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Un linguaggio nuovo per la Buona Notizia di Gesù. La rilettura di Spong e di Lenaers

Un linguaggio nuovo per la Buona Notizia di Gesù. La rilettura di Spong e di Lenaers

Tratto da: Adista Documenti n° 1 del 13/01/2018

DOC-2887. ROMA-ADISTA. Una cosa è chiara: di Gesù di Nazareth non ci si stancherà mai di parlare. E di scrivere. Perché, se le religioni possono essere in crisi, lo straordinario modello di umanità che rappresenta la figura di Gesù è invece più vivo e attuale che mai, come mostrano i due libri su Gesù, appena usciti in Italia, scritti rispettivamente da John Shelby Spong e Roger Lenaers: il primo, quello del vescovo emerito della Chiesa episcopaliana, dal titolo La nascita di Gesù tra miti e ipotesi, curato da Ferdinando Sudati ed edito da Massari (pp. 192, 12 euro); il secondo, quello del gesuita belga, dal titolo Gesù di Nazaret. Uomo come noi?, edito da Gabrielli Editori (pp. 144, 16 euro), con prefazione sempre di Sudati. Entrambi accomunati dall’esigenza di riformulare la Buona Notizia di Gesù con parole e concetti adeguati al nuovo mondo in cui viviamo, nella consapevolezza che, se non lo faremo, quella buona notizia non riusciremo più a presentarla a nessuno. Perché, come evidenzia Sudati nell’introduzione al libro di Spong, è la stessa conoscenza scientifica moderna, «integralmente globalizzata e condivisa per la prima volta nella storia del mondo», a imporre il passaggio a un nuovo modello epistemologico, obbligando a «ripensare tutta l’eredità del passato, anche e soprattutto quella religiosa».

In realtà, se è vero, prosegue Sudati, che la religione, «avendo a che fare con il sacro, cioè con realtà e concetti ineffabili», non può in alcun modo prescindere dal linguaggio simbolico, il problema che si pone oggi ai credenti «non è tanto di sbarazzarsi dei miti, quanto di non prenderli alla lettera», riconoscendoli per quelli che sono, cioè come strumenti interpretativi che restano validi finché la cultura non trova «qualcosa di meglio».     

La nascita di Gesù 

E questo è tanto più evidente nel caso dei racconti sulla nascita di Gesù contenuti nei vangeli di Matteo e di Luca, che li presentano «in maniera molto diversa, con dati addirittura inconciliabili»: a livello di protagonisti – Matteo, da ebreo e uomo del suo tempo, mette in primo piano Giuseppe, capofamiglia e garante della discendenza davidica di Gesù; Luca, meno addentro alla cultura ebraica, dà il massimo risalto a Maria –; di genealogie – che coincidono solo in due o tre nomi e appaiono in ogni caso come genealogie ideali o simboliche –; di data e luogo di nascita – per Matteo il 5 o 6 a. C, sotto Erode il Grande, in una casa di Betlemme, dove sembra che Giuseppe e Maria già abitassero; per Luca il 6 o 7 d.C., all’epoca del censimento del governatore Publio Sulpicio Quirinio, in un alloggio di fortuna (ma per entrambi la nascita a Betlemme è in funzione dell’attribuzione a Gesù della discendenza davidica) –; come pure esistono differenze significative riguardo ai magi, alla persecuzione di Erode e alla fuga in Egitto. Racconti, questi, che non sono stati certo scritti come resoconti storici o come articoli di cronaca, ma il cui scopo, al contrario, è quello di offrirci un messaggio di fede in Gesù. È chiaro infatti che, come sottolinea Spong, «le stelle non solcano il cielo a una lentezza tale che uomini sapienti possano tenere il passo con loro», né gli angeli «irrompono dal cielo di mezzanotte per cantare ai pastori di collina»; come pure «le vergini non concepiscono tranne che nei miti» e «un uomo non porta la moglie, che è “grossa per il bambino”, a fare 94 miglia da Nazareth a Betlemme a dorso d’asino, in modo che il messia atteso possa nascere nella città di Davide». E se qualcuno, come suggerisce Sudati, potrebbe «lamentare anche solo – ma non è poco – l’attentato alla poesia del Natale», il libro di Spong offre però l’occasione «di acquisire una migliore conoscenza storica della figura di Gesù», invitando a non privarsi dell’afflato poetico, ma rinunciando a «far passare miti e leggende per storia».

Del resto – come spiega Spong rispondendo a una delle lettere ospitate nella rubrica settimanale del suo sito (johnshelbyspong. com), dal titolo Question &Answer email, ovvero «Domanda e risposta via e-mail» – una volta chiarito che gli autori dei racconti del Natale «non pensavano che le cose che scrivevano fossero un resoconto storico letterale», ma che «stavano interpretando il significato che avevano trovato in Gesù», nulla vieta di «tenere separata la fantasia dalla storia e poi entrare nell’immaginario festivo e goderselo»: «Sogni la pace sulla terra e la buona volontà tra gli uomini e le donne – scrive al suo lettore –, e poi si dedichi a realizzare quella visione. In questo modo capirà le intenzioni degli scrittori dei vangeli».   

Non solo “un uomo come noi”

Il nuovo paradigma culturale a cui va ricondotto il libro di Spong è anche quello in cui si muove il volume di Lenaers, che, come sottolinea Sudati nella prefazione, già nel titolo pone «l’interrogativo più serio, e perfino inquietante, che un credente possa sentir risuonare a suo riguardo: quello sulla sua divinità». Un libro, quello del gesuita, che non si propone di mettersi sulle tracce del Gesù storico, perché, spiega Lenaers, «sarebbe fatica sprecata», dal momento che quanto sappiamo di lui deriva sostanzialmente da quattro libretti scritti tra i settanta e i cento anni dopo la sua nascita, dopo diversi decenni di tradizione orale, «da ignoti seguaci, di carattere vagamente biografico ma senza essere vere e proprie biografie». Ma che mira a «liberare il nostro messaggio di fede su Gesù dalla mitologia che da tempo immemore si è intessuta su di lui e che preclude agli uomini e alle donne della modernità l’accesso alla sua figura ispiratrice». Una sfida non di poco conto considerando che, come nota Lenaers, «i capi della Chiesa non si fanno problemi a credere in un Gesù mitico, Dio in forma umana, e ancor meno se ne fanno i fedeli».

Tuttavia, precisa il gesuita, «dire addio al Gesù mitologico è solo metà del percorso». Perché «la mitologia intessuta man mano sulla persona di Gesù» non è in fondo altro che la rappresentazione premoderna «di quella profonda pienezza che i fedeli di allora percepivano in lui e a cui nella modernità – un’epoca che pensa e parla in tutt’altro modo – dobbiamo dare voce molto diversamente».

Ed è così che, nel suo libro, Lenaers si propone di svestire Gesù dei panni mitologici con cui è stato rivestito in epoca premoderna, in modo che il suo messaggio possa continuare a parlare agli uomini e alle donne della modernità. Così, per esempio, invitando ad abbandonare il «costrutto meramente mitologico» del sacrificio espiatorio – che ha senso solo se si ha a che fare con «un Moloch adirato e avido, di cui comprare la grazia con doni, preferibilmente di tipo cruento» – e a intendere Dio come «l’amore che dà vita a ogni cosa», il gesuita belga evidenzia come il peccato non possa apparire altro che «il rifiuto di lasciarsi guidare dall’amore, e quindi da Dio» e come «la risposta giusta a questo colpevole rifiuto» non possa venire dalla punizione e dall’espiazione, ma solo dalla conversione interiore. Non è un caso, spiega Lenaers, che la parabola del figlio prodigo non parli affatto di punizioni ed espiazioni: «L’unica cosa che Dio desidera è evidentemente che ci convertiamo. Non appena il figlio colpevole si converte, ha fine ogni sofferenza». Una conversione che solo Dio, «amore originario e creatore», può operare, comunicandosi tramite Gesù e rendendosi visibile nel suo agire e nel suo parlare». Gesù, cioè, «non fa che vivere l’amore, e poiché Dio ha infuso in noi il desiderio di vivere e quindi di amare, nella figura di Gesù riconosciamo ciò che la nostra natura cerca a tastoni». E dunque, «volgendoci a lui e facendo nostra la sua strada, si compie in noi la conversione che salva».

In questo senso, il libro di Lenaers si distingue dalle moderne biografie su Gesù, le quali fanno di lui, giustamente, un uomo come noi – anziché «un Dio-uomo mitologico» – ma a lui guardano anche come un uomo «del nostro stesso tipo umano provvisorio». Cosa che, per il teologo belga, «Gesù non è stato». Perché, conclude l’autore, allo stesso tempo, lui «non era soltanto un uomo come noi»: come indicano le immagini usate dagli evangelisti nel tentativo di «trasmettere la dimensione di mistero che si sentiva presente in lui», Gesù «parlava e agiva dimostrando un’intimità con il mistero originario che chiamiamo Dio così intensa rispetto al livello medio degli esseri umani da risultarci irraggiungibile».

Di seguito, alcuni stralci tratti dal libro di Spong – precisamente dall’appendice costituita da una selezione delle lettere a cui l’autore risponde (e che, come nota Sudati, assume di fatto la stessa importanza del testo principale) – e dal libro di Lenaers, tratti dal sesto e dal settimo capitolo.

Dipinto di Giorgione, Adorazione dei Pastori, olio su tavola (1500/1510 ca.), tratto da Wikimedia Commons, immagine originale e licenza

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