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Rivince Macri. La "lenta digestione" dell'elettorato, malgrado tagli e violenze

Tratto da: Adista Notizie n° 38 del 04/11/2017

39130 BUENOS AIRES-ADISTA. Più nettamente di quanto indicassero i sondaggi, è stato Mauricio Macri il vincitore delle elezioni di medio termine in Argentina per il rinnovo di un terzo del Senato e della metà della Camera dei deputati. La sua coalizione, Cambiemos, ha guadagnato il 5% in più rispetto alle primarie di agosto, imponendosi, oltre che nella capitale, nelle principali province e soprattutto Buenos Aires, dove pure ci si attendeva una lotta più serrata, e dove, invece, il candidato a senatore Esteban Bullrich ha battuto – 41,3% contro 37,2% – la ex presidente e candidata di Unidad Ciudadana Cristina Kirchner. La quale incassa la prima sconfitta della sua carriera politica, ma conquista un seggio al Senato e si consolida come la dirigente più votata dell'opposizione. 

Ampliando la propria rappresentanza al Congresso – pur senza riuscire a ottenere la maggioranza né alla Camera né al Senato – il macrismo ha conquistato così una vittoria decisiva, nonostante l'aumento dell'inflazione e delle tariffe dei servizi pubblici, l'indebitamento e la caduta delle esportazioni, i tagli e gli attacchi ai diritti sociali. E ha potuto farlo grazie alla sua presenza in tutti i distretti (come unica forza rappresentata a livello nazionale), al sostegno mediatico e alle risorse a sua disposizione (addirittura quadruplicate, rispetto al governo precedente, le spese di propaganda). «Oggi confermiamo il nostro impegno con il cambiamento», ha dichiarato il presidente: «Questo è solo l'inizio». Una promessa che suona più come una minaccia, a giudicare dai "sacrifici" già annunciati e dal severo piano di aggiustamento delineato per i prossimi mesi.

Anche stavolta, dunque, è stata rispettata la tradizione che vede i governi imporsi nella prima competizione elettorale successiva al loro insediamento. Una tradizione che si spiega, secondo Horacio Verbitsky, con la «digestione lenta» da parte dell'elettorato degli eventi che si registrano nel Paese, «salvo avvenimenti catastrofici». E se in realtà un avvenimento del genere c'è stato – il ritrovamento del corpo di Santiago Maldonado dopo 78 giorni di scomparsa forzata – non è bastato evidentemente a spostare le preferenze degli elettori, malgrado il trauma tutt'altro che superato dei 30mila desaparecidos della passata dittatura militare. 

È chiaro tuttavia che il caso Maldonado continuerà a scuotere l'opinione pubblica, troppi dubbi da sciogliere: se il corpo non presenta alcuna lesione e tutto indica che Santiago sia morto per affogamento (la conferma si avrà solo tra due settimane), sarà fondamentale stabilire per quanto tempo il corpo è stato in acqua, per escludere o meno che non sia stato portato lì solo negli ultimi giorni, come sostiene con convinzione la comunità mapuche e come sospetta la famiglia Maldonado. Difficile, comunque, che abbia cercato di attraversare il fiume di sua spontanea volontà: non sapeva nuotare e aveva paura dell'acqua.

Quel che è certo, in ogni caso, è che Santiago è stato ucciso o è stato lasciato morire durante l'azione repressiva della gendarmeria. Un'azione chiaramente illegale (il giudice aveva autorizzato solo l'operazione di sgombero sulla statale 40, non all'interno del territorio mapuche) e incredibilmente violenta: 100 agenti in assetto anti-sommossa per appena 8 manifestanti disarmati, inseguiti, con spari e lanci di pietre, fino a meno di 70 metri dal punto in cui il corpo di Santiago è stato ritrovato. Quel che è certo è che la Giustizia è scandalosamente venuta meno al suo compito per più di due mesi, considerando l'«inazione, l’inefficacia e la parzialità» del primo giudice titolare della causa, Guido Otranto (poi ricusato dalla famiglia). Quel che è certo è che il governo ha altrettanto scandalosamente tentato di coprire la gendarmeria, avallando piste false (per esempio evocando la possibilità che Santiago si trovasse in Cile) e bloccando la partecipazione alle indagini di un gruppo di esperti delle Nazioni Unite. E, se possibile ancor più scandalosamente, ha cercato, subito dopo l'accertamento della morte del giovane, facendo leva sull'assenza di lesioni sul suo corpo, di minimizzare le responsabilità dello Stato, scaricandole sui mapuche. Con la ciliegina sulla torta dell'ipocrita e opportunista telefonata di Macri alla madre di Santiago, appena prima delle elezioni e dopo 78 giorni di silenzio totale. Quel che è certo è che il caso Maldonado ha portato alla luce le centinaia di rivendicazioni territoriali esistenti in tutto il Paese e a oggi rimaste senza risposta, di fronte all'avanzata incontrollata della monocoltura di soia ogm e dell'estrattivismo minerario e petrolifero (durante i governi dei Kirchner si è passati dai 40 progetti minerari allo studio nel 2003 agli 800 nel 2015 e dai 12 milioni di ettari di terra dedicati alla coltura di soia transgenica ai 20 milioni), o alla cessione di terre alle imprese straniere (a cominciare dalla Benetton). 

* Foto di Jorge Láscar, tratta da Flickr, immagine originale e licenza

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