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Torino: sul caso dei tre preti indagati, Nosiglia rompe il silenzio

Torino: sul caso dei tre preti indagati, Nosiglia rompe il silenzio

TORINO-ADISTA. «Desidero aprirvi il mio cuore sulla vicenda a tutti nota, segnalata da un giornale e relativa a tre confratelli. Lo faccio anche a nome del Consiglio Episcopale». Così inizia la lettera che l'arcivescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia, ha indirizzato il 24 aprile al clero diocesano, in merito alla vicenda dei tre preti - don Salvatore Vitiello, don Damiano Cavallaro e don Luciano Tiso - indagati dalla Procura per abusi psicologici su alcune ragazze, candidate alla vita religiosa. Un caso che ha suscitato inquietudini e domande, nel clero e nel laicato, ma alle quali finora Nosiglia non aveva dato risposte.

«Al di là dei clamori che è facile sollevare sui mass media - premette Nosiglia - desidero informarvi direttamente e raccogliere la vostra opinione e valutazione sull’argomento, una volta conosciuto quanto è successo. Come sapete, occorre partire da fatti avvenuti ben sei anni fa». Fatti che riguardano «uno dei compiti più delicati del nostro ministero pastorale, come è la direzione spirituale, che tocca importanti aspetti di riservatezza e richiede un rispetto profondo della libertà di coscienza di ciascuno». Nosiglia prosegue dando però l'impressione di voler proteggere i tre preti, sottolineando, intanto, la maggiore età delle vittime e l'attenzione nella cura delle vocazioni: «Sono certo che quando un giovane o una giovane, anche maggiorenni – come erano queste ragazze coinvolte – ci chiede di accompagnarli sulla via del discernimento vocazionale, tutti voi mettete in pratica scrupolosamente queste attenzioni e di questo vi ringrazio. La fiducia che le famiglie e i giovani dimostrano verso di voi è una prova concreta della bontà del vostro lavoro». E poi quando mette l'accento sul fatto che «Queste situazioni sono ancora più delicate e difficili quando la famiglia non è favorevole ad accettare che un figlio o una figlia decidano di avviare un cammino verso il sacerdozio o la vita religiosa». Come se il conflitto nascesse dalla reazione scomposta di famiglie contrarie alla vocazione dei propri ragazzi. Insomma, Nosiglia sembra buttare il carico addosso alle famiglie; ma come appare nel caso di una delle ragazze la cui testimonianza è stata riportata da Francesco Antonioli su Repubblica (18/4), la famiglia non era contraria alla strada scelta dalla figlia, ma molto allarmata dalla manipolazione psicologica e dal controllo ossessivo esercitato dai preti, di cui la ragazza era vittima.

«Per questi motivi, quando alcune famiglie della nostra Diocesi mi hanno espresso le loro riserve sul cammino vocazionale delle loro figlie (vicenda di cui,

in quel momento, nel 2014, ignoravo ogni dettaglio) - prosegue l'arcivescovo - mi sono preoccupato di invitare i sacerdoti che li seguivano a non trascurare il rapporto di quelle ragazze con le proprie famiglie; ho anche incontrato le giovani stesse una a una, per rendermi conto della loro volontà di perseguire in modo autonomo e convinto la propria vocazione». Ma ancora una volta Nosiglia vuole appesantire il ruolo dei genitori: «Poiché però le famiglie insistevano, ho attivato una investigazione

canonica sulla situazione, raccogliendo per iscritto un’ampia documentazione sui fatti e sulle opinioni delle famiglie, delle ragazze, dei diversi sacerdoti che le conoscevano e degli stessi tre confratelli, che hanno inviato un ampio dossier». Dai documenti e dagli incontri, sarebbe uscito «un quadro molto preciso e particolareggiato; alcune conclusioni mi sono servite per scrivere una lettera ai tre confratelli in cui ponevo in rilievo le criticità emerse circa le modalità del discernimento e che insieme evidenziavano anche una loro totale mancanza di rapporto con il vescovo e il presbiterio. Quando le guide sono autoreferenziali

è purtroppo possibile che si sviluppino processi di scissione sia con l’ambiente familiare che comunitario ecclesiale». Come dire che, semmai, si poteva imputare ai tre preti la colpa di essersi isolati nelle loro iniziative. 

Segue la manifestazione della volontà di gestire la cosa al riparo da sguardi indiscreti, "in casa": «In questi giorni, molti di voi mi hanno espresso i loro sentimenti di piena solidarietà e vicinanza, manifestandomi la volontà di condividere insieme questa situazione, che va considerata allo stesso tempo come un’occasione per crescere ancora di più nella nostra collaborazione e unità del presbiterio. Giustamente, alcuni di voi mi hanno anche chiesto di intervenire non più solo con esortazioni e indicazioni, ma anche con concrete e specifiche decisioni, cosa che faremo, ma sempre in una prospettiva ecclesiale e dunque riservata e secondo le norme prescritte».

Prova poi a fare un mea culpa nientemeno che sui criteri di scelta dei sacerdoti, affermando che «questo avvenimento ci offre una sana e necessaria opportunità di riflettere sulla nostra pastorale relativa alla fase seminaristica degli aspiranti al sacerdozio, per non dover dipendere poi da preti di cui la Chiesa non ha bisogno e sui quali stentiamo a fare discernimento. Tanto più in vicende come questa, che affondano le radici in tempi lontani, ma i cui effetti continuano a pesare sulla nostra

situazione presente. Lo faremo in primo luogo a cominciare dal Consiglio presbiterale». Frase curiosa, se si pensa che, intervistati da Antonioli, i genitori di una delle ragazze si sono sentiti dire dallo stesso Nosiglia che forse i tre «agiscono male, ma io ho bisogno di preti».

Nosiglia conclude la sua missiva derubricando la vicenda, che poggia su una denuncia depositata in Procura, a poco più che un pettegolezzo: «Detto ciò, credo che nessuno di noi voglia farsi giudice di altri confratelli fidandosi solo di articoli di stampa o “opinioni” espresse sui social, ma verificando il tutto con serietà e verità», afferma. E dà la sua massima disponibilità a essere contattato dal clero diocesano, «dalle e-mail, alle lettere, alle telefonate o alle udienze», lanciando una stoccata finale alla stampa che si sta occupando della vicenda, quando dice che, in questi giorni difficili per tutti, i temi «della carità concreta verso ogni persona povera, malata o in difficoltà e dell’offrire speranza sono i temi che vorrei vedere anche sui giornali…». E invita serenamente a tornare al lavoro quotidiano. 

 

*Foto di Biessegierrecierre tratta da Wikimedia Commons, immagine originale e licenza

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