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L'umanità  sul Titanic  che affonda. Poche le novità alla Cop 23 di Bonn

L'umanità sul Titanic che affonda. Poche le novità alla Cop 23 di Bonn

Tratto da: Adista Notizie n° 41 del 02/12/2017

39150 BONN-ADISTA. Si è conclusa nel silenzio dei grandi mezzi di comunicazione e nel disinteresse completo della nostra classe politica la 23.ma Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, svoltasi dal 6 al 17 novembre a Bonn. Una Conferenza senza particolari novità, che ha lasciato ancora nell'indefinitezza lo spinoso capitolo finanziario, chiamato a far fronte alle perdite e ai danni subiti dai Paesi più vulnerabili a causa degli eventi estremi, ma che ha perlomeno posto al centro della lotta in difesa del clima anche l'agricoltura (con il riconoscimento del ruolo dell'agroecologia); ha registrato la nascita della piattaforma dei popoli indigeni e delle comunità locali, da cui è possibile attendersi un importante contributo in termini di conoscenze tradizionali e di alternative presenti sui territori; ha lanciato la Powering Past Coal Alliance – l’alleanza per il superamento dell’uso del carbone entro il 2030, che, promossa da Regno Unito e Canada, ha coinvolto finora una ventina di Paesi, tra cui l'Italia – e la Ocean Pathway, un’iniziativa di Fiji e Svezia per una partnership in difesa dei mari del Sud, a cui hanno già aderito 13 Paesi. 

E infine ha mostrato in maniera netta l'isolamento di Donald Trump, lo stesso che, pochi anni fa, spiegava su Twitter che il concetto di riscaldamento globale era stato inventato dai cinesi per danneggiare la produzione industriale statunitense: dopo l'annuncio dell'adesione del Nicaragua e della Siria, gli Stati Uniti, il cui ritiro non può comunque diventare effettivo prima del 2020, resteranno il solo Paese fuori dall'Accordo di Parigi. 

Un isolamento, quello di Trump, evidente anche sul piano interno, se è vero che lo stesso rapporto sul cambiamento climatico pubblicato dagli scienziati che lavorano per il governo ha individuato nelle attività umane, dunque contraddicendo le posizioni della sua amministrazione, la causa principale dell'aumento della temperatura globale.

Se alcuni piccoli passi sono stati mossi per rendere operativo l’Accordo globale sul clima approvato a Parigi due anni fa, in mezzo a un entusiasmo in realtà ben poco giustificato, i veri progressi dovrebbero – il condizionale è d'obbligo – arrivare non prima dell'anno prossimo, alla Cop 24 di Katowice, in Polonia. Proprio per preparare la strada al negoziato diretto a rivedere al rialzo i cosiddetti NDC (Nationally Determined Contributions) stabiliti a Parigi – cioè gli obiettivi volontari di riduzione dei gas climalteranti definiti a livello nazionale, decisamente insufficienti a impedire un aumento della temperatura di 3-4°C per la fine del secolo e, comunque, finora ampiamente disattesi – le isole Fiji, che hanno presieduto la Conferenza, hanno giocato la carta del Dialogo Talanoa, espressione tradizionale che rimanda, come si legge sul sito della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, a «un processo di dialogo inclusivo, partecipativo e trasparente» basato sull'empatia e finalizzato ad assumere «decisioni sagge, per il bene collettivo». Un dialogo che «dovrebbe essere costruttivo e orientato alle soluzioni», evitando discussioni di natura conflittuale e procedendo sulla base di tre punti generali: Dove siamo; Dove vogliamo andare; Come ci arriviamo. 

Il peggio che avanza

E se è difficile immaginare come il dialogo tra sordi portato avanti nel corso degli anni dalle diverse delegazioni possa evolvere nel segno della Talanoa, è comunque proprio di un miracolo di questo tipo che ha bisogno l'umanità. Perché, se non bastasse l'aumento sempre più evidente di fenomeni climatici estremi a ricordarci la gravità della crisi – dai 50 gradi raggiunti in Asia e dai 43,5 toccati nientedimeno che nella Patagonia argentina, fino agli uragani senza precedenti nei Caraibi e nel Nordatlantico, uno dei quali arrivato addirittura in Irlanda, passando per un'implacabile siccità in Africa orientale (e pure nel Mediterraneo, a cominciare dall'Italia) – ci ha pensato l'ultimo e devastante rapporto dell'Organizzazione Meteorologica Mondiale a sottolineare come ci voglia ben altro che l'Accordo firmato a Parigi per far fronte alla situazione. 

Secondo il rapporto, il 2017 sarà uno dei tre anni più caldi mai registrati da quando sono iniziate le misurazioni (insieme ai due che lo hanno preceduto), con un aumento della temperatura, da gennaio a settembre, di 1,1°C al di sopra dei livelli pre-industriali, a un passo quindi dal grado e mezzo fissato a Parigi. E ancora, se l'aumento del livello di anidride carbonica dal 2015 al 2016 è stato il più alto mai registrato, portando la concentrazione di CO2 a 403,3 ppm (parti per milione), anche nel 2017 i livelli di anidride carbonica, di metano e di ossido nitroso continueranno a salire. Ma, da qualunque parte si guardi, i segnali di allarme – opportunamente colti tanto da papa Francesco quanto dal patriarca Bartolomeo, l'uno e l'altro impegnati a esortare i delegati riuniti a Bonn ad adottare decisioni realmente efficaci per la salvezza del pianeta – risultano inequivocabili, basti pensare a quello della rivista medica Lancet, secondo cui la contaminazione ambientale sta uccidendo ogni anno più persone che tutte le guerre e le violenze del mondo. O a quello lanciato, il 18 ottobre scorso, dal Global Forest Watch, che ha rivelato come, a causa dell'attività mineraria e di quella agricola, dell'industria del legno e degli incendi, siano andati persi nel 2016 297mila km quadrati di foreste.

Tra il dire e il fare

La Carbon Tracker Initiative, nel 2012, ha avvisato che lo sfruttamento delle riserve di carbone, petrolio e gas naturale non ancora utilizzate ma già identificate comporterebbe l’emissione di una quantità di CO2 cinque volte maggiore di quella massima indicata dagli scienziati come limite per contenere l’aumento della temperatura globale entro i 2°C. Nonostante questo avvertimento, non solo i sussidi all'industria di combustibili fossili continuano a crescere (passando dai 4,9 trilioni di dollari del 2013 ai 5,3 del 2015, pari al 6,5% del Pil mondiale) ma, come spiega Luiz Marques dell'Istituto di Filosofia e Scienze Umane dell'Università di Campinas, in Brasile (Jornal da Unicamp, 6/11), persino il carbone mostra di essere in buona salute: se nel 2017 la sua produzione negli Usa risulterà in crescita dell'8% rispetto a quella del 2016, in tutto il mondo il numero delle centrali a carbone in costruzione appare ancora superiore a quello delle centrali in via di smantellamento. Non a caso, secondo Amin Nasser, presidente della Saudi Arabian Oil Company (Aramco), l'egemonia dei combustibili fossili non sarà non solo superata ma neppure minacciata nei prossimi due-tre decenni. Lo conferma anche, purtroppo, il caso dell'Italia, la cui Strategia Energetica Nazionale, come spiega l'Instant Book dell'Associazione A Sud Trova le Differenze. L'Italia tra il dire e il fare nella lotta ai cambiamenti climatici, «riserva ancora troppo spazio alle energie fossili e rinuncia a un piano strategico e lungimirante per la decarbonizzazione della nostra economia». 

E questo «dopo una lunga lista di precise scelte infrastrutturali, energetiche, finanziarie etc. compiute dagli ultimi governi italiani in palese contraddizione con la volontà di contrastare i cambiamenti climatici», includendo i sussidi alle fonti fossili, pari a 14,7 miliardi di euro l’anno secondo la stima di Legambiente e l'aumento «da nord a sud del Paese, in terra e in mare, come nulla fosse», di nuovi permessi di ricerca di idrocarburi.

In questo quadro, non può certo meravigliare come, in base allo studio di un gruppo di esperti di economia, statistica e meteorologia dell'Università di Washington, pubblicato su Nature Climate Change, riguardo alle previsioni per il 2100 (quando gli abitanti del pianeta supereranno gli 11 miliardi), le possibilità che l'aumento della temperatura resti al di sotto dei 2 gradi siano appena il 5% (e l'1% quelle che non superi il grado e mezzo). Senza contare che, secondo un altro studio apparso sullo stesso numero di Nature Climate Change, se anche, da oggi a domani, l'umanità ponesse fine alle emissioni climalteranti, l'aumento di temperatura nel 2100 sarebbe comunque di 1,3 gradi (a causa della lunga permanenza di CO2 nell'atmosfera). 

Non possiamo nemmeno più dire – commenta Gerardo Honty del Claes (Centro Latino Americano de Ecología Social, Alai, 8/11) – di essere sul Titanic in attesa di scontrarci con l'iceberg: l'impatto c'è già stato «e quello che stiamo vedendo sono i primi naufraghi a cadere in acqua, mentre gli altri si afferrano a qualunque cosa» per non precipitare. Ci saranno, senza dubbio, sopravvissuti, ma saranno condannati a galleggiare sui resti di quella che una volta era stata una magnifica nave». 

* Autore anonimo, foto tratta da Wikimedia Commons, immagine originale e licenza 

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