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Religione e consumismo. Beni  a eticità limitata

Religione e consumismo. Beni a eticità limitata

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 12 del 07/04/2018

La crescita della società tramite l'amorizzazione è naturalmente dovuta anzitutto alla “buona volontà” degli uomini, di quelli appunto che hanno “pace in terra”. Ma poi si attua in concreto nelle strutture socioeconomiche in cui si vive, e queste sono frutto, sopratutto, dell'attività umana, del lavoro e del prodotto generato da tale lavoro.

Molte sono le riflessioni sull'etica della produzione che hanno riguardato sopratutto il conflitto economico tra le parti coinvolte ed il problema ecologico negli ambienti connessi. Ma forse più di queste, e comunque oltre queste, va considerata quella che si potrebbe chiamare “un'etica del prodotto”. Cioè, va considerato se il prodotto del lavoro, al di là delle condizioni economiche ed ecologiche in cui si realizza, è utile alla crescita umana: far crescere persone più coscienti e realizzate che contribuiscano a far crescere una comunità più coesa e reciprocamente caritatevole.

È ovvio, ad esempio, che la droga non è “prodotto etico”, le armi probabilmente neppure (anche se per il principio si vis pacem para bellum c'è chi non la pensa così). Ma in realtà i prodotti-non-etici, a ben vedere, sono molti: cioè tutti quelli il cui utilizzo non produce crescita fisica, psicologica, spirituale, anzi produce decrescita, e vengono prodotti solo per far girare l'economia: anche se ci può essere del positivo in questo (posti di lavoro, ecc.) produrre qualcosa che non sia funzionale alla crescita del consumatore dovrebbe porre una seria riflessione.

Oggi il consumo di tali prodotti viene incentivato – e quasi imposto... – non descrivendone la realtà effettiva, ma associandoli ad una illusoria. In effetti il messaggio promozionale non parla mai del vero valore del prodotto: questo viene abbinato a un sogno illusorio di “vita bella” che il suo consumo dovrebbe attuare. Cioè creano un valore fittizio che induce al consumo non per quello che il prodotto “è”, ma per quello che illude di essere.

“Mangiate pasta X e c'è amore in famiglia”, “guidate macchina Y e sarete realizzati” “comprate il giochetto Z e farete la felicità dei bambini”, “indossate la griffe W e sarete persone importanti”.

Sembra di sentire la tentazione originale “mangiate la mela e sarete come Dio”... 

Si sta strutturando una nuova religione, intesa come “fondale di senso della vita”, come valore esistenziale, come significato e scopo dell'agire umano: consumare quanto viene prodotto e proposto perché questo è il nuovo “Regno-dei-cieli”, in questo c'è “il senso della vita” (la “nuova religione” ha le sue cattedrali, gli outlet; il suo anno liturgico: la stagione dei saldi, le seasons holidays, le esposizioni annuali dei nuovi prodotti; i suoi martiri: una volta erano “testimoni” , oggi sono “testimonials”; i suoi padri spirituali: gli influencers; i suoi santificati: cuochi stellati, stilisti griffati; una sua chiesa: la comunità dei Consumanti. Il tutto A.M.D.G.: Ad Maiorem Divitum Gloriam. È per questa religione del consumanesimo che varrebbe il giudizio di Marx: “La religione è l'oppio dei popoli”).

A questo concorre tutto l'insieme dei messaggi dei media, TV in primis, sempre più vuoti, banali, decostruttivi finalizzati a creare una società che sia preda – vittima – del circuito produzione-consumo, qualunque esso sia (società liquida, direbbe Bauman: su cui appunto non si edifica...). 

Le leggi dell'economia spingono a produrre ciò che viene acquistato, e spingono ad acquistare ciò che viene prodotto, ma è il caso di porre la questione se sia da mettere in discussione questa legge per prodotti che non contribuiscono alla crescita delle persone, e che quindi - possono essere detti “nocivi”, perché, in una morale evolutiva, la non-crescita è il male, come più volte afferma Teilhard de Chardin.

Certo c'è il problema di chi è che valuta la “nocività”, in base a che principi: politici? Sanitari? Etici? Lo Stato che si dichiara “non etico” può non interessarsene, ma chi è impegnato a contribuire alla crescita umana della società deve porsi il problema di cosa significa immettere nella società “prodotti” (materiali e/o culturali) controproducenti. In una “morale evolutiva”, perché la non-crescita è il male, come più volte afferma Teilhard de Chardin. 

* Edmondo Cesarini è referente per Roma dell'Associazione Teilhard de Chardin

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