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Casca la terra. E tutti giù per terra

Casca la terra. E tutti giù per terra

Tratto da: Adista Documenti n° 14 del 08/04/2017

(Per l'articolo di introduzione, clicca qui)

All’inizio c’erano l’acqua, l’aria, la terra e il fuoco. Elementi primari, essenziali, al centro delle attenzioni degli esseri umani preistorici, fulcro e simbolo dell’intera loro cultura, filosofia, spiritualità, relazione. 

Chissà perché la supponenza dell’homo sapiens ha sviluppato un senso di superiorità rispetto alla grande entità che lo circonda e che possiamo chiamare Natura oppure Madre Terra o, semplicemente, Pianeta. 

Ma è avvenuto: un infinito atto di superbia con cui l’essere umano ha deciso di trasformare in “oggetti complementari” i quattro elementi primari per porre, invece, al centro delle sue attenzioni le effimere regole della finanza e dell'economia globale. 

Questo è il nostro attuale punto di arrivo: acqua, aria, terra e fuoco non sono più la nostra massima priorità. E l’homo sapiens pare aver raggiunto un grado della propria evoluzione (o involuzione?) che lo ha ormai trasformato in “homunculus oeconomicus”, come lo definì il grande storico inglese Arnold J. Toynbee nel 1973: «La potenza materiale dell'essere umano è giunta oggi a un punto tale che essa può rendere la biosfera inabitabile, e in effetti ci porterà a questo risultato suicida entro un prevedibile periodo di tempo se la popolazione del globo non interverrà con un'azione rapida, vigorosa e concertata per fermare l'inquinamento e la distruzione cui la biosfera è fatta segno per colpa della miope avidità umana... Siamo a una svolta cruciale della storia della biosfera nonché della più breve storia di uno dei suoi prodotti e abitanti, il genere umano. L'essere umano è stato il primo dei figli della Madre Terra a soggiogare la madre della vita e a strappare di mano al padre della vita, il Sole, la tremenda forza della sua energia». 

La radicata ideologia di questo “homunculus oeconomicus” è ormai essenza intima di un credo di certezze che permea la quotidiana esistenza, a ogni latitudine e a qualsiasi età. Pochi giorni fa mi sono imbattuto nelle congetture di un “consiglio scolastico dei bambini” in una scuola primaria del mio Piemonte. Per stimolare il senso civico, la scuola si è inventata questa sorta di baby organismo partecipativo, invitando il simpatico consesso a ragionare sulle “cose” da migliorare all'interno della struttura educativa e i piccoli si sono messi a discutere, a porre a confronto ipotesi e idee, a ricercare sintesi condivise e, infine, a suggerire proposte. La prima, di un non breve elenco, era la necessità di asfaltare un ridotto tragitto inghiaiato tra il marciapiede stradale e l'ingresso dell'istituto. Pochi metri. Alla mia domanda: «perché giudicate così importante eliminare la ghiaia?», il “consiglio scolastico dei bambini” mi ha candidamente risposto a una sola voce: «per non sporcarci le scarpe». 

La ghiaia solleva polvere, la terra ci sporca.

La colonizzazione delle nostre menti è arrivata, forse, al suo culmine e al punto dell'irreversibilità: la Natura non è più riconosciuta né riconoscibile.

Difficile, ora, premere il tasto “stop” e riavvolgere istantaneamente il nastro della nostra esistenza. Ma, da alcuni anni, il concetto di “sostenibilità” è comunque – seppure con una lentezza infinita – entrato nelle agende e nella grammatica politica e le “parole al vento” di innumerevoli pensatori, scienziati o semplici ricercatori del “buon senso” hanno cosparso di minuscoli semi le certezze dell’oggi, perennemente guidate dal motto “sviluppo e crescita a tutti i costi”. 

Viviamo, da decenni, nell’era dei consumi. E, in effetti, stiamo consumando di tutto. A cominciare, appunto, dalle risorse primarie e dagli elementi essenziali. Ma ce ne accorgiamo sempre un po’ troppo tardi, generalmente quando a ricordarcelo sono cataclismi sempre più violenti: alluvioni, terremoti, tsunami, frane, eruzioni vulcaniche, buchi nell’ozono, siccità, carestie. 

Tra i semi che le “parole al vento” hanno iniziato a far germogliare, ce ne sono alcuni – importanti – che riguardano anche la terra, elemento finora ancora poco “protetto”. 

Terra e territorio 

Diciamo suolo, innanzitutto. E poi Territorio. Cioè (pre)occupiamoci sia della materia prima basilare sia del contesto in cui gli esseri umani vivono e che comprende a pieno titolo il paesaggio. 

Senza terra non ci sarebbero coltivazioni né cibo. Ma il territorio non è così secondario: possiamo, infatti, avere la “pancia piena” ma morire di depressione, di malattie sempre più endemiche, di disagio sociale. 

Abbiamo dunque bisogno di terre da coltivare come di luoghi vivibili. Oggi, siamo portati a credere che “è” normale che nuove case, condomini, centri commerciali, aree industriali e artigianali, capannoni agricoli trovino nuovi spazi edificatori, nelle nostre città come nei medi e piccoli comuni della provincia. 

Ma possiamo ancora socialmente permetterci questa continua nuova cementificazione? 

Che il consumo di suolo sia un'emergenza assoluta è suggerito dai dati offerti da ISPRA e ISTAT, enti di ricerca nazionali non “di parte”. 

Secondo l’Ispra, il consumo di suolo in Italia non conosce soste, pur segnando un importante rallentamento negli ultimi anni a causa della crisi: tra il 2013 e il 2015 le nuove coperture artificiali hanno riguardato ulteriori 250 chilometri quadrati di territorio, ovvero - in media - circa 35 ettari al giorno: una superficie pari a circa 35 campi di calcio. Ogni giorno. 

Una velocità di trasformazione di suolo irreversibilmente perduto che oggi è di circa 4 metri quadrati al secondo, dopo aver toccato anche gli 8 metri quadrati al secondo negli anni 2000. 

A livello nazionale il suolo consumato è passato dal 2,7% degli anni ’50 al 7% stimato per il 2015, con un incremento di 4,3 punti percentuali e una crescita del 159%. 

In termini assoluti, il consumo di suolo ha impermeabilizzato ormai circa 21.100 chilometri quadrati del nostro territorio. Ma non dimentichiamoci che la superficie dell'Italia è per circa il 35% di carattere montuoso e qui non è possibile edificare. Dunque la cementificazione ha eroso le aree di pianura, che rappresentano il 25% dell’intera superficie del nostro Paese, un quarto esatto, e un'ampia parte di quel restante 40% di superficie fatto di colline sotto gli 800 metri. Luoghi ormai caratterizzati dai cartelli “vendesi” o “affittasi”...

Il rapporto ISPRA 2016 evidenzia anche quanto ci costa questo sproporzionato consumo di suolo in termini sociali, considerando l’approvvigionamento di acqua, cibo e materiali, la regolazione in caso di inquinamento, la capacità di resistenza a eventi estremi e variazioni climatiche, il sequestro del carbonio e i servizi culturali e ricreativi: elementi solitamente sottostimati e trascurati. I quali si aggiungono ai costi sostenuti per infrastrutture, servizi e manutenzioni che la nuova edificazione richiede. 

A livello nazionale i costi maggiori derivati da queste perdite sono dovuti alla mancata produzione agricola (51% del totale, più di 400 milioni di euro tra il 2012 e il 2015); una perdita grave: non una semplice riduzione, ma un annullamento definitivo e irreversibile. 

Il mancato sequestro del carbonio pesa per il 18% sui costi dovuti all’impermeabilizzazione del suolo, la mancata protezione dall’erosione per il 15% (tra i 20 e i 120 milioni di euro) e i sempre più frequenti danni causati dalla mancata infiltrazione e regolazione dell’acqua per il 12% (quasi 100 milioni di euro). 

In sintesi il dato nazionale ci dice che la perdita economica di servizi ecosistemici è compresa tra i 538,3 e gli 824,5 milioni di euro, che si traducono in una perdita di capitale naturale per ettaro compresa tra i 36.000 e i 55.000 euro. 

Un circolo vizioso che sollecita una domanda: qual è la convenienza pubblica di interventi di edificazione dal ritorno economico limitato al breve periodo? Quanto sono utili i tributi e oneri incassati se poi gli interventi si rivelano progressivamente antieconomici e destinati a perdere valore e a richiedere una costante manutenzione? 

L'esponenziale consumo di suolo che ha caratterizzato gli ultimi 50 anni del nostro sviluppo non corrisponde, inoltre, ad autentiche esigenze abitative: secondo l'ISTAT nel nostro Paese sono presenti oltre 7 milioni di abitazioni non utilizzate. 

E tutto ciò a fronte di una crescita demografica assai contenuta: nel 2016 la popolazione italiana era pari a 60.665.552 di residenti e sostanzialmente stabile dal 2014, mentre dieci anni prima si attestava a 58.064.214. 

Un pezzo di cemento impiega migliaia di anni per tornare suolo fertile. E il nostro piano regolatore non può più tornare indietro su ciò che è già stato costruito. 

Dunque, diventa davvero essenziale iniziare a richiedere a tutte le amministrazioni di mettere a disposizione dei cittadini i dati di un necessario censimento, da cui emerga quanti edifici (residenziali e produttivi) esistono in ogni Comune e quanti risultano vuoti/sfitti, come la campagna nazionale del “Forum Salviamo il Paesaggio” da anni sollecita a fare (www.salviamoilpaesaggio.it), indicando l’esempio del Comune milanese di Cassinetta di Lugagnano, primo municipio d’Italia a essersi dotato di un Piano Regolatore a “crescita zero”. Una scelta  che deriva dalla partecipata decisione di amministratori, tecnici e “semplici” cittadini, che ha portato l’intera comunità locale a scegliere collettivamente di azzerare la disponibilità comunale a ospitare nuove edificazioni e di dirigere, in alternativa, ogni sforzo al recupero del patrimonio già esistente. 

A Cassinetta di Lugagnano, come in centinaia di altri Comuni italiani, si sta scoprendo che (mediamente) il 30/40% dell’edilizia esistente è inutilizzata: abbiamo dunque bisogno di costruire nuovi edifici? 

Onde evitare che uno stop alle nuove costruzioni crei la paralisi di un comparto economicamente importante come quello edile, diciamo subito che, se ci fosse un piano nazionale orientato alla ristrutturazione energetica degli edifici, si stimolerebbe  occupazione per decenni e, contemporaneamente, si ridurrebbe l’import e il consumo di fonti derivanti dal petrolio. 

Ma una norma nazionale che contrasti il consumo di suolo nel nostro Paese non esiste ancora. In Parlamento “vaga” da anni un Disegno di Legge per il “contenimento” del consumo di suolo agricolo, ma difficilmente questa norma (se mai verrà approvata) potrà davvero contribuire a risolvere un problema che dovrebbe costituire, invece, un'autentica emergenza nazionale. Il Forum Salviamo il Paesaggio sta elaborando una proposta di legge popolare, da sottoporre a tutte le forze sociali, economiche e politiche, affinché possa essere utilizzata come testo di riferimento per improcrastinabili lavori parlamentari tesi a dotare il nostro Paese di una chiara, inequivocabile, costruttiva norma a tutela di tutti i suoli ancora liberi (e non solo quelli agricoli).

E se fossimo capaci di leggere bene ciò che la nostra Costituzione repubblicana afferma, scopriremmo che quell'enorme stock di abitazioni inutilizzate e di terreni abbandonati da soggetti privati in realtà dovrebbe ritornare alla proprietà collettiva. «Articolo 42: la proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati. La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti». 

Allo scopo di assicurarne la funzione sociale… Qual è la funzione sociale di un terreno agricolo abbandonato? E di un immobile costruito e vuoto, sfitto, non utilizzato? Dove inizia il diritto di una persona e quello della collettività?

I Comuni di Napoli e di San Giorgio di Pesaro hanno già iniziato ad approvare delibere che indirizzano i proprietari a ripristinare quella "funzione sociale" interrotta e si preparano, in caso di rifiuto, a imprimere all’immobile (o al terreno) una destinazione d’uso pubblica ai fini della conseguente acquisizione al patrimonio dell’Ente.

La proprietà privata è garantita dalla Costituzione. Ma è subordinata alla prevalenza dell’utilità e della “funzione sociale della proprietà” sull’interesse privato...

 

Sovranità alimentare e “scippo di terre” 

Il Ministero per le Politiche Agricole ci ricorda che il nostro Paese è in grado, oggi, di produrre appena l’80% del proprio fabbisogno primario alimentare. Significa che se, improvvisamente, non avessimo più la possibilità di importare cibo dall’estero, su ogni cento italiani ben venti rimarrebbero digiuni.

E questa nostra dipendenza dagli altri dovrebbe preoccuparci non poco, se pensiamo a quanto sta accadendo nel mondo: grandi estensioni di terre fertili vengono acquisite dagli Stati ricchi, mentre il petrolio e i suoi derivati risultano in perenne altalena. 

Milioni di ettari di terre coltivate vengono perdute ogni anno - una superficie stimata pari al doppio dell'intera Spagna - sotto la spinta della degradazione progressiva dell'ambiente naturale, dell'industrializzazione e dell'urbanizzazione, con conseguenze drammatiche per centinaia di milioni di agricoltori, di pescatori, di popoli indigeni condotti alla fame dall'esproprio del loro diritto alla terra, spinti verso suoli aridi, montagnosi o privi di possibilità di irrigazione. 

Il “Land grabbing” (letteralmente “scippo di terre”) ad opera di multinazionali e Fondi d'investimento internazionali, ai danni soprattutto dell'Africa, sta decollando a livelli epocali imponendosi come la riedizione di una forma di colonialismo di stampo settecentesco. 

Vengono acquisite porzioni di territorio grandi come intere nazioni, con tutto ciò che contengono, incluse le inconsapevoli popolazioni che le abitano dalla notte dei tempi, ponendo le basi per uno sfratto massivo di indigeni dalle loro terre o, peggio, per l'instaurazione di una moderna servitù della gleba. 

Molti governi sono interessati a impadronirsi delle terre principalmente per proteggere la propria sicurezza alimentare, assicurandosi all'estero l'approvvigionamento di beni fondamentali e riducendo la dipendenza eccessiva dalle importazioni. I Paesi più ricchi si sono scoperti poveri di terre fertili! 

Secondo il Grantham Centre for Sustainable Futures dell’Università di Sheffield, il nostro Pianeta ha già perso il 33% del suo terreno coltivabile negli ultimi 40 anni, a un tasso che supera il ritmo dei processi naturali in grado di sostituire il suolo consumato. 

E le terre emerse rappresentano solo il 30% della superficie terrestre, di cui le aree “sfruttabili” per la coltivazione in maniera naturale (cioè senza impianti idrici o di drenaggio artificiali) sono appena l’11%.

Il nostro Paese avrà presto bisogno di ogni metro quadro di terreno agricolo. Ma troverà soprattutto cemento e asfalto… 

* Alesandro Mortarino, giornalista e divulgatore di pratiche di “altra economia”, è tra i fondatori del Movimento nazionale Stop al Consumo di Territorio (www.stopalconsumoditerritorio.it) e del Forum nazionale Salviamo il Paesaggio (www.salviamoilpaesaggio.it)

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