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Accogliere il morire

Accogliere il morire

Tratto da: Adista Notizie n° 10 del 11/03/2017

Non è poi così vero – come il dibattito di questi giorni sulla morte di dj Fabo ha voluto evidenziare – che l’eutanasia non sia stata una pratica conosciuta e accettata nel nostro Paese. In Sardegna, fino al XIX secolo esistefano le accabadora, o femina agabbadòra, (deriva dal sardo “s'acabbu”, "la fine"; da cui “s'accabadóra”, "colei che finisce"). Si trattava di donne che all’interno della comunità svolgevano la pratica pietosa (e non retribuita) di uccidere persone che erano in condizioni tali da portare i familiari, o lo stesso moribondo, a chiedere l'eutanasia. Si dice che queste persone, oltre a di cercare di accompagnare i malati alla fine della loro agonia tramite riti di cui si è persa la memoria, conoscessero punti precisi sui quali colpire i malati tramite un bastone d'olivo che aveva la forma di una sorta di martello (“su mazzolu”) in modo da provocarne una morte rapida e senza dolore. L'accabadora non era affatto considerata un'assassina; era piuttosto vista all’interno della comunità come colei che aiutava il destino a compiersi. Una sorta di madre compassionevole, che interrompeva con un gesto di pietà una vita diventata troppo sofferente.

Poi, dopo l’arrivo della dominazione piemontese e dei Savoia questa pratica, ritenuta moralmente inaccettabile dai nuovi conquistatori, sparì progressivamente, anche se, ancora nel ‘900, ve ne è qualche testimonianza.

Ma vorrei citare anche un’altra insospettabile fonte che dimostra come di fronte alla sofferenza bisogna essere rispettosi, aperti, umani. E non è una fonte qualunque, ma quella è un intellettuale riconosciuto come santo dalla Chiesa cattolica. Si tratta di Tommaso Moro, che nel 1516 nel suo capolavoro, "Utopia", fra l’altro scrive: «Nella migliore forma di repubblica i malati incurabili sono assistiti nel miglior modo possibile. Ma se il male non solo è inguaribile, ma dà al paziente continue sofferenze, allora sacerdoti e magistrati, visto che il malato è inetto a qualsiasi compito, molesto agli altri, gravoso a sé stesso, sopravvive insomma alla propria morte, lo esortano a morire liberandosi lui stesso da quella vita amara, ovvero consenta di sua volontà a farsene strappare dagli altri… sarebbe un atto religioso e santo».

Ecco, noi oggi siamo addirittura più prudenti di quanto cinque secoli fa non fosse S. Tommaso Moro: oggi pensiamo, infatti, che non siamo noi a dover convincere il malato a porre fine alle sue sofferenze, quanto lui a convincere noi della necessità di porre termine alla sua vita.

Ecco, a partire da questi due esempi, una testimonianza storica e un passo di un autorevole teologo cattolico, credo si possa dire che il tema della “buona morte” vada affrontato con un atteggiamento laico e rispettoso delle scelte individuali. Che dovrebbe caratterizzare anche le scelte di responsabilità che il Parlamento è chiamato a fare rispetto all’eutanasia. Serve una legge che sancisca la piena libertà della persona; e che eviti quindi ogni dogmatismo; non servono norme – mossa da una ideologia – che cerchino di stabilire in maniera assoluta e indifferenziata come si devono comportare i medici, i malati ed i familiari di fronte ad un evento così misterioso ma anche così fortemente radicato nel nostro stesso vivere come è il morire. Serve una legge che aiuti le persone ad essere pienamente informate e consapevoli sullo sviluppo possibile della loro esistenza e attivamente partecipi alle scelte che faranno – e che in ultima analisi spetta solo a loro (direttamente o attraverso il testamento biologico che costituirà la loro volontà in caso non fossero in grado di esprimerla) – accettando o escludendo cure o interventi terapeutici. Una buona legge sull’eutanasia deve favorire la maturazione di coscienze forti, in modo che tutti siano aiutati a vivere consapevolmente il loro morire. Ogni esistenza è diversa, ogni vicenda umana ha un percorso differente. Senza posizioni assunte in astratto, prese per principio, dobbiamo sempre cogliere le diverse situazioni per giungere alla comprensione profonda che per tanti la sofferenza e il dolore possono superare la soglia della sopportazione e della dignità umana.

* Giovanni Franzoni fa parte della Comunità Cristiana di Base di San Paolo (Roma)

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