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Polonia: il cristianesimo è minacciato da xenofobia e antisemitismo

Polonia: il cristianesimo è minacciato da xenofobia e antisemitismo

Tratto da: Adista Notizie n° 6 del 17/02/2018

39249 VARSAVIA-ADISTA. Qui, davanti ai nostri occhi, il cristianesimo in Polonia sta morendo. Perché abbiamo introdotto nella nostra religiosità l’elemento che la distrugge: l’ostilità. E dove c’è ostilità, c’è consenso all’odio. Oskarzam, “io accuso”, è il titolo del fortissimo attacco che il religioso domenicano polacco p. Ludwik Wisniewski ha lanciato al governo e alla Chiesa del suo Paese dalle pagine del noto settimanale cattolico Tygodnik Powszechny (15/1). Punto di partenza del religioso 81enne, molto noto in Polonia per le sue battaglie a favore dei diritti umani nell’era comunista, sono i dati recentemente pubblicati relativi alla pratica religiosa dei cattolici, che confermano una tendenza sempre più netta al calo: nel 2016, solo il 36,7% dei polacchi ha partecipato alla messa domenicale, 15 punti in meno di vent’anni fa ma ben 3 in meno rispetto all’anno prima. Un dato significativo, in quello che è stato sempre considerato uno dei baluardi cattolici dell’Europa, con le sue 10mila parrocchie. Ma p. Wisniewski ha anche puntato il dito contro i legami della Chiesa con il governo di centrodestra.

Tutto ha inizio lo scorso maggio quando il domenicano, secondo quanto riporta la rivista inglese Catholic Herald, scrive una lettera aperta ai vescovi del Paese invitandoli a rispondere in modo più efficace alle sfide attuali. Ma nel corso dei mesi la situazione, secondo il religioso, non fa che peggiorare, come rivelato dai dati che rivelano il livello più basso di pratica religiosa mai registrato. P. Wisniewski si rivolge a singoli parlamentari della destra che rivendicano la propria identità cattolica e allo stesso tempo incitano alla diffidenza nei confronti dei rifugiati e dei migranti, ma anche all’emittente cattolica, tradizionalista e ultraconservatrice, Radio Maryja, e ad altri media cattolici come TV Trwam e il quotidiano Nasz Dziennik, responsabili di aver «diffuso odio e divisione» e «veleno, chiamandolo evangelizzazione». «Sì, io accuso Radio Maryja, la televisione Trwam, Nasz Dziennik, che distruggono il cristianesimo e la Chiesa in Polonia», tuona il domenicano. L’unica istituzione a godere ancora di «una certa autorità», per p. Wisniewski, è l’episcopato: «Vescovi – è il suo appello – entrate nell’arena pubblica, è un momento in cui siete molto necessari, per la Chiesa ma anche per la Polonia».

La stessa denuncia è stata rivolta anche contro Jaroslaw Kaczynski, leader del partito nazionalista di governo, per aver «promosso inimicizia e risentimento». Per comprendere quanta ostilità sia cresciuta nel tessuto sociale, osserva il religioso, è sufficiente prendere come metro l’atteggiamento nei confronti dei rifugiati. Se fino a una decina di anni fa, infatti, c’era nella gente la consapevolezza diffusa di avere un passato da rifugiati negli altri Paesi, che spingeva all’accoglienza delle persone in fuga da guerre, «oggi – scrive il domenicano – tutto è rovesciato: il 63% dei polacchi è contrario all’accoglienza dei rifugiati», quando «anche il rifugiato ha il volto di Dio». «Oggi il governo polacco fa appello agli angoli più oscuri dell’anima».

Antisemitismo e revisionismo

Considerazioni, quelle del domenicano, tanto più d’attualità nel momento in cui il Senato della Polonia, dopo il placet della Camera, ha approvato, con 57 voti a favore, 23 contrari e 2 astenuti (e ora si attende la firma del presidente Andrzej Duda, che, secondo quanto riporta il quotidiano Gazeta Wyborcza, sarà apposta quanto prima) la discussa legge sull’Olocausto, che intende preservare l’immagine del Paese all’estero, causando tuttavia, come era prevedibile, una crisi diplomatica con Israele. La legge stabilisce una pena massima di tre anni di carcere per chiunque, polacco o straniero, accusi la Polonia di complicità con i crimini nazisti o definisca “polacchi” i campi di concentramento nazisti. «Non lasceremo che la decisione del Senato polacco passi senza reazioni», ha tuonato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che aveva appena elogiato la scelta della Polonia di non aver detto “sì” alla censura Onu sulla scelta Usa di spostare l’ambasciata a Gerusalemme, riconoscendo la città come capitale. «L'antisemitismo polacco ha alimentato l'Olocausto e questa è una negazione de facto dell'Olocausto», ha detto. Tutta la comunità ebraica polacca ha espresso indignazione, ma anche figure di spicco del mondo politico, culturale e artistico, dalla regista Agnieszka Holland all’ex presidente della Repubblica Aleksander Kwasniewski.

Molto forte la reazione di Efraim Zuroff, lo storico americano a capo del Wiesenthal Center (di Simon Wiesenthal ha di fatto preso il testimone) e che ha portato avanti dal 2001 l'"Operation Last Chance" che ha portato alla condanna di 41 criminali nazisti, di cui tre in Germania. È lui il cacciatore più determinato, dopo la scomparsa di Simon Wiesenthal. «Quello operato dal Senato polacco è un atto gravissimo che riguarda il presente e non solo una negazione della Storia che mortifica la memoria dei milioni di ebrei sterminati nei lager nazisti », ha detto all’HuffPost (1/2). «Il problema è che oggi si tende a cancellare quella memoria autoassolvendosi mentre in Europa, non solo all'Est ma anche in Paesi come la Francia, si profanano cimiteri ebraici o si aggrediscono adolescenti solo perché portano la kippah. La politica ha le sue regole e i suoi compromessi, ma non fino al punto di far passare sotto silenzio il negazionismo, comunque motivato. Se lo desidera, potrei rinfrescare la memoria dei senatori polacchi con la storia di alcuni dei peggiori criminali nazisti nati in quel Paese». E sul blog polacco in italiano Polonicult, bellissimo sito sulla cultura polacca in tutti i suoi aspetti, Roberto Reale scrive che «l’opinione pubblica polacca si mostra oggi estremamente sensibile al tema della Shoah, e fermamente intenzionata a negare alcun coinvolgimento nella pianificazione ed attuazione della Endlösung der Judenfrage. Eppure un’affermazione del genere, imposta ormai come verità di Stato attraverso meccanismi simili a quelli che sanzionano il negazionismo, è contraddetta da fatti storici, come il massacro di Jedwabne del 10 luglio 1941, nel quale perirono almeno 340 ebrei per mano di forze paramilitari tedesche e polacche». In un altro articolo sul blog (18/4/17), ben prima dell’approvazione della legge, Reale scriveva: «E se l’antisemitismo storico, per quanto più efferato negli esiti, è molto più facile da abbandonare alla rimozione, attribuendone intera la responsabilità ai nazisti (a patto di scordare le atrocità commesse con la collaborazione di volontari polacchi, come il pogrom di Jedwabne, del 10 luglio 1941, o interamente per mano polacca, come il pogrom di Kielce, del 4 luglio 1946, a guerra finita), molto più difficile è far finta che non esistano le parole, gli atteggiamenti, i programmi politici che appartengono alla trama del presente e che ci parlano oggi di un odio vivo, pervasivo, sotterraneo ma implicitamente ammesso ad onta della vulgata; di un odio che attraversa tutta la storia della nazione, concretandosi in modi di pensiero, in tradizioni, in coscienza, facendosi fondamento dell’identità nazionale, approdando alla realtà di tutti i giorni».  

 P. Ludwik Wisniewski in una foto [ritagliata] di Adam Walanus del 2015 tratta da Wikimedia Commons, immagine originale e licenza - Fonte: www.adamwalanus.pl  

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