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Il caso dei tre preti torinesi: una

Il caso dei tre preti torinesi: una "task force" per ricevere segnalazioni. Intervista alla teologa Laura Verrani

TORINO-ADISTA. Si sta sempre più strutturando la rete in difesa delle vittime dei tre preti tradizionalisti torinesi don Salvatore Vitiello, don Luciano Tiso e don Damiano Cavallaro, protagonisti di un'azione di reclutamento forzato di giovani, ragazzi e ragazze, spinti alla vita religiosa e sacerdotale. Il pool di avvocati delle famiglie coinvolte ha infatti promosso la creazione di una casella di posta elettronica, vocazioniforzate@gmail.com, attivata a Torino con lo scopo di offrire un punto di riferimento per chiunque volesse dare informazioni o segnalare esperienze o storie ancora sommerse. A gestirla è una task force di cui fanno parte la teologa Laura Verrani (autrice di una pungente lettera al settimanale diocesano di Torino La voce e il tempo, reticente sull’intera questione, che non è mai stata pubblicata), l’avvocato Marinella Aseglio Gianinet, già Commissario della Polizia di Stato, specializzata nella difesa delle donne vittime di violenza, la psicologa Paola Libanoro Raineri, psicologa, responsabile europea, insieme al marito, di “Incontro Matrimoniale”, espressione italiana di Worldwide Marriage Encounter (WWME).  A Laura Verrani abbiamo posto alcune domande.

 

La diocesi torinese finora, a livello istituzionale, è apparsa abbastanza latitante sul caso delle vocazioni forzate. La vostra iniziativa, la creazione di una mail alla quale scrivere per ricevere aiuto o segnalare casi certamente riempie un vuoto di attenzione e accoglienza. Qual è il vostro obiettivo, a chi vi rivolgete e cosa offrite?

L’iniziativa della mail in realtà non è nostra ma degli avvocati che rappresentano alcune famiglie coinvolte nel caso delle «vocazioni forzate». A noi è stato chiesto di seguire questa casella per interagire con le persone che scriveranno. Siamo soprattutto una presenza per chi, in questa vicenda, cerca un interlocutore, qualcuno a cui far pervenire il proprio vissuto. In questo primo momento stiamo raccogliendo le informazioni e le testimonianze, per poi capire come agire in modo specifico. In qualche caso potrebbe essere utile, se le persone che scrivono sono d’accordo, metterle in contatto con gli avvocati che già seguono i casi; in altri potrebbe essere opportuno aiutare le persone a fare rete, facendole conoscere tra loro. Penso che strada facendo si delineeranno i percorsi possibili. Intanto crediamo sia importante «esserci», come segno, soprattutto per chi vive all’interno della realtà ecclesiale, perché si comprenda che quanto sta accadendo non riguarda solo chi è direttamente coinvolto, ma la Chiesa stessa, noi che ne facciamo parte e non possiamo reagire con indifferenza di fronte a vicende come questa, perché crediamo fermamente che «se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme».

Avete ricevuto una qualche sorta di feedback o di reazione da parte della gerarchia diocesana?

Veramente no…

E da parte dei tre preti? Avete avuto qualche contatto con loro? Avete la percezione che altri, magari in modo meno visibile, siano coinvolti nel «reclutamento» di candidate alla vita religiosa?

Non abbiamo mai avuto contatti con loro né ci risulta che, a partire dall’uscita dei primi articoli su Repubblica, abbiano cercato apertamente il confronto con qualcuno. C’è stata solo la lettera che hanno inviato alle persone che conoscono, che conteneva tutte le indicazioni perché scrivessero al vescovo in loro difesa.

Altre persone coinvolte? È possibile, anzi, qualcuno certamente c’è: famiglie benestanti che li sovvenzionano, simpatizzanti; sappiamo anche di un insegnante di religione che promuove i contatti tra i propri allievi e i tre. Quindi sì, certamente altre persone ci sono, magari del tutto in buona fede. Quella che a me invece non sembra buona fede, e che credo dovrebbe emergere al pari della responsabilità dei tre, è la complicità di comunità religiose che accolgono vocazioni in questo modo, senza discernimento, senza cammino, senza che trascorra neanche un tempo congruo di conoscenza reciproca tra le ragazze e le comunità in cui dovranno entrare.

Come in molti casi di movimenti e associazioni con derive settarie, esiste un controllo ferreo sulla vita delle vittime. Avete già potuto cogliere qualche frutto? All’indirizzo mail che avete creato sono già arrivati messaggi, storie finora sommerse?

I primi messaggi in realtà sono arrivati prima ancora che la mail esistesse, non appena sono usciti gli articoli, indirizzati a Francesco Antonioli, autore dell’inchiesta, e all’avvocato Francesca Violante. Sono testimonianze che confermano in tutto il quadro descritto negli articoli pubblicati. Provengono soprattutto dai famigliari (genitori, fratelli, sorelle) o amici, ma mai dalle ragazze stesse. Dubito che ci saranno ragazze coinvolte che scrivano, proprio per la soggezione in cui sono tenute e per il controllo capillare esercitato su di loro. Da quando c’è la mail è arrivata qualche altra segnalazione in merito, ma stanno anche scrivendo persone che vivono nelle proprie parrocchie storie che di per sé non sono collegate ai tre preti, ma che si assomigliano relativamente allo stile ecclesiale imposto. Sono storie di sofferenze di uomini e donne seguiti pastoralmente da preti ultraconservatori che, appena si insediano in una comunità parrocchiale, la trasformano in toto in senso decisamente anticonciliare, esprimendo un potere assoluto nei confronti di chiunque, negando di fatto la dignità battesimale dei credenti, cui invece il concilio Vaticano II aveva riconosciuto la corresponsabilità nella missione della Chiesa. In tutti questi casi, compresi quelli di Vitiello e compagni, è sottesa una precisa ecclesiologia, in cui il prete è il «cristiano di serie A» e a tutti gli altri non resta che inchinarsi. È un clericalismo che sfocia nell’ abuso, più o meno velato, più o meno grave, a seconda dei casi.

Finora è emerso per lo più il versante femminile del caso. Che percezione avete di quello maschile, dei ragazzi che vengono spinti a scegliere il sacerdozio? Perché non è emerso allo stesso modo?

Sappiamo meno della situazione dei ragazzi, ma il poco che emerge non sembra incoraggiante. Sappiamo che alcuni ragazzi avviati alla vita religiosa o clericale sono stranieri e questo potrebbe essere uno dei motivi per cui queste storie faticano ad emergere. Credo però ci sia anche un’altra causa, dovuta alla diversa condizione delle religiose in genere rispetto ai «colleghi» maschi. Una situazione di subordinazione e di soggezione, cui più facilmente sono ancora indotte le suore, può essere più facilmente colta dalle famiglie delle ragazze, mentre la vita religiosa – o clericale – maschile gode di solito di una maggiore libertà e dunque un abuso psicologico può essere più difficile da rilevare da parte dei famigliari. Inoltre per gli uomini c’è l’aspetto del potere che si acquisisce nella Chiesa diventando sacerdoti e questo può appannare la vista a chiunque.

Avete tracciato un profilo-tipo delle vittime? Quali caratteristiche psicologiche e umane le accomunano? Si può parlare di una «caccia selettiva» da parte dei preti coinvolti?

Non abbiamo ancora un quadro così completo da tracciare un profilo. In alcuni casi parrebbe evidente una certa fragilità psicologica, unita al bisogno di trovare un appoggio sicuro. Non so se si possa parlare di «caccia selettiva», ma credo ci sia un certo «istinto selettivo», forse neanche del tutto consapevole. Nel senso che, come accade anche nelle dinamiche che si verificano nelle coppie in cui le donne subiscono violenza, fisica o psicologica, il «predatore» riconosce la preda per istinto. Ci sono persone a cui chi ha bisogno di manipolare e sottomettere gli altri non si avvicinerebbe mai. Ho letto le risposte che i tre preti hanno dato ad alcune ragazze che esprimevano perplessità, per esempio sul luogo in cui avrebbero dovuto entrare nella vita religiosa. Molte persone avrebbero colto l’assurdo di affermazioni quali: «Non ti preoccupare, più soffri e meglio è», rispedendo tutto al mittente. Ma da queste Vitiello, Cavallaro e Tiso – e chi è come loro – si tengono alla larga per istinto. Purtroppo non aiuta l’ignoranza teologica di moltissimi credenti, che così rischiano di credere a tutto, anche a una spiritualità senza fondamento, non radicata sulla Parola di Dio. Si è indifesi di fronte a chi si presenta sicuro di sé, salvo poi dimostrarsi inconsistente, ricco di apparati ma vuoto di sostanza, come «bronzo che rimbomba o come cembalo che strepita».

In generale, che idea vi siete fatte di questa vicenda? Quante potrebbero essere le persone coinvolte, qual è il raggio di azione dei tre preti, secondo la vostra valutazione?

In generale pensiamo che questa vicenda sia davvero rilevante. Attendiamo l’esito del lavoro della Procura, ma certamente come credenti e sotto il profilo ecclesiale pensiamo che sia una situazione da prendere in mano con coraggio, da affrontare, da risolvere. Se anche le persone su cui si è agito con intento manipolatorio fossero poche, sarebbe grave lo stesso, perché è grave e pericoloso che il lupo rapace si spacci per pastore. In realtà il numero non sembra proprio piccolissimo. Anche il raggio d’azione è notevole, perché non si esaurisce nell’area torinese ma si estende ad altre diocesi in Piemonte, in Liguria, in Lombardia, in centro Italia. Questo rende il quadro molto complesso.

In questa fase, avete qualche contatto formale con il Vaticano, che sta a sua volta approfondendo la questione?

Nessun contatto, ma siamo contente del fatto che il Vaticano stia approfondendo, proprio perché un quadro così complesso, che travalica la realtà di una singola diocesi, ha bisogno di uno sguardo più ampio, di un’autorità più alta. Ci auguriamo che venga presa in considerazione seriamente la sofferenza delle persone coinvolte.

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