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Il Francesco che non ti aspetti. Le “nuove” linee guida sui preti gay

Il Francesco che non ti aspetti. Le “nuove” linee guida sui preti gay

Tratto da: Adista Notizie n° 44 del 17/12/2016

38780 CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. Chi si sente chiamato al sacerdozio ma è gay non potrà accedere al seminario: una posizione che sembrava destinata a lasciare il posto a una nuova comprensione del rapporto tra presbiterato e omosessualità da parte di papa Francesco, stando alle sue dichiarazioni recenti e meno recenti sul tema (come il famoso «chi sono io per giudicare?» che tante speranze aveva acceso), e che invece è stata ribadita, abbastanza a sorpresa, anche da Bergoglio. Lo ha fatto firmando un documento della Congregazione per il Clero, datato 8 dicembre e intitolato “Il dono della vocazione presbiterale” (Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, che sostituisce la Ratio precedente, pubblicata nel 1970 e poi rivista nel 1985). Un documento che, elaborato in bozza due anni e mezzo fa, è stato poi inviato a diverse Conferenze episcopali e nunziature «per ricevere il loro parere e al fine di allargare l’ambito della consultazione e della riflessione ai Paesi nei quali la Ratio Fundamentalis dovrà essere applicata, nello spirito di quella sinodalità tanto spesso richiamata da papa Francesco». 

Le istruzioni, che abbracciano la questione della formazione al sacerdozio da un punto di vista spirituale, pedagogico, dottrinale e pastorale, dovranno essere applicate in ogni seminario diocesano e interdiocesano, entrando «nello Statuto, nel Regolamento e nel progetto formativo di ogni istituzione». 

Sei gay? Non puoi entrare in seminario

La questione della candidatura al sacerdozio di persone omosessuali è presentata con disinvoltura a p. 80, laddove si parla delle condizioni psico-fisiche del futuro sacerdote che sarà il vescovo a valutare, insieme alla comunità dei formatori: «Doti umane e morali, spirituali e intellettuali, la salute fisica e psichica e la rettitudine dell’intenzione. In questo senso – si legge – occorre tenere conto degli orientamenti relativi al ricorso a esperti in scienze psicologiche, nonché della provenienza da altri seminari o istituti di formazione, e delle eventuale presenza nel candidato di tendenze omosessuali». Il documento, qui, non fa che ripetere pedissequamente un’istruzione del 2005, firmata dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica sotto il pontificato  di Ratzinger, dedicata ai “criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al Seminario e agli Ordini sacri” che, per l’appunto, già chiudeva la strada ai seminaristi gay (v. Adista Documenti n. 84/2005) ribadendo la posizione del Catechismo della Chiesa cattolica, che distingue tra atti omosessuali (intrinsecamente immorali e contrari alla legge naturale) e tendenze omosessuali (oggettivamente disordinate). Ma ai fini dell'ammissione al seminario e al sacerdozio, sanciva il documento del 2005, questa distinzione non serve: se è vero, infatti, che le persone che manifestano tale tendenza «devono essere accolte con rispetto e delicatezza», «la Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l'omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay. Le suddette persone si trovano, infatti, in una situazione che ostacola gravemente un corretto relazionarsi con uomini e donne. Non sono affatto da trascurare le conseguenze negative che possono derivare dall'Ordinazione di persone con tendenze omosessuali profondamente radicate». «Qualora, invece – prosegue il documento del 2005, ora “copiato” integralmente a p. 83 – si trattasse di tendenze omosessuali che fossero solo l'espressione di un problema transitorio, come, ad esempio, quello di un'adolescenza non ancora compiuta, esse devono comunque essere chiaramente superate almeno tre anni prima dell'Ordinazione diaconale». Peraltro, la nuova Ratio afferma che «in un rapporto di dialogo sincero e di reciproca fiducia, il seminarista è tenuto a manifestare ai formatori – al Vescovo, al Rettore, al Direttore Spirituale e agli altri educatori – eventuali dubbi o difficoltà in questo ambito». E poi, cita ancora le istruzioni del 2005: «Se un candidato pratica l’omosessualità o presenta tendenze omosessuali profondamente radicate, il suo direttore spirituale, così come il suo confessore, hanno il dovere di dissuaderlo, in coscienza, dal procedere verso l’Ordinazione». In ogni caso, «sarebbe gravemente disonesto che un candidato occultasse la propria omosessualità per accedere, nonostante tutto, all’Ordinazione». Il paragrafo si conclude ripetendo che «Compete alla Chiesa […] discernere l’idoneità di colui che desidera entrare nel Seminario, accompagnarlo durante gli anni della formazione e chiamarlo agli Ordini sacri, se sia giudicato in possesso delle qualità richieste».

Un discorso analogo viene fatto per «la tutela dei minori e adulti vulnerabili» (leggi: persone con tendenze pedofile), di cui si parla nel paragrafo immediatamente successivo ma dedicando minore spazio. Il documento ricorda che «massima attenzione dovrà essere prestata al tema della tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, vigilando con cura che coloro che chiedono l’ammissione in un Seminario o in una casa di formazione, o che già presentano la domanda per ricevere gli Ordini, non siano incorsi in alcun modo in delitti o situazioni problematiche in questo ambito», offrendo «uno speciale e pertinente accompagnamento personale (…) a coloro che abbiano subito esperienze dolorose in questo ambito» e lezioni «specifiche, seminari o corsi sulla protezione dei minori. Una informazione adeguata deve essere impartita in modo adatto e dando anche rilievo alle aree di possibile sfruttamento o di violenza, come, ad esempio, la tratta dei minori, il lavoro minorile e gli abusi sessuali sui minori o sugli adulti vulnerabili». Si consiglia, a questo riguardo, l’avvio di un dialogo con la Pontificia Commissione per la Tutela dei minori. Punto. 

La Chiesa paralizzata senza i preti gay

Le reazioni al sostanziale divieto di accesso per i gay non si sono fatte attendere. E non solo da parte di chi notoriamente si batte per i diritti Lgbt: per il gesuita statunitense p. Thomas Reese, ad esempio, columnist del National Catholic Reporter e in passato direttore della rivista America, «l’idea che i gay non possano essere buoni preti è stupida, avvilente, ingiusta e contraria ai fatti. Conosco tanti bravi preti gay, e sospetto che anche molti altri bravi preti lo siano». D’altronde, le stime del numero di preti omosessuali, afferma, variano tra il 20 e il 60%. Eppure, prosegue, «questa idea assurda continua a ricomparire ogni volta». Per la verità, puntualizza Reese, il documento ha molti aspetti positivi, come l’accento sul training pastorale per i preti, la necessità di formazione sulla dottrina sociale e il coinvolgimento di donne nell’insegnamento. Ma il problema è, spiega, che qui il discorso non riguarda tanto l’omosessualità quanto il celibato, perché il documento sembra affermare che «un omosessuale incapace di vivere una vita celibe, non può essere prete»; «Gay o etero, se oggi vuoi essere prete devi essere celibe». Oggi, è l’amara conclusione di Reese, «vescovi e superiori religiosi continuano a consigliare preti e religiosi gay di restare nascosti. Alcuni temono che troppa pubblicità sui preti gay allontani le vocazioni eterosessuali, ma oggi è più probabile che i giovani etero vengano allontanati dal pregiudizio omofobico»; «A volte penso che sarebbe positivo per la Chiesa se mille preti uscissero dall’ombra la stessa domenica e dicessero semplicemente: “Siamo qui”. Non penso che la Chiesa sia pronta a questo, ma un giorno dovrà esserlo».

Analoghe riflessioni vengono da Francis DeBernardo, direttore esecutivo di New Ways Ministry, associazione che difende i diritti Lgbt: «Gli estensori del documento – scrive – sembrano chiudere gli occhi di fronte al fatto che migliaia e migliaia di uomini gay servono già fedelmente ed efficacemente il sacerdozio cattolico. Senza uomini gay, la Chiesa non sarebbe in grado di operare». Prendendo atto che il documento del 2005, di fatto, è stato ignorato e che quest’ultimo potrebbe fare la stessa fine, ciò che ferisce è, spiega DeBernardo, l’approvazione del papa, che non fa che ridare vigore al documento di Benedetto XVI, quando invece, sui temi riguardanti la sessualità, ha sempre mostrato un approccio differente rispetto al suo predecessore. Per questo dovrebbe «ritrattare questo documento» e spiegare «alla comunità Lgbt qual è la sua esatta posizione, data la palese contraddizione tra il “chi sono io per giudicare?” e questo nuovo documento».

«La nuova istruzione è estremamente deludente nel suo approccio ai gay chiamati ad essere preti. Non è proprio ciò che ci si attendeva dal papa del “chi sono io per giudicare”», dichiara Marianne Duddy–Burke, direttrice di Dignity Usa. «Queste linee guida sono un grave insulto alle migliaia di uomini gay che hanno servito e continuano a servire la Chiesa con onore e impegno. Minano i loro decenni di impegno, e non riconoscono che Dio chiama al sacerdozio una grande varietà di persone».

«Le autorità vaticane – è il commento di David Clohessy, direttore della Snap (rete di vittime di abusi sessuali perpetrati dal clero) – riaffermano il loro cosiddetto divieto sui preti gay. Trasformare degli adulti in capri espiatori non protegge i minori. Il comportamento, e non l’orientamento, è ciò che conta. Metà dei nostri 20mila membri sono donne, abusate da preti, suore, vescovi e seminaristi».

* Immagine di Calixto N. Llanes, tratta dal sito Flickr, licenza e immagine originale. La foto è stata ritagliata. Le utilizzazioni in difformità dalla licenza potranno essere perseguite

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