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AL VIA IL REFERENDUM PER LA SECESSIONE DELLA CATALOGNA. L’IRA  DELLA SPAGNA: “È ILLEGALE”

AL VIA IL REFERENDUM PER LA SECESSIONE DELLA CATALOGNA. L’IRA DELLA SPAGNA: “È ILLEGALE”

Tratto da: Adista Notizie n° 31 del 16/09/2017

39070 BARCELLONA-ADISTA. La Catalogna se la gioca tutta il 1° ottobre, con il referendum sulla secessione dalla Spagna, segnando un momento drammatico anche per la Chiesa catalana e per la Chiesa iberica tutta. Nella serata del 6 settembre, la legge sulla consultazione popolare è stata approvata dal Parlament con 72 voti a favore, 0 contrari e 12 astensioni, un risultato dovuto al fatto che i deputati unionisti, che a forza di obiezioni procedurali ed emendamenti avevano cercato di opporsi all’approvazione, non hanno partecipato al voto. Il presidente spagnolo Mariano Rajoy ha dichiarato la legge «illegale» e il giorno successivo, per fermare immediatamente il processo referendario, ha presentato al Tribunale Costituzionale (TC) un ricorso di incostituzionalità e le impugnazioni contro il decreto di convocazione, contro le norme complementari per organizzare l’evento e contro l’accordo del Parlament per la nomina della giunta elettorale.

I deputati catalani hanno anche approvato nottetempo (non era ancora l’una del giorno 8) la Legge di Transitorietà, che farà da guida al Paese catalano in attesa dell’elaborazione della nuova Costituzione e del successivo referendum popolare cui sarà sottoposta per l’approvazione. Tutto ciò se la consultazione dell’1 ottobre per la secessione godrà del favore della maggioranza dei catalani (non va sottovalutato che nelle elezioni del 2015 il 47% dei voti è andato agli indipendentisti, contro il 42% che ha scelto partiti unionisti, v. Adista Notizie n. 34/15). Se no, Puigdemont si dimetterà e la regione autonoma catalana andrà a nuove elezioni. 

Dunque, ora si attende il pronunciamento del TC, che tuttavia non farà che ribadire l’illegalità del referendum, dato che la Costituzione spagnola, essendo espressione di uno Stato unitario, non ammette che si possano consultare i cittadini su proposte che lo vogliono smembrare. Ma, oltre al ricorso e alle impugnazioni di Rajoy, il Tribunale dovrà esaminare la ricusazione dei suoi stessi 12 membri presentata nella mattinata del 6/9 dalla presidente del Parlament, Carme Forcadell, nonché il deferimento di quest’ultima da parte di Rajoy al TC, insieme ai membri del parlamento catalano che hanno approvato la legge sul referendum, perché penalmente responsabili del delitto di secessione, di attentato allo Stato. Forcadell ha motivato la ricusazione affermando che l’organismo, dalla riforma del 2015, si è convertito in un’«ulteriore longa manus del Governo dello Stato» (dunque poco imparziale; d’altronde la stessa corte si è in passato già pronunciata contro le iniziative di secessione della Catalogna).

I giorni del silenzio e le parole già dette

La Chiesa catalana, in questo frangente, è stata silenziosa, come peraltro tutta la Chiesa spagnola, ma è noto che accetterà qualsiasi risultato della consultazione referendaria perché sta con il popolo di cui si prende cura: la Conferenza dei vescovi della regione autonoma l’ha sempre dichiarato. L’ultima Nota sull’argomento è del 17 maggio scorso: «Come vescovi – scrivevano – ci sentiamo eredi della lunga tradizione dei nostri predecessori, che li portò ad affermare la realtà nazionale della Catalogna; al tempo stesso, sentiamo l’urgenza di richiamare tutti i cittadini a quello spirito di patto e di intesa che è a noi consono». Ribadita «la legittimità morale di tutte le opzioni politiche che si basano sul rispetto della dignità inalienabile delle persone e dei popoli», la sollecitazione dei vescovi è stata ancora una volta «che siano ascoltate le legittime aspirazioni del popolo catalano, perché sia stimata e valorizzata la sua singolarità nazionale, specialmente la sua lingua e la sua cultura», e che «si promuova tutto quello che porta crescita e progresso al complesso della società, soprattutto nei campi della sanità, dell’insegnamento, dei servizi sociali e delle infrastrutture».

«Il diritto dei popoli a decidere è al di sopra dell’unità della Spagna», ha ripetutamente sostenuto il vescovo più indipendentista, mons. Xavier Novell di Solsona (v. Adista Notizie n. 32/14). Linea condivisa da almeno altri quattro colleghi catalani (ma sono, tutti, quanto meno “catalanisti”, parlano la lingua catalana e si sentono parte del loro popolo). Secondo costoro, non si deve «sacralizzare l’idea di Spagna», come fa la Conferenza episcopale spagnola della quale fanno pur parte, né stigmatizzare i nazionalismi. In sintesi, la Chiesa catalana tradirebbe le sue radici se non benedisse quello che decide il popolo. Questa posizione, rilevava José Manuel Vidal il 25 giugno scorso, «sta provocando uno scisma» nell’episcopato spagnolo (mentre «il Vaticano si tiene ai margini»), ma forse è motivata anche dalla necessità di “tenere” la popolazione cattolica, spaventosamente decimata negli ultimi tre decenni: dal 1980 al 2017, il numero dei praticanti è passato dal 33,8% al 13,7%. È una «popolazione culturalmente cattolica», osserva Vidal, ma anche la più secolarizzata di Spagna e la meno convinta nel sostenere la Chiesa al momento della dichiarazione dei redditi. 

Difficile dire dove potrebbe arrivare lo «scisma» paventato da Vidal. Ma intanto vien da chiedersi: la Conferenza dei vescovi catalani (“tarragonese”, è la dizione esatta), se avvenisse la secessione, sceglierebbe di staccarsi da quella spagnola, di cui ora fa parte come Conferenza regionale, e diventare nazionale? Nello stesso tempo, tutto potrebbe anche rimanere com’è: quando il Sud Sudan è diventato Stato a sé, la Conferenza dei vescovi è rimasta una, comprensiva delle diocesi del Sudan e del Sud Sudan; e la Corea, pur divisa in due Stati, ha un’unica Conferenza episcopale. Certo, ne verrebbe molto a soffrire l’unanimità, ma forse non più di adesso. 

* Foto di Kippelboy tratta da Wikimedia Commons, immagine originale e licenza

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