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A Pinerolo un'altra vittima dei tre preti torinesi accusati di abuso psicologico

A Pinerolo un'altra vittima dei tre preti torinesi accusati di abuso psicologico

PINEROLO-ADISTA. «Caro direttore, siamo una famiglia che è stata toccata sul vivo dal caso dei tre sacerdoti torinesi che “reclutavano” vocazioni e che ora sono indagati dalla Procura per abusi psicologici su alcune ragazze candidate alla vita religiosa»: mentre a Torino l’avvocata penalista e volontaria di Telefono Rosa Francesca Violante, che rappresenta una delle famiglie coinvolte, si sta coordinando con gli altri legali, emerge un nuovo caso, perfettamente sovrapponibile a quelli già denunciati il mese scorso da Francesco Antonioli sull’edizione torinese di Repubblica (v. Adista Notizie nn. 17, 18, 20/20). Questa volta, la protagonista è una ragazza della diocesi di Pinerolo, sottoposta alle stesse dinamiche, allo stesso percorso, alla stessa manipolazione esercitata da don Salvatore Vitiello, don Luciano Tiso e don Damiano Cavallaro su altre coetanee a Torino. A raccontarne la storia, dando un importante contributo, sono i suoi genitori, in una lettera al settimanale diocesano La vita pinerolese (25/5): una vicenda di sofferenza che colpisce per la specularità di situazioni e meccanismi, e che ha persino valicato i confini torinesi: «Sappiamo che queste persone si muovono anche nel pinerolese», spiegano i genitori.

«Quando li abbiamo conosciuti – racconta la famiglia della ragazza coinvolta, Giulia (il nome è di fantasia) – ci sono sembrati bravi sacerdoti. A un certo punto, però, uno di loro in particolare ha cominciato ad avere un atteggiamento investigativo e di controllo su di noi e su nostra figlia». Questo controllo ha fatto presa sulla ragazza, «semplice, solare, di fede, ma anche con un temperamento fragile. Lei cominciò a chiudersi sempre di più con noi. Si comportava in modo strano e faceva cose che abitualmente non avrebbe mai fatto», come «raccontare continuamente bugie». Un comportamento identico a quello vissuto da “Betta”, raccontato ad Adista dalla mamma (Adista Notizie n. 20/20): anche qui Giulia «ci diceva – spiegano i genitori – che i tre preti le avevano detto che non doveva sentirsi in colpa se si trattava di non dire a noi quello che loro le dicevano di fare. Non si trattava di menzogne ma di “restrizioni mentali” e per questo quelle bugie non erano peccato».

Comincia un periodo di frequentazione esclusiva di «persone indicate dai tre sacerdoti», una preghiera a orari rigidi «e in questo veniva controllata con costanti messaggi inviati sul cellulare e rimproverata se non li rispettava»; le conversazioni con i genitori venivano registrate e inviate al prete «il quale decideva come nostra figlia doveva comportarsi di conseguenza», così come pure i messaggi che lei riceveva.

Giulia cambia rapidamente, chiudendosi sempre di più e arrivando a considerare nemici i propri genitori. Non solo: venne costretta a lasciare il gruppo parrocchiale che frequentava perché «a detta dei tre preti, il sacerdote che li seguiva non era un buon sacerdote». Insomma: i tre «costrinsero Giulia a farsi terra bruciata intorno», e più si ritrovava sola, ovviamente, più si legava a loro «in modo morboso». Anche lei cominciò a usare un telefono segreto «con una linea riservata alle comunicazioni con il suo direttore spirituale il quale, temendo che potessimo requisire il telefono a nostra figlia, voleva garantirsi una linea di comunicazione diretta». Anche questa, una prassi già vista negli altri casi.

Un aspetto interessante della vicenda raccontata dai genitori di Giulia è quello economico: «Oltre all’obbedienza – spiegano – alle ragazze che entravano nella sfera di influenza dei tre sacerdoti veniva chiesto anche di versare il loro denaro in una “cassa vocazionale” per imparare a vivere in povertà», visto che nel frattempo erano riusciti a convincere Giulia «di avere una vocazione per la vita consacrata». E lei «versò lì una cospicua somma dei suoi risparmi».

Quando arrivò la notizia della decisione di entrare in convento, per i genitori fu un fulmine a ciel sereno perché «questa scelta strideva con il cambiamento del suo comportamento. Al contempo non la ostacolammo: abbiamo lasciato che facesse le sue scelte, pur non condividendole».

E così, anche Giulia è entrata in convento. Ma per i genitori è una sofferenza constatare, quando la incontrano, che «benché lontana da quei sacerdoti, non ha ancora recuperato il suo sorriso, il suo sguardo limpido. È terribile – osservano i genitori – ma sia a noi che ad altri che vanno a trovarla sembra che stia recitando un ruolo che impedisce alla vera Giulia di esprimersi in pieno, di essere la lei di sempre. Noi preghiamo perché capisca se è davvero quella la sua strada», ma certo «non era libera quando è entrata lì».

 

* Foto di Francofranco56 tratta da Wikimedia Commons, immagine originale e licenza

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