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Per un'economia ispirata al senso del limite

Per un'economia ispirata al senso del limite

Tratto da: Adista Documenti n° 44 del 23/12/2017

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Negli anni Novanta, un libretto scritto dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo destò l'attenzione dei consumatori più sensibili perché metteva in evidenza quanto sia grande la nostra complicità con le imprese, in particolare le multinazionali, che con le loro scelte mantengono nella povertà milioni di famiglie e provocano al pianeta danni irreparabili. Quel libretto si intitolava Lettera a un consumatore del Nord ed evidenziava come, dietro a prodotti come caffè, tè, cacao, ma anche t-shirt, palloni, giocattoli, si nascondesse sfruttamento umano e ambientale, fino ad arrivare alla schiavitù e al sovvertimento di fondamentali equilibri ambientali. Nel contempo quel libretto non si limitava a raccontare i misfatti delle imprese, ma indicava vie concrete per trasformare il consumo da strumento di complicità con gli oppressori a strumento di liberazione degli oppressi.

Il voto col portafoglio

Inizialmente gli strumenti individuati erano il commercio equo e solidale e il boicottaggio. Il primo basato sul principio di togliere clienti al sistema ingiusto attirando i consumatori su pratiche commerciali positive; il secondo basato sul principio di far morire di asfissia le imprese particolarmente riprovevoli chiedendo a fornitori, banche e naturalmente consumatori di recidere con loro ogni rapporto finché non avessero cambiato i loro comportamenti deprecabili.

Il boicottaggio è un ottimo strumento a disposizione del consumatore per far valere la sua volontà. Ma, quando la scorrettezza è dilagante, oltre ad indicare le ditte da boicottare, al consumatore va anche fornita una lista delle ditte da premiare, per consentirgli di fare i suoi acquisti senza calpestare i propri principi politici, sociali, ambientali e morali. Su questa constatazione è maturata l'idea che la nostra responsabilità di consumatori non può limitarsi a boicottaggi occasionali per campagne specifiche, ma deve esercitarsi giorno per giorno attraverso il consumo critico, che consiste nel fare la spesa utilizzando come criteri di scelta non più solo il prezzo e la qualità dei prodotti, ma anche la loro storia sociale e ambientale, nonché il comportamento più generale delle imprese. Alla lunga le imprese capiscono quali sono i comportamenti graditi dai consumatori e vi si adeguano, instaurando fra loro una nuova forma di concorrenza, basata sulle scelte sociali e ambientali. È il famoso voto col portafoglio, attraverso il quale la politica si fa ogni momento della vita: al supermercato, in banca, sul posto di lavoro, all'edicola, in cucina, nel tempo libero, quando ci si sposa.

Scegliendo cosa leggere, come, cosa e quanto consumare, da chi comprare, come viaggiare, a chi affidare i nostri risparmi, rafforziamo un modello economico sostenibile o di saccheggio, sosteniamo imprese responsabili o vampiresche, contribuiamo a costruire la democrazia o a demolirla, sosteniamo un'economia solidale e dei diritti o un'economia di sopraffazione reciproca. In effetti la società è il risultato di regole e di comportamenti: se tutti ci comportassimo in maniera consapevole, responsabile, equa, solidale, sobria, non solo daremmo un altro volto al nostro mondo, ma obbligheremmo il sistema a cambiare anche le sue regole, perché nessun potere riesce a sopravvivere di fronte a una massa che pensa e fa trionfare la coerenza sulla codardia, il quieto vivere, le piccole avidità del momento.

Gli effetti del consumo critico

Ovviamente per poter scegliere servono le informazioni, ma in Italia chi dà le informazioni ai consumatori? Constatato che non c’era nessuno, il Centro Nuovo Modello di Sviluppo decise di sobbarcarsi questo peso e già nel 1995 pubblicò la prima Guida al consumo critico, che conteneva schede su un centinaio di imprese che incontriamo più comunemente al supermercato. La guida ha avuto grande successo, ma la difficoltà che sta incontrando è la mancanza di un soggetto forte intenzionato a raccogliere informazioni sulle imprese e passarle gratuitamente ai consumatori. Il Centro Nuovo Modello di Sviluppo lo ha fatto per vari anni, ma non ha la forza sufficiente per continuare a farlo da solo. Purtroppo vari tentativi di coinvolgere altri soggetti sensibili alla tematica non hanno prodotto risultati concreti e oggi c’è il rischio che il consumo critico subisca una battuta d’arresto a causa della mancanza di informazioni.

Sarebbe un vero peccato, perché varie iniziative dimostrano che il consumo critico attuato in grande stile produce effetti importanti. Potrebbe valere come esempio il caso dell’olio di palma che per molti anni ci è stato imposto in ogni prodotto alimentare, ignorando che nei luoghi di produzione, ad esempio l’Indonesia, la sua coltivazione avviene spesso a spese della foresta pluviale, che è data alle fiamme con enorme produzione di anidride carbonica. L’olio di palma continua a essere ammesso, ma la sua presenza va segnalata in etichetta e molte aziende hanno preferito eliminarlo dai propri prodotti considerando l’opposizione di molti consumatori.

Intanto si sono sviluppati i gruppi di acquisto solidale (GAS), nati come gruppi di famiglie che si uniscono con l’intento di garantirsi prodotti sani, sostenibili, socialmente responsabili, a prezzo accessibile, acquistati dai produttori locali per evitare imballaggi, risparmiare energia, sostenere l’economia locale, sviluppare forme commerciali basate sulla relazione. Il primo gruppo d’acquisto nacque nel 1994 a Fidenza e oggi sono nell’ordine del migliaio, diffusi in tutta Italia, ciascuno con le sue caratteristiche. Alcuni, assimilabili a minicooperative di consumo, sono formati da persone prevalentemente interessate ad ottenere prodotti genuini. Altri, più politicizzati, hanno l’intento di sostenere iniziative ad alto valore sociale. Un esempio sono i GAS che sostengono SfruttaZero, un progetto di produzione e distribuzione agricola alternativa libera da sfruttamento del lavoro, promossa dall'associazione leccese “Diritti a Sud”, impegnata sul terreno dell'accoglienza, della legalità e del senso di comunità. Il Progetto SfruttaZero, nato nel 2015, è sviluppato in rete con Associazione Solidaria (Bari) e Fuori dal Ghetto (Venosa). Produce passata di pomodoro, olio e confettura di uva, e vende su tutto il territorio nazionale, in fiere locali e attraverso gruppi di acquisto.

Sulla scorta dell’esperienza delle reti di economia solidale che si sono sviluppate in Brasile sotto l’impulso di Euclides Manche, alcuni GAS hanno deciso di far evolvere la loro iniziativa verso un progetto più ambizioso: la costruzione di distretti di economia solidale. Di tessuti economici, cioè, che, pur essendo basati sullo scambio, si richiamano a principi diversi da quelli capitalistici: la solidarietà invece della concorrenza, l’inclusione invece dell’efficienza tout court, il rispetto invece dello sfruttamento, la sostenibilità invece del saccheggio. Tentativi in questa direzione si stanno portando avanti in Lombardia, in Toscana, in Emilia, nelle Marche, non senza difficoltà, più per la carenza di produttori con tale orientamento che per la mancanza di consumatori responsabili.

L’idea dei distretti di economia solidale, al pari del commercio equo e solidale, è di avviare un processo di cambiamento per sostituzione, piuttosto che per rivoluzione. Un po’ come successe nel medioevo, quando il feudalesimo cadde non per via di una rivoluzione all’interno dei castelli, ma perché qualcuno cominciò a uscire dal castello e a far nascere i borghi, che piano piano crebbero così tanto da scalzare i castelli. In effetti i distretti di economia solidale sono un tentativo di crescita di economia alternativa attraverso l’invito rivolto a tutti i suoi componenti di privilegiare i rapporti fra soggetti appartenenti al patto di solidarietà, in modo da rafforzarsi a vicenda e da sottrarre risorse al sistema dominante, convogliandole nel circuito alternativo. Il che succede ogni volta che un produttore che ha bisogno di semilavorati si rivolge a un altro produttore del distretto, piuttosto che a un’azienda commerciale qualsiasi; quando un consumatore si rivolge a un produttore della rete piuttosto che a un supermercato; quando un risparmiatore affida i propri risparmi a una realtà finanziaria nata con lo scopo di sostenere i produttori solidali piuttosto che alla grande macchina capitalista. Dal che si capisce che un distretto di economia solidale riesce a svolgere la propria funzione solo se alla rete aderiscono quanti più soggetti possibile, non solo produttori e consumatori, ma anche strutture finanziarie e di servizi. Se il tentativo riuscirà non è dato saperlo, ma, in un tempo in cui il pensiero neoliberista è sostenuto dalla politica, dai mass media e dalla scuola stessa, ogni esperienza di tipo diverso è di fondamentale importanza per testimoniare che pratiche alternative esistono e sono percorribili.

Verso un consumo responsabile

Quando pubblicammo la prima edizione della Guida al consumo critico, a metà degli anni Novanta, l’attenzione era concentrata sulle imprese. L’intento era di modificare i loro comportamenti sui temi che all’epoca erano ritenuti più urgenti: squilibri Nord-Sud, diritti dei lavoratori, corsa agli armamenti. Oggi il ventaglio delle emergenze si è allargato ad altri temi, comprendendo la crisi delle risorse, l’eccesso dei rifiuti, l’esproprio dei beni comuni. Per questo l’atteggiamento critico deve essere esteso fino a mettere in discussione l’intero stile di vita. Bisogna passare dal consumo critico al consumo responsabile, in cui la sobrietà faccia da sfondo a ogni scelta. Non disinnescheremo mai la bomba sociale e la bomba ambientale su cui il pianeta è seduto finché noi, gli opulenti, non accetteremo di consumare meno auto, meno luce, meno gas, meno acqua, meno cibo, meno vestiario, meno carta. Consumare meno è indispensabile per lasciare ai nostri figli un pianeta vivibile e consentire agli esclusi di risalire rapidamente la china. Non dimentichiamo che tre miliardi di persone non hanno ancora conosciuto il gusto della dignità umana. Essi hanno il diritto di mangiare di più, vestirsi di più, curarsi di più, studiare di più, viaggiare di più. Ma potranno farlo solo se i benestanti accettano di consumare meno, perché comincia a esserci competizione per le risorse scarse. C’è competizione per il petrolio per il quale siamo tornati a fare le guerre. C’è competizione per l’acqua, per i pesci, per le foreste, per i minerali e naturalmente c’è competizione per gli spazi destinati ai rifiuti. I cambiamenti climatici in atto ci ricordano che, se vogliamo salvare questo pianeta, dobbiamo ridurre le emissioni di anidride carbonica dell'80%.

Non si può più parlare di giustizia senza tenere conto della sostenibilità, e l'unico modo per coniugare equità e sostenibilità è che i ricchi si convertano alla sobrietà. Ossia a uno stile di vita, personale e collettivo, più parsimonioso, più pulito, più lento, più inserito nei cicli naturali, nella consapevolezza che la civiltà, nel vero senso della parola, non consiste nella moltiplicazione dei bisogni, ma nella capacità di ridurli. In questa direzione, diventa fondamentale il passaggio da consumatori a “prosumatori”, a persone, cioè, che sono al tempo stesso produttori e consumatori, come avviene quando consumiamo energia elettrica prodotta dai nostri pannelli solari, quando aderiamo a un orto sociale, quando partecipiamo a una banca del tempo, quando pratichiamo le mille forme di sharing economy favorite dalle piattaforme digitali.

Dal consumo critico a un altro modello di società

Varie esperienze personali e di gruppo dimostrano che la sobrietà è possibile ed è liberante, ma solleva interrogativi sui suoi risvolti sociali. In primo luogo l’occupazione. Se consumiamo di meno, come creeremo nuovi posti di lavoro? E poi i servizi pubblici. Se produciamo di meno, e quindi guadagniamo di meno, chi fornirà allo Stato i soldi per garantirci istruzione, sanità, viabilità, trasporti pubblici? Domande legittime di chi non ha conosciuto altro sistema all’infuori di questo. Il che dimostra che ormai non basta più comportarsi correttamente sul piano personale, o partecipare a piccole esperienze di economia alternativa. Bisogna occupare anche lo spazio della politica, per fare cambiare le regole in maniera da progettare altri modelli di società.

Serve un’altra economia, ispirata al senso del limite, capace di coniugare sobrietà con piena occupazione e garanzia dei bisogni fondamentali per tutti. Serve un’altra economia che ci metta al riparo da paure e incertezze, dal timore delle guerre e delle crisi economiche, dall’angoscia della disoccupazione e del collasso ambientale. Serve un’economia che non faccia i conti solo col denaro, ma soprattutto con la felicità, la dignità, le risorse limitate del pianeta, la fragilità dell’aria e dei mari, l’esigenza di pace e di giustizia. Serve una nuova economia che non parta dalle formule, ma dai bisogni, non solo quelli materiali, ma anche quelli affettivi, sociali, ambientali, perché non di sola automobile vive l’essere umano.

La soluzione è cambiare prospettiva, assumendo la capacità di guardare l’economia con occhi nuovi. Non più quelli dei mercanti attenti solo ai soldi, alle vendite, all’accumulo, alla sopraffazione, ma quelli di persone capaci di anima che si preoccupano di garantire a tutti un’esistenza dignitosa, equa, pacifica. Gli indigeni dell’America Latina la chiamano economia del benvivere ed è più una filosofia di vita che una concezione economica. È la convinzione che la buona vita dipenda non tanto dalla ricchezza, quanto dalla fecondità della natura, da ritmi di vita sereni, dall’appagamento affettivo, dal sostegno comunitario; che la buona vita si costruisca con forti vincoli comunitari e un forte rispetto per l’ambiente; che solo in presenza di armonia, con se stessi,con gli altri, con la natura, esista vero benessere. Altrimenti c’è opulenza, abbondanza, lusso, ma non letizia.

* Allievo di Don Milani alla Scuola di Barbiana, Francesco Gesualdi è il coordinatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano (PI), un centro di di documentazione che si occupa di squilibri sociali e ambientali a livello internazionale. È autore di libri e articoli riguardanti il consumo critico e responsabile e la creazione di un nuovo modello di società.

Dipinto di Maximino Barredo Cerezo, per gentile concessione dell'autore

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