Nessun articolo nel carrello

Lo stupro e la preghiera: don Lorenzo Guidotti e la violenza sulle donne

Lo stupro e la preghiera: don Lorenzo Guidotti e la violenza sulle donne

1. Lo stupro

Nei prossimi giorni si passerà – ahimè -, ad un’ altra notizia di abuso sessuale e/o di stupro o altra offesa ad una donna. Ma quella che ci è piombata addosso in questa prima decade di novembre 2017, qui a Bologna, non riguarda solo lo stupro di una minorenne. [Forse va ribadito quanto esso sua un fatto cruento e crudele, per non sottovalutarne il tragico in esso contenuto, come mi pare stia avvenendo ].

C’è infatti una variante venata da blasfemo sadismo: lo stupro è stato commentato da un prete di Bologna, il quale ha scritto - nella sua pagina Fb - commenti e frasi irriguardose, brutali.

Sempre da internet, apprendo che alcune sue parrocchiane- intervistate- hanno commentato: «Ha avuto il coraggio di dire apertamente quello che altri pensano ma non dicono». Personaggio da ammirare, dunque, perché è stato in grado di osare: la voluttà del male si tinge spesso da atto eroico. E il Vangelo? e la vicinanza empatica con una donna doppiamente offesa? Nulla… la vita è ben altro!

Cosa ha scritto don Lorenzo Guidotti? Sintetizzo il post: che la minorenne vittima di stupro non gli faceva pietà, perché se l’ era andata a cercare: frequentava Piazza Verdi, s’era “sballata”, aveva accettato di allontanarsi con un maghrebino appena conosciuto… ecc. ecc.

Ciò che ferisce e indigna, inoltre, è il tono del discorso: le espressioni usate dal presbitero bolognese sono un mix impressionante tra il linguaggio da caserma e quello da magnaccia: «Cioè… tesoro… mi spiace… ma… 1. Frequenti Piazza Verdi, che è diventato il buco del c*lo di Bologna; 2. Ti ubriachi da far schifo…Se hai la (sub)cultura dello sballo sono ca*i tuoi, poi se ti risvegli la mattina … Io in 50 anni mi sono sempre svegliato nello stesso letto ( il mio) dove mi sono addormentato … Adesso capisci che oltre gli alcolici ti eri già bevuta la tiritera ideologica degli “accogliamoli tutti”… tesoro… Dovrei provare pietà? No , quella la tengo per chi è veramente VITTIMA di una città amministrata di **** , non per chi vive da barbara con i barbari… A VOI GIOVANI, RAGAZZI E RAGAZZE: NON LO VEDETE CHE VI FANNO IL LAVAGGIO DEL CERVELLO?!?!? …» (parole in stampatello sono del testo originale).

Per un giorno intero non sono riuscita a trovare sui media la versione dell’accaduto dalla parte della vittima. Ma il giorno successivo al putiferio, sul sito del Resto del Carlino, trovo la notizia delle reazioni della madre della ragazza, rilasciate all’Ansa: «Quello che ci ha fatto più male- si legge - è il commento del parroco don Guidotti: lo andrò ad incontrare e gli dirò qual è la mia idea di un comportamento cristiano, molto diversa dalla sua. Mia figlia è stata vittima e va difesa[…]. La colpa è di chi stupra, non di chi ne è vittima». «Mia figlia ha subito una violenza in un attimo di grande difficoltà. A questo oltraggio si è aggiunto il commento di uno stormo di sciacalli»; «Alla gente, alla stampa, chiediamo: fermatevi. Abbiamo letto sulla nostra tragedia tante inesattezze e tanti giudizi trancianti che ci feriscono, quando nessuno, tranne noi, sa che cos'è successo. Siamo una famiglia di forti valori».

Si rimane stupefatti di fronte alla nobile compostezza di questi enunciati; di fronte a questa grazia espressiva, con quell’accenno misurato a ciò che ha fatto più male (le parole del prete); di fronte a quella difesa essenziale e superba di madre nei confronti di una figlia che sta vivendo una situazione di difficoltà! La sollecita preoccupazione di custodire una figlia smarritasi è un atto di misericordia sovrabbondante, tanto più in una società patriarcale che tende a recidere i legami tra madre e figlia, per privilegiare quelli tra madre e figlio.

Sull’altro versante dello scenario, erompe la tristezza di un cristianesimo “in svendita” , dimentico di quel vivere in itineranza dei e delle seguaci di Gesù, un cristianesimo preoccupato di raccomandare piuttosto di “dormire nel proprio letto”.

Non voglio omettere di riferire le scuse del presbitero, sempre mediatiche, dove egli afferma che si è espresso male, che in realtà prova pietà per la ragazza, che le chiederà scusa, che il suo intento era quello di fustigare le passioni malate cui sono soggetti i giovani. Un pentimento repentino, a “buon mercato”, che sembra più un “obbedisco” ai dettami della curia che l’esito di un’ autentica contrizione, di un processo interiore sofferto. Lascia un po’ perplessi, ma… “chi sono io per giudicare”?

Durante il bel seminario promosso -in quello stesso giorno- dalla Casa delle donne per non subire violenza ed altre associazioni ( “Genere e violenza, quando le donne chiedono asilo”) lo sconcertante avvenimento appena accaduto non poteva non ricevere commenti. Un intervento osservava che “anche i preti sono uomini … quindi condividono la cultura patriarcale. Non ci si può aspettare nulla di diverso!”.

A mio giudizio ciò che è accaduto è ben più grave! Ha ragione la madre della ragazza: l’essere cristiane/i, e a maggior ragione l’essere prete, non può inverarsi, conformandosi alle seduzioni mondane, nella mentalità da trincea che sta trionfando in questi ultimi tempi, invece che in quella dell’ “ospedale da campo”, raccomandata da Francesco.

E se è vero che i ragazzi e le ragazze sono da orientare e da sottrarre ad una cultura nichilista e autodistruttiva, questo non lo si fa né con le sfuriate, né con le ingiurie (nell’ impersonalità di un mezzo come Facebook poi!), ma con la testimonianza personale del proprio agire. Come susciterà don Lorenzo Guidotti, nei giovani ragazzi, slanci vitali, desideri di autenticità, di fraterno e sororale umanesimo? Un uomo come lui che aveva messo- in apertura al suo profilo- l’immagine di un Crociato e la frase latina «Etiamsi omnes, ego non!»; aborriva le aperture ecumeniche di papa Francesco, se la prendeva con la deriva della Chiesa che a suo dire sta diventando «una delle tante ong», «sta traghettando verso Lutero» e rischia di finire asservita «all’ordine mondiale voluto da Soros». Un uomo che nel suo post apostrofa come tiritera ideologica la raccomandazione: “accogliamoli tutti” (peraltro facendone una caricatura)?

Un altro Don Lorenzo, cioè don Milani, non era affatto sempre tenero e, al bisogno, sferzava i ragazzi, ma viveva al loro fianco, costantemente; li spronava ma li sorreggeva al limite del martirio!

Last but non least: l’accusa è contro la vittima, piuttosto che contro il colpevole, come rileva saggiamente la madre. È il ragionamento che la stragrande maggioranza di persone – che ha introiettato la cultura patriarcale – condivide in nome del “buon senso”. Si continua ad applicare una colpevole (questa sì) inconsapevole tolleranza nei confronti dell’ aggressività del maschio, assumendola come datità immodificabile, naturale, o fatale!

2. Preghiera

Al vescovo Matteo Zuppi, che è uomo di pace e di giustizia, che sa vedere il dolore degli oppressi e degli scarti, chiedo un segnale, chiedo che si faccia artefice di un gesto.

Lo chiedo in nome di quel vangelo il quale parla di un pastore che lascia novantanove pecore nel deserto e va in cerca di quella perduta; quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta” [Lc 15,1-7].

Lo chiedo in nome di quel vangelo il quale parla di un Maestro che predicava la giustizia e che non disdegnava affatto i reietti, anzi li addita come coloro che precedono tanti credenti benpensanti nel regno di Dio, perché sono coloro che sentono il bisogno di cambiare vita e non si accontentano di avere un cuore che svolga le funzioni biologiche, ma aspirano ad avere un cuore di carne.

Lo chiedo in nome di quel vangelo che narra di operai che vanno a lavorare la prima ora, seguiti poi da altri nelle ore successive; quando giunge il momento del compenso, i primi mormorano perché non trovano giusto che chi ha lavorato un tempo minore, oziando mentre altri sgobbano, beneficino come i primi. Non può essere che agli ultimi venga corrisposto lo stesso salario dato a loro! Ma il padrone non cede, li pone di fronte alla loro angustia, e difende il suo agire nella gratuità.

Lo chiedo in nome di quel vangelo che contiene il racconto di Gesù nella casa di Simone il fariseo; qui lo cerca e lo trova una “peccatrice”. Essa porta con sè un vaso di olio profumato, si mette ai suoi piedi, li cosparge di lacrime. Li asciuga poi coi capelli e li cosparge di profumo. Il racconto prosegue con un paragone tra l’ ospite, uomo rispettabile, e lei, donna screditata; è lei però che viene riscattata come figura di gratuità, dono, amore. Ma la frase finale è folgorante: “La tua fede ti ha salvata, va’ in pace” le dice Gesù. Non altri, ma la stessa fede che lei ha liberato in sè, questa è artefice della sua salvezza.[ Lc 7,36-50]

Il gesto che chiedo a don Matteo è di andare dalla ragazza violata e da sua madre per chiedere scusa. Lui non ha nulla da spartire con le brutalità di cui abbiamo parlato ; ma un gesto di richiesta di perdono sarebbe un atto cristico che in parte ripagherebbe del dolore subito a causa dell’empietà di un ministro della “sua” chiesa bolognese; e in secondo luogo la misericordia espressa in questo atto potrebbe risvegliare in molte donne quella fede in sé che Gesù è stato capace di suscitare nella donna del racconto di Luca prima ricordato.

Nel costituendo Osservatorio interreligioso sulla violenza sessuale contro le donne, questo episodio sarebbe una bella pagina.

* referente del SAE di Bologna, membro del Coordinamento Teologhe Italiane

Condividi questo articolo:
  • Chi Siamo

    Adista è un settimanale di informazione indipendente su mondo cattolico e realtà religioso. Ogni settimana pubblica due fascicoli: uno di notizie ed un secondo di documentazione che si alterna ad uno di approfondimento e di riflessione. All'offerta cartacea è affiancato un servizio di informazione quotidiana con il sito Adista.it.

    leggi tutto...

  • Contattaci

  • Seguici

50 anni e oltre

Campagna straordinaria di sottoscrizione per la sopravvivenza di Adista

Nel 2017 Adista compie 50 anni di vita. Ma per poter continuare a fare informazione indipendente da poteri ecclesiastici, finanziari e politici, per continuare a dare voce a chi non ha diritto di parola, nella Chiesa come nella società, abbiamo bisogno di voi.