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“Ero straniero”: al via la campagna sui migranti per cambiare cultura e politica

“Ero straniero”: al via la campagna sui migranti per cambiare cultura e politica

Tratto da: Adista Notizie n° 16 del 29/04/2017
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38927 ROMA-ADISTA. Puntare su una buona integrazione e sull'occupazione, superare la Legge Bossi-Fini e, con essa, le tante “occasioni” che il nostro Paese offre ai cittadini stranieri per scivolare nell'irregolarità. E, parallelamente, promuovere nell'opinione pubblica una conoscenza più corretta e “umana” del fenomeno migratorio. Questi gli obiettivi della campagna “Ero straniero - L'umanità che fa bene”, presentata il 12 aprile scorso mediante una conferenza stampa ospitata dalla Commissione per i Diritti umani del Senato, presso la Sala “Caduti di Nassirya” di Palazzo Madama. L'iniziativa – alla quale aderiscono, tra gli altri, Fondazione Casa della Carità di Milano, Radicali italiani, Comunità di Sant'Egidio, Caritas Italiana, Fondazione Migrantes della Cei, Pax Christi, Acli, Arci, Asgi (Associazione per gli Studi Giuridici sull'Immigrazione), Centro Astalli, Cnca (Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza), A Buon Diritto, Cild (Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili) e una sessantina di sindaci – lancia una raccolta firme (con l'obiettivo delle 50mila sottoscrizioni in sei mesi) per presentare in Parlamento una proposta di legge di iniziativa popolare composta di 8 articoli che andrebbero a rinnovare il quadro normativo che tocca la vita dei circa 5 milioni di migranti regolarmente soggiornanti in Italia.

La campagna “Ero straniero - L'umanità che fa bene”, ha sottolineato Emma Bonino, la quale ha introdotto e moderato la conferenza stampa, intende «superare la Bossi-Fini e vincere la sfida dell'immigrazione puntando su accoglienza, lavoro, inclusione, integrazione». I soggetti coinvolti, ha aggiunto don Virginio Colmegna (presidente della fondazione Casa della Carità di Milano), provengono da tradizioni politiche e culturali anche molto distanti, sono amministratori e organismi della società civile organizzata che compongono lo «straordinario patrimonio di accoglienza di questo Paese», diffuso e quotidianamente impegnato nonostante la scarsa valorizzazione e il rischio di scomparire dall'immaginario collettivo a causa della cattiva politica e di un'informazione più attenta ad amplificare le problematicità del fenomeno migratorio o i casi di cronaca negativa. A tal proposito, don Colmegna sottolinea l'importanza di superare, nell'opinione pubblica, «il distacco tra realtà e percezione, spesso attanagliata dalla paura». «Cambiare la narrazione» è dunque un obiettivo fondamentale di questa campagna, anche per dare giusto valore alle pratiche di accoglienza di Comuni e associazioni che, oltre a gestire il fenomeno, sono anche promotori di una buona cultura, una “umanità che fa bene”, non più fondata su paure e steccati, ma sulla coesione sociale e sulla comune cittadinanza, la quale nasce dall'incontro tra culture diverse che si ritrovano insieme per creare legami di solidarietà.

A Giulia Perin dell'Asgi (consulente legale ed esperta di lavoro dei migranti) è toccato delineare gli elementi cardine della legge di iniziativa popolare. Da una ventina d'anni a questa parte, ha subito chiarito, lo spazio di manovra del legislatore italiano si è ristretto notevolmente e oggi molti ambiti della vita del Paese sono regolamentati a livello europeo. Uno spazio di manovra, tuttavia, dove cioè non c'è stato un accordo univoco a livello europeo ed ogni Stato può quindi organizzarsi liberamente, resta sull'immigrazione regolare per motivi di lavoro, ed è lì che questa legge intende operare.

Primo obiettivo, spiega, è superare la «“finzione” del diritto dell'immigrazione nel nostro sistema giuridico»: oggi uno straniero che intenda entrare in Italia per motivi di lavoro, chiarisce Perin, «deve di fatto essere già qui presente, trovare un datore di lavoro che poi farà una domanda il giorno in cui ci saranno le quote d'ingresso, e questo permetterà allo straniero di tornare nel proprio Paese per chiedere un visto d'ingresso». La “finzione”, conclude Perin, sta nell'ipotizzare un incontro tra domanda e offerta di lavoro all'estero, che palesemente non esiste ma che potrebbe essere incentivato grazie alla rete di Onlus e mediatori qualificati già radicati all'estero.

Molti altri i punti di forza di questa legge, spesso mutuati dai sistemi giuridici di altri Paesi europei: ripristina il meccanismo dello “sponsor”, «abolito nel corso del tempo ma che aveva dato una buona prova di sé»; introduce «la possibilità della regolarizzazione degli stranieri che dimostrino di essere ormai radicati socialmente nel territorio italiano», persone presenti stabilmente sul territorio nazionale da 10 o 20 anni, che qui vogliono restare, «ma che a un certo punto della loro vita hanno perso il loro permesso di soggiorno»; riconosce – come accadeva fino alla Bossi-Fini – il diritto dei migranti che intendono tornare nel loro Paese d'origine di ritirare la quasi totalità dei contributi previdenziali versati in Italia per poterli sfruttare in investimenti, risparmio o in qualche piccola attività.

Se presentata e poi approvata, questa normativa punterebbe poi, anche in ottemperanza alle numerose sollecitazioni della Corte Costituzionale, a sanare la disuguaglianza di fatto tra soggiornanti e lungo-soggiornanti in termini di accesso all'assistenza socio-sanitaria, sempre combattuta in via giudiziale ma non ancora riconosciuta in via legislativa. Infine, non da ultimo, la nuova legge riconoscerebbe ai migranti lungo-soggiornanti il diritto di partecipare all'elettorato attivo e passivo a livello locale. «La proposta di legge – conclude Perin – risolverebbe alcune delle problematiche che noi, come associazioni, tocchiamo con mano ogni giorno e che impediscono un'integrazione effettiva dello straniero creando irregolarità».

Secondo Filippo Miraglia (responsabile nazionale delle politiche sull'immigrazione dell’Arci), è giunto il momento di «cambiare registro, perché in questi anni abbiamo assistito ad un “riformismo negativo”, cioè tutte le volte che si è modificata la legge sull'immigrazione, la si è modificata per peggiorare la condizione degli stranieri». La responsabilità politica è grave perché dimostra le difficoltà della classe dirigente a legiferare indipendentemente dai mal di pancia dell'elettorato: secondo Miraglia, «purtroppo, la rappresentazione che il Paese ha del tema dell'immigrazione non ha consentito in questi anni un riformismo positivo che andasse nella direzione del riconoscimento dei diritti, dell'allargamento dello spazio della democrazia». Emblematico il caso della legge sulla cittadinanza, già amputata rispetto alla proposta delle associazioni afferenti alla campagna “L'Italia sono anch'io”, che ancora giace in Senato, mentre «un milione di ragazzi e ragazze di origine straniera aspettano che venga approvato».

Antonio Russo (responsabile nazionale per le politiche sociali delle Acli) ha centrato il suo intervento sul problema della “narrazione” a mezzo stampa del fenomeno migratorio in Italia: «Chiediamo aiuto ai giornalisti qui presenti, perché spesso i media hanno restituito un'immagine sbagliata dell'immigrazione. Nessuno dice, per esempio, che in questo Paese ci sono 5milioni di cittadini stranieri regolari, un milione di bambini e di giovani, cittadini di fatto ma non di diritto». Il quadro normativo per la regolamentazione dei flussi regolari è «schizofrenico» e penalizzante per gli stranieri, e il Parlamento «non riesce ad interpretare questa fase e a fare le riforme necessarie». Ecco spiegata, conclude, anche l'adesione delle Acli alla campagna, sebbene l'associazione non sia «affezionata a queste forme di democrazia diretta».

L'incapacità politica di offrire risposte al cambiamento in atto, ha poi aggiunto p. Camillo Ripamonti (presidente del Centro Astalli), «sta portando ad un indebolimento dell'istituto della protezione internazionale, quando in alcuni casi non lo sta snaturando», come dimostra la recente approvazione del decreto Minniti che abolisce il secondo grado di giudizio per i migranti, e inoltre «si sta creando un grande numero di irregolari in Italia». Il «cambiamento culturale» nell'elettorato, che questa campagna si propone, è dunque un passaggio indispensabile, «così forse la politica non avrà più alibi». 

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