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Perché fondammo l’ADISTA

Perché fondammo l’ADISTA

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 41 del 02/12/2017

La nascita dell’Adista fu il prodotto di una lunga riflessione di persone che venivano dal mondo cattolico progressista. Alcuni dalla Sinistra cristiana, altri come me dalla Fuci, altri ancora dalle Acli che, nei convegni di Vallombrosa, esprimevano un voglia di cambiamento e l’urgenza di una spinta all’unità di tutte le forze a fianco dei vinti e degli ultimi. I più giovani tra noi si erano formati su riviste come Adesso di don Primo Mazzolari, Testimonianze di don Ernesto Balducci, che considerava l’editto di Costantino del 313 come il primo concordato tra Stato e Chiesa, a partire dal quale il Vangelo era stato letto dalla parte delle classi dominanti, Questitalia di Vladimiro Dorigo e le sue battaglie contro l’integrismo cattolico, Il Tetto di Napoli, il Gallo di Genova, Il Regno ed altre. Di alcuni di questi periodici sono stato anche direttore, come il Popolo in cammino di Messina, il cui animatore era Francesco Saja e il Bollettino delle Comunità di base, il cui propulsore era Marcello Vigli. Eravamo affascinati dalle utopie realiste e cosmopolite di Giorgio La Pira, avevamo seguito il Concilio Vaticano II e avevamo studiato i documenti in cui si annunciava la Chiesa dei poveri (Gaudium et spes). Nel 1967 era uscito anche il libro degli alunni di Barbiana e di don Milani, Lettera a una professoressa, una critica feroce contro la scuola classista, che avrebbe influenzato molto il movimento degli studenti. Vedevamo i fermenti che si andavano diffondendo nella società e la graduale proliferazione di gruppi spontanei. 

Tutti questi fermenti fecero germogliare in un gruppo di persone che si incontravano come amici, provenienti da esperienze in ambito ecclesiale, l’idea di creare un ciclostilato che potesse dare loro voce e diffonderlo a tutte le esperienze progressiste del mondo cristiano. 

Con questo spirito nacque Adista, diretta da Franco Leonori, con l’obiettivo di cogliere e segnalare le spinte nuove e di cambiamento che si venivano manifestando tra i credenti e per contribuire a far crescere il discorso della laicità della politica e per la fine dell’unità politica dei cattolici, contro l’equazione cristiano=democristiano. Si può dire che questa spinta propulsiva del composito mondo cristiano progressista fu anticipatrice dei movimenti del ’68-69 e comunque contribuì a stimolarli, almeno per quei protagonisti che erano di estrazione cristiana. Non a caso, le prime occupazioni studentesche del ‘68-‘69 avvenivano proprio nelle roccaforti della formazione cattolica e cioè l’Università Cattolica di Milano e la Facoltà di Sociologia di Trento: molti dei leader erano di provenienza cattolica. 

Abbiamo anche operato una sorta di collegamento delle esperienze del movimento dei gruppi spontanei per una nuova sinistra, nato alla fine del 1967, il cui leader era Wladimiro Dorigo, direttore, come detto, di Questitalia. Alla fine del ’68 si parlava di circa 2mila gruppi, con una capillarizzazione dal Sud al Nord d’Italia, nei piccoli centri e nelle grandi città. Essi si caratterizzarono per una serie di convegni in diverse regioni, ad opera della rivista Questitalia e del circolo Maritain di Rimini, in preparazione di un movimento nazionale. Il 25 e 26 novembre del 1967 si svolse a Rimini il convegno nazionale sul tema “La fine dell’unità politica dei cattolici“, i cui relatori furono Wladimiro Dorigo, Luigi Anderlini, Achille Occhetto, Franco Boiardi, in rappresentanza rispettivamente dei gruppi cristiani, dei socialisti autonomi, dei comunisti, dei social proletari. L’obiettivo era di verificare obiettivi e contenuti comuni per una strategia unitaria della sinistra, obiettivo, ancora oggi, alquanto attuale. I gruppi spontanei cercarono nuove forme di partecipazione dal basso, criticando non soltanto la Dc e la Chiesa-gerarchia ma anche i partiti della sinistra, accusati di verticismo e di burocraticismo. Obiettivo anche questo quanto mai attuale, considerate le scelte verticistiche dei partiti, la loro autoreferenzialità e la loro separazione dai bisogni reali dei cittadini. Noi di Adista partecipavamo a tutti i convegni e pubblicavamo e diffondevamo tutti i documenti dei gruppi e dei convegni regionali e nazionali, raccontando le molteplici e diffuse esperienze del “dissenso cattolico”, come venne etichettato dai media. 

Adista seguiva anche le esperienze delle Comunità cristiane di Base, le quali contestavano il Concordato e l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole e postulavano d’incarnare il messaggio evangelico nella storia e dalla parte dei poveri. Lo stesso avveniva anche nelle Acli che, tra il ‘68 e il ‘70, abbandonavano il collateralismo alla Dc e proclamavano l’anticapitalismo e la scelta di classe. Anche la Fuci, sebbene più tardi, pervenne alla proclamazione del superamento dell’interclassismo e alla scelta di classe per una società più giusta ed egualitaria per un progetto di società solidale nel segno di una socializzazione e orizzontalità della politica in tutti i gangli vitali della società. Se alla fine del 1971 il fenomeno dei gruppi spontanei si era disperso nel movimento studentesco anche per il ritiro di Wladimiro Dorigo e la chiusura della rivista Questitalia, il “dissenso cattolico” aveva un altro sussulto nel movimento dei “cristiani per il socialismo”, che sembrava potesse essere un momento organizzativo e di uscita dallo spontaneismo.

In conclusione, il compito di Adista è stato una sorta di spettroscopia, uno sguardo a vasto raggio di tutto ciò che di nuovo e di rivoluzionario avveniva nel variegato mondo cristiano, che ho provato a ricostruire più approfonditamente nel mio libro Il ’68 dei cristiani, (Luiss University Press, Roma) con prefazione di Pier Luigi Celli e postfazione di Marcello Vigli. 

Andati fuori la maggior parte di noi, o perché trasferitisi altrove, o per avere scelto un impegno partitico o per vecchiaia e morte, l’agenzia ha potuto proseguire per l’azione meritoria e congiunta di Renzo Giacomelli, che qui, con commozione voglio ricordare, e di Giovanni Avena che a lungo ne ha preso in mano le redini insieme a Eletta Cucuzza, che ne è stata anche direttrice e a un gruppo di giovani che hanno permesso a quell’iniziativa editoriale, nata in maniera artigianale, di raggiungere l’ambìto traguardo dei 50 anni di storia che in questo fine anno si festeggiano, e con l’augurio che possa sopravvivere ancora per molto tempo. 

* Piero Di Giorgi è psicologo e avvocato, pubblicista e collaboratore di riviste e giornali,autore tra gli altri, del libro “Il ’68 dei cristiani, Roma 2009

 

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