Tratto da: Adista Notizie n° 27 del 22/07/2017

39026 ROMA-ADISTA. Senza Giovanni Franzoni la Chiesa e la società italiane non sarebbero le stesse. È bene sottolinearlo, quando muore una personalità del suo calibro. Non tanto per esaltarne in modo postumo le qualità e l’opera (su queste pagine non ve ne sarebbe del resto bisogno, perché per 50 anni Adista ha puntualmente seguito e dato notizia di ciò che Franzoni faceva e diceva assieme alla sua comunità), ma perché il senso dell’esistenza è anche questo: cercare di cambiare in senso positivo e progressivo la realtà che ci circonda, cercando di essere parte attiva dei movimenti di trasformazione del reale. Giovanni Franzoni a questi movimenti ha avuto il merito non solo di prendere parte, ma anche di promuoverli egli stesso ed in qualche modo di “guidarli”. Le virgolette sono obbligatorie, perché Franzoni il leader non lo ha mai voluto fare. Come Enzo Mazzi ed altri preti che hanno partecipato alla costituzione del movimento delle Comunità di Base, ha preferito piuttosto spogliarsi dell’immaginario culturale e religioso legato alla figura del prete, figura “sacra” e quindi separata dagli altri, collocata in alto per essere guida dei suoi fedeli, “pastore” di un gregge; Franzoni ha scelto di essere semplicemente Giovanni, un membro della comunità in cammino assieme agli altri nella ricerca della verità; consapevole che la verità si cerca; si cerca assieme perché individualmente non c’è liberazione né salvezza; e soprattutto non si proclama dall’alto di un pulpito, ma si vive nella storia incarnata degli uomini e delle donne, specie se oppressi.

Nato a Varna, in Bulgaria, nel 1928, Franzoni trascorse la propria adolescenza a Firenze. A Roma iniziò la formazione al sacerdozio prima al Collegio Capranica e alla Gregoriana di Roma, poi nell'ordine benedettino, completando gli studi teologici presso il Pontificio Ateneo Sant'Anselmo. Fu ordinato prete nel 1955. Nel marzo 1964 fu eletto abate dell'abbazia di San Paolo fuori le Mura a Roma e, poiché alla carica di abate era connessa la dignità episcopale, partecipò alle ultime due sessioni del Concilio Vaticano II, risultando il più giovane tra i padri conciliari.

Negli anni del post concilio tentò di incarnare quanto vissuto nella temperie conciliare all’interno della propria comunità e dentro il proprio ordine religioso. Soprattutto sui temi come la liturgia e l’ecumenismo. Aveva promosso le “Settimane di San Paolo”, giornate di studio che vedevano riuniti assieme esegeti cattolici, ortodossi e protestanti. Nel contempo, si interrogava – insieme ai confratelli – su quale fosse il ruolo di un monastero che era collocato “fuori” dalle mura aureliane, ma che ormai era profondamente “dentro” la città. Ma nella Roma democristiana, dove fortissima era l’alleanza tra gerarchia ecclesiastica, ceto politico, imprenditori e Democrazia Cristiana, con il Vaticano “in casa”, le difficoltà di una presenza critica della Chiesa nella società erano maggiori che in altre parti d’Italia 

Franzoni, monaco e teologo dinamico, aperto e sensibile alle dinamiche sociali e politiche di quegli anni, ebbe il coraggio di andare contro questo rigido sistema di potere e relazioni. La comunità di S. Paolo, tra il 1967 e l’inizio degli anni ‘70, si trovò a discutere e a prendere posizione sulle vicende più controverse che animavano il dibattito dell’epoca, dentro e fuori la Chiesa: dall'opposizione al Concordato tra Stato e Chiesa alla condanna della guerra in Vietnam; dalla necessità di aprire un dialogo tra cristianesimo e marxismo alla contestazione del “dogma” dell’unità politica dei cattolici nella Democrazia Cristiana; dal divorzio alla richiesta di maggiore partecipazione di laici e donne alla vita della Chiesa; dalla solidarietà con le lotte studentesche ed operaie, che percorrevano la città ed il Paese, all’impegno contro il militarismo e la corsa agli armamenti. Il Vaticano e la Congregazione benedettina risposero a queste aperture inviando, senza esito, una visita canonica e due visite apostoliche. Nel luglio del 1973 l’abate Franzoni pubblicò uno dei suoi testi più celebri: La Terra è di Dio. In esso dom Giovanni, che come abate aveva autorità magisteriale ed era membro della Conferenza episcopale italiana, denunciava le collusioni delle istituzioni cattoliche con la speculazione edilizia nella capitale. Un mese dopo, il 12 luglio, anche in seguito alle pressioni della Santa Sede sull’Ordine, Franzoni e la comunità decisero che era necessario continuare il percorso iniziato “fuori le Mura”, ma ormai anche fuori dall’abbazia. Trovarono perciò un locale di proprietà dell’abbazia stessa e ceduto in comodato d’uso a poco più di un chilometro da S. Paolo, in via Ostiense 152/B, quella che continua ad essere la sede della Comunità di Base. Lì, il pomeriggio di domenica 2 settembre 1973, presenti molte persone, Giovanni celebrò la prima messa. 

Seguirono poi, in modo del tutto conseguente, l’impegno di Franzoni a fianco degli intellettuali, dei preti, dei religiosi che si riconoscevano nel fronte dei “Cattolici del no” al referendum abrogativo del divorzio. La conseguenza fu la notificazione a Franzoni della sospensione a divinis latae sententiae, con la proibizione di celebrare i sacramenti. Il 19 luglio del 1974 Franzoni venne anche dimesso dall’Ordine benedettino, rimanendo semplice prete, in più “sospeso”.

Il divieto di celebrare i sacramenti imposto a Franzoni accendeva intanto dentro la comunità un dibattito su come celebrare l’eucarestia. Cominciò ad emergere la volontà di proseguire l’esperienza cristiana “sacramentale” senza necessariamente un presbitero di riferimento. Sempre sul fronte politico, nel 1976 Franzoni, sul settimanale che era stato fortemente voluto dalla comunità, Com Nuovi Tempi, scrisse che alle imminenti elezioni avrebbe votato per il Pci. La reazione fu durissima. Il 2 agosto il card. Poletti, che era allora vicario del papa per la diocesi di Roma, emanò il decreto di riduzione di Giovanni allo stato laicale.

Nel 1981, Franzoni, assieme alla sua comunità, fece un importante pronunciamento per la libertà di voto nel referendum (17 maggio) sull’abrogazione della legge sulla interruzione volontaria della gravidanza. Vanno poi menzionati l’impegno per l’ecumenismo (il rapporto con il mondo della Riforma fu profondo, fecondo e fondamentale per la crescita dell’esperienza del movimento delle CdB), quello a favore del Nicaragua sandinista, la solidarietà con i Paesi dell’America Latina schiacciati dalle dittature, il sostegno a fianco di tutti i teologi e vescovi progressisti osteggiati dal Vaticano. Nel 2003 la CdB partecipò a tutte le grandi manifestazioni pubbliche contro la guerra; nel 2005 contrastò la campagna astensionista del card. Camillo Ruini sul referendum abrogativo della legge 40; nel 2006 si schierò a favore del diritto di Piergiorgio Welby di porre fine alle sue sofferenze; nel 2009 sostenne le ragioni di Beppino Englaro che voleva interrompere la vita artificiale della figlia Eluana (Franzoni è peraltro socio onorario dell'associazione Libera Uscita per la depenalizzazione dell'eutanasia). Fino alle settimane recanti, dove proprio su Adista, Franzoni sosteneva il diritto di dj Fabo a concludere in maniera dignitosa la sua esistenza terrena. 

 

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