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Un libro racconta don Bruno Borghi, l’“operaio prete” del rinascimento conciliare a Firenze

Un libro racconta don Bruno Borghi, l’“operaio prete” del rinascimento conciliare a Firenze

Tratto da: Adista Notizie n° 39 del 18/11/2017

39138 ROMA-ADISTA. Davvero mancava nel panorama editoriale, specie nell’ambito degli studi sulle grandi personalità del post concilio e della sinistra ecclesiale, un libro su don Bruno Borghi. E non era facile scriverlo. Non era facile perché don Bruno, prete operaio (meglio: “operaio-prete” come ha sempre preferito dire, assieme al suo amico e compagno di studi in seminario Enzo Mazzi), ha fatto sempre una vita da militante, lontano non solo da ogni velleità di intellettuale, ma anche da ogni consuetudine alla scrittura. Difficile anche perché don Bruno ha avuto davvero un’esistenza complessa e sfaccettata: orfano di padre, apprendista falegname all’Impruneta, seminarista a Firenze e poi prete, operaio alla Fonderia del Pignone e alla Gover, parroco, sindacalista della Cgil, militante pacifista, più volte finito sotto processo per la sua attività politica, sospeso a divinis, volontario tra i carcerati e i disabili, marito, padre, contadino, cooperante in Nicaragua (farà quattro esperienze, fino al 1989-90, di duro lavoro presso le cooperative agricole fondate dai sandinisti), e molto altro ancora.

A restituire alla memoria di chi lo ha conosciuto, incontrato, apprezzato, ma anche di chi ne ha solo sentito parlare, magari leggendone il nome nell’epistolario di don Milani (compagno di seminario più vecchio di lui di qualche anno, un esempio ed un solido punto di riferimento nel suo processo di “sborghesizzazione”) è oggi Antonio Schina, già insegnante di materie letterarie e Redattore del «Notiziario del Centro di Documentazione di Pistoia». Proprio nell’ambito del Centro animato dal domenicano padre Alberto Bruno Simoni è nata l’idea di uno studio su don Bruno (Bruno Borghi Il prete operaio, Centro di Documentazione di Pistoia, 2017, pp. 128, euro 10: il libro può essere richiesto ad Adista, tel. 066868692; email: abbonamenti@adista.it; o acquistato presso la nostra libreria online, www.adista.it), condotto sulla base di un’accurata ricerca che ha permesso di riannodare i fili che hanno attraversato l’intera vita di Borghi, dal 1921, anno della sua nascita, fino alla sua morte, avvenuta nel 2006. Ordinato prete alla fine degli anni ’40, Dopo una prima esperienza di lavoro tra il 1948 e il 1949, nel 1950 Borghi ricevette dall’arcivescovo di Firenze, il card. Elia Dalla Costa, l’autorizzazione a entrare come operaio nella fonderia del Pignone, nel quartiere di Rifredi. Borghi aveva scelto, subito dopo la scomunica di Pio XII ai comunisti e in piena guerra fredda, di lavorare in fabbrica, in anni caratterizzati da forti conflitti sociali ma anche dai primi tentativi di dialogo tra avanguardie cattoliche, in anticipo rispetto alla temperie conciliare, e settori del movimento operaio. Già nel 1951 però Dalla Costa, per obbedire alle direttive del Vaticano, ordinò a Borghi di smettere di lavorare. Fuori dalla fabbrica Borghi continuò comunque a sostenere le lotte operaie e le occupazioni del Pignone e della Galileo. Nel 1966, assieme ad altri 41 tra preti e laici di varie parrocchie fiorentine (soprattutto della sua, la Resurrezione e dell’Isolotto) fece un gesto determinante nella storia del cosiddetto “dissenso” cattolico: firmò un documento che denunciava in modo esplicito la politica della Dc e dichiarava che non era più possibile votare quel partito, che pure l’arcivescovo di Firenze, il card. Ermenegildo Florit aveva dato esplicito mandato di sostenere alle imminenti elezioni amministrative. Nel 1968 fu assunto alla Gover, una fabbrica di prodotti in gomma. Proprio a partire dal 1968 aveva infatti ricominciato a diffondersi una presenza consistente di preti operai in vari Paesi europei. A tal punto che nel 1971, Paolo VI aveva dovuto riconoscere il valore di quell’esperienza. Sempre nel 1968, Borghi fu a fianco di don Mazzi e della comunità dell’Isolotto nella difficile vicenda che li contrappose al card. Florit, succeduto a Costa con il preciso incarico di “normalizzare” la diocesi fiorentina. Con Mazzi, come prima con don Milani, con Giorgio La Pira, con il card. Elia Dalla Costa, con padre Ernesto Balducci, con don Rosadoni Borghi condivideva infatti la partecipazione alla causa per l’emancipazione dei poveri, filtrata attraverso l’esperienza della fede e il tentativo di essere parte, seppure critica, della Chiesa cattolica. Non avendo lasciato sistematica documentazione scritta del suo processo di maturazione politica ed ecclesiale, Antonio Schina, più che ai rari documenti scritti di Borghi, ha fatto riferimento alle lettere dei suoi conoscenti e soprattutto alle molte testimonianze degli amici. Attraverso la vita di don Bruno, scrive Marta Margotti – docente di Storia contemporanea all’Università di Torino – nella sua introduzione al libro è «possibile ricostruire una parte significativa della storia di Firenze nel dopoguerra, come pure dei cambiamenti del cattolicesimo italiano, e osservare quasi in presa diretta le rapide trasformazioni provocate dal “miracolo” economico, l’emigrazione dalle campagne alle città, il lavoro industriale, la povertà delle periferie e la volontà di partecipazione popolare». Su questo versante la scelta di classe di Borghi è netta, chiarissima e resta coerente nel corso di tutta la sua vita. Una sua scelta profondamente evangelica e per questo radicalmente di classe, lo porterà nel 1981, alla scelta di lasciare la Chiesa, di lasciare il “ministero”. È la presa d’atto di una delusione ormai irreversibile nei confronti della Chiesa-istituzione, che non metterà comunque mai in discussione l’appartenenza di don Bruno alla comunità ecclesiale. Impreziosiscono il libro alcuni documenti riportati in appendice, come la bellissima intervista di Borghi sull’esperienza della scuola di Barbiana (tratta dal bimestrale Scuola documenti del maggio-giugno 1973). Illuminante, per il punto di vista assieme critico (da una prospettiva rigorosamente di classe) ed elogiativo (dalla stessa identica prospettiva) con cui don Bruno valuta i risultati dell’impegno del suo amico-fratello don Milani.

* Firenze, angolo tra le vie Buonarroti e Pietrapiana prima delle demolizioni del 1936, fonte: Piero Bargellini e Ennio Guarnieri, tratta da Wikipedia, immagine originale e licenza 

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