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È morto Ruini. Ma il ruinismo era morto prima di lui

È morto Ruini. Ma il ruinismo era morto prima di lui

Tratto da: Adista Notizie n° 24 del 27/06/2026

42661 ROMA-ADISTA. Per fare una riflessione critica sulla figura del card. Camillo Ruini, morto il 16 giugno scorso, a Roma, a 95 anni, ci serviremo di due “documenti”. Il primo è l’intervista da lui concessa nel febbraio del 2021 ai microfoni del tg2000, in occasione dei suoi 90 anni: «Penso – disse Ruini – che nei 16 anni in cui sono stato presidente della CEI e prima per 4 anni e mezzo segretario generale, quindi oltre 20 anni, un risultato l'ho ottenuto, cioè quello di far capire che la Chiesa è importante per l'Italia. Potevano essere d'accordo, non d'accordo, ma nessuno poteva dire che la Chiesa era qualcosa di irrilevante, che non contava nulla. E questo penso sia un obiettivo sempre da perseguire».

Ecco, al di là dei giudizi ecclesiali e politici sul suo operato, Ruini è sempre stato convinto di aver dato rilevanza, anzi centralità alla Chiesa italiana. Di averne fatto addirittura un soggetto politico. E che questo suo impegno abbia prodott effetti duraturi. Erano gli anni in cui la destra cattolica, sostenuta da Giovanni Paolo II, che aveva in Ruini il suo riferimento principale (prima come presidente della Cei poi anche come vicario per la diocesi di Roma), rivendicava la “cultura della presenza” teorizzata da Comunione e Liberazione, contro la “cultura della mediazione” portata avanti dal laicato dell’Azione Cattolica e più in generale dall’ala conciliare della Chiesa italiana. Per la destra ecclesiale la Chiesa doveva essere una “forza sociale” chiamata a svolgere una funzione pubblica in Italia. Per i sostenitori della linea che era prevalsa al Concilio (e che aveva trovato la sua sintesi nei capp. 16 e 17 della Gaudium et Spes), invece, il laicato cattolico aveva il compito di trovare nella realtà sociale e politica quelle opportune mediazioni con le altre culture e orientamenti, in modo da realizzare in modo progressivo e nel rispetto di una società ormai plurale e secolarizzata i valori evangelici e i principi della dottrina sociale. Prevalse la linea di Ruini e Wojtyla, e la Chiesa, a partire soprattutto dal Convegno della Chiesa italiana a Loreto del 1985 divenne sempre più soggetto politico, e il laicato cinghia di trasmissione della linea espressa dai vertici della Chiesa.

Ora, quel modello di Chiesa, che pure ha segnato un’epoca di oltre 20-30 anni – che comprendono i pontificati di Wojtyla e Ratzinger e tutta la parabola del berlusconismo – non solo non esiste più, ma non ha lasciato tracce significative se non le macerie di quella che molti anni fa ad Adista un dirigente dell’Azione Cattolica definì la «strage dei vivaci e degli intelligenti» operata dalla gerarchia italiana (Ruini in testa) nei confronti dunque di tutti coloro che, nel laicato cattolico, si opponevano al processo di gerarchizzazione, clericalizzazione e omologazione in atto nella Chiesa italiana (e non solo).

Tramonto e archivio

Il tramonto di ogni prospettiva egemonica del cattolicesimo sulla società italiana, voluto da Ruini ma evaporato di fronte a una società sempre più secolarizzata – anche per responsabilità del ruinismo stesso, che ha preferito l’occupazione dei luoghi dove si esercita il potere alla crescita di un cattolicesimo maturo, fondato sulla centralità della coscienza umana e sulla autonomia in campo sociale e politico –, insieme alla trasformazione dell’orizzonte internazionale nel quale il modello Ruini si muoveva (ossia la contrapposizione tra est e ovest, tra liberalismo filo occidentale sotto egida Nato, contrapposta a ogni prospettiva laica o progressista), rendono oggi non più proponibile il modello di Chiesa concepito da Ruini.

La storia, anzi, lo ha già messo da tempo in archivio, con buona pace dei meriti che Ruini, anche negli ultimi anni di vita, si auto-assegnava, spesso con il plauso compiaciuto di chi, anche oggi, ne fa un grande e lungimirante stratega, anche ritenendolo un avversario. I fatti mostrano che non è stato né stratega, né lungimirante. E che quasi nulla di ciò per cui si è impegnato è rimasto in piedi. Già papa Francesco si è mosso su una linea totalmente diversa. E papa Leone XIV prosegue, nonostante tutto, a traghettare la Chiesa verso una propria dimensione di netta autonomia dalla politica, nel recupero di una autorevolezza di respiro internazionale che le consenta di porsi come riferimento credibile di una visione multilaterale dei rapporti tra gli Stati, equidistante dalle due grandi potenze mondiali – Usa e Cina – e non più in posizione fiancheggiatrice di una di esse soltanto.

Capitolo Azione Cattolica

L’altro “documento” è la nota della presidenza nazionale dell’Azione Cattolica che ricorda la figura del card. Ruini, con cui l’associazione assicura ci sia stato un «rapporto di stima e collaborazione proseguito nel tempo e mai interrotto». Prova di questo rapporto sarebbe la nomina di Ruini «ad Assistente ecclesiastico generale dell’associazione, incarico che ricoprì nel biennio 1989-90, continuando a sostenere la vocazione propria dell’Ac: formare laici maturi nella fede, capaci di vivere il Vangelo nella storia e nella comunità civile». L’Azione Cattolica Italiana ricorda in particolare del card. Ruini il «contributo di intelligenza, passione ecclesiale e attenzione ai laici, chiamati a essere protagonisti della missione della Chiesa».

In questo documento c’è tutto il processo di rimozione (dai tratti freudiani) oltre che di mistificazione di ciò che è avvenuto nella Chiesa italiana negli scorsi decenni. E finché non nascerà una generazione di cattolici (non solo singoli intellettuali, che già esistono), in grado di prendere coscienza di quei processi e della loro portata, difficilmente il laicato cattolico potrà tornare ad avere un ruolo significativo nella storia di questo Paese.

Per fare un po’ di ordine (e di ricostruzione storicamente fondata): nel 1986 l’allora presidente di Azione Cattolica, Alberto Monticone, salutava l’Assemblea Nazionale alla fine del secondo mandato con un discorso di forte rivendicazione della linea conciliare portata avanti negli anni ‘70 e ‘80 dall’associazione. L’assemblea rispose con un applauso scrosciante, di quasi otto minuti ininterrotti. Ruini ne fu talmente infastidito da procedere al cambio dell’assistente generale, ossia del prelato che la Cei pone accanto a ogni grande associazione laicale cattolica. Su suggerimento di Dino Boffo, esponente della destra filo ciellina all’interno dell’Ac (minoritaria ma ormai molto sostenuta dalla Cei), l’anno successivo Ruini inviò per punizione a Viterbo mons. Fiorino Tagliaferri, l’assistente Ac reo di essere troppo vicino alla linea conciliare del gruppo dirigente; e mise al suo posto mons. Antonio Bianchin, con il compito di riportare ordine e disciplina. «Io non sarei qui se voi non aveste disobbedito al Papa», diceva spesso mons. Bianchin nei colloqui personali con i dirigenti dell’associazione, non nascondendo la sua insofferenza per il ruolo che gli era stato affidato.

Dalla disobbedienza...

La scelta dell’Ac non era casuale. L’associazione era radicata in tutto il territorio nazionale, era presente pressoché in tutte le parrocchie, contava ancora negli anni ‘80 oltre 300mila iscritti, aveva dato al Paese il fior fiore dei dirigenti politici di area cattolica (Moro, Lazzati, Fanfani, La Pira, Scalfaro, Prodi, Bindi, solo per citarne alcuni). Nonostante le pressioni, l’assemblea nazionale di Ac del 1989 continuò però a “disobbedire” a Ruini, riconfermando il proprio sostegno a Raffaele Cananzi, il successore (e continuatore) di Monticone alla guida dell’associazione. Bianchin non resse al ruolo che gli è stato affidato (e al quale in ultima analisi, non credeva intimamente nemmeno lui). Tra l’incudine dell’associazione e il martello del cardinale, alla fine (settembre 1989) venne colpito da un grave ictus. Non si riprese più, morendo 15 mesi più tardi, nel 1991.

...alla subalternità

Fu allora direttamente Ruini ad assumere per qualche mese la carica di assistente generale di Azione Cattolica. Prima di lasciarla a mons. Salvatore De Giorgi (suo uomo di fiducia, in seguito nominato arcivescovo di Palermo), impose al Consiglio Nazionale di Ac di accettare la subalternità dell’associazione al clero, vietò di occuparsi di politica (da delegare ai vertici della Cei, ossia a lui), impose di lasciare campo, nelle parrocchie come nelle diocesi, ai movimenti ecclesiali (anzitutto Comunione e Liberazione, ma anche Opus Dei, Focolarini, Rinnovamento nello Spirito, Cammino neocatecumenale, Sant’Egidio), che iniziarono la loro opera di “colonizzazione” e di occupazione della Chiesa italiana. Erano realtà assai diverse, ma unite nella esaltazione del proprio carisma e autoreferenzialità, nell’obbedienza acritica al fondatore, ai leader e alla gerarchia ecclesiastica, alla martellante (e incessante) proposizione della propria verità su tutte le altre. Il risultato a distanza di anni, è stata la desertificazione delle parrocchie, divenute enclaves di piccoli gruppi autoreferenziali. Con la conseguente perdita di quella capacità di essere realtà vitale del territorio, centro di aggregazione e animazione pastorale, culturale e civile, strumento di dialogo e integrazione della Chiesa con il mondo contemporaneo.

Difficile possa essere questo il il «contributo di intelligenza, passione ecclesiale e attenzione ai laici, chiamati a essere protagonisti della missione della Chiesa» a cui fa riferimento la nota della presidenza nazionale di Ac. La quale all’epoca, spossata da anni di tensione e anche intrinsecamente incapace di opporsi in maniera radicale a quella gerarchia a cui in ultima analisi aveva sempre professato obbedienza (nonostante l’affascinante – ma contraddittorio – slogan “obbedienti in piedi” di Vittorio Bachelet) cedette, adeguandosi al nuovo corso.

Dal 1991 Ruini, divenunto presidente della Cei e cardinale vicario di Roma, non ebbe più ostacoli veri alla sua provvisoria egemonia, imponendo la sua leadership centralizzata a tutte le realtà ecclesiali e isolando (oppure punendo) i non allineati o i dissidenti. Dalla scrivania di Ruini passarono, da allora e per molti anni, per essere approvati tutti i programmi dei convegni, dei seminari, delle iniziative, finanche gli articoli da pubblicare sulla stampa associativa di Azione Cattolica come di altre realtà associative. Non c’era foglia che nella Chiesa si muovesse senza la sua autorizzazione preventiva.

Associazionismo sotto scacco

Alla presidente di Ac Paola Bignardi fu chiesto nel 2004 di salire sul palco del meeting di Rimini per la stretta di mano con uno dei capi storici del movimento, Giancarlo Cesana, a sancire la “pace” tra le due realtà storicamente contrapposte; di chiamare il leader della destra post fascista Gianfranco Fini a parlare a un convegno di Ac (settembre 2004) sulla “funzione sociale degli oratori”; di entrare a far parte dei cartelli associativi appositamente creati da Ruini per sostenere le proprie iniziative politiche (contro i Di.Co, ossia la regolarizzazionedelle unioni civili tentata da Prodi e dal ministro della Famiglia Bindi nel 1997; i Family Day; la crociata contro la fecondazione assistita; la campagna referendaria per l’astensione al referendum del 2005 che intendeva bocciare la legge che limitava il ricorso alla fecondazione eterologa). Fu così che nacquero il Forum delle famiglie, Retinopera, il Comitato Scienza e Vita. Alla guida di Avvenire e della televisione Sat2000 Ruini mise il fidatissimo Dino Boffo. Al convegno della Chiesa italiana a Palermo (1995) lanciò il cosiddetto “Progetto culturale”, per promuovere la presenza attiva dei cristiani nel dibattito pubblico, evitando che la fede venisse relegata alla sfera individuale o all’ambito strettamente religioso. Attraverso questo strumento Ruini rese la Chiesa progressivamente contigua al centro destra (dopo aver sostenuto fino all’“accanimento terapeutico” l’unità dei cattolici nella Democrazia Cristiana, dissoltasi poi nel 1993).

Su sua iniziativa, nel 1997, vennero commissariati i paolini, le cui testate (in particolare famiglia cristiana) mantenevano a suo giudizio ancora troppa autonomia editoriale. La congregazione resistette, ma dovette sacrificare il direttore di famiglia cristiana, don Aldo zega, che fu indotto a rassegnare le dimissioni.

Nel 2003 arrivò addirittura a contrapporsi alla linea “pacifista” di Wojtyla sulla guerra in Iraq. In particolare, dopo la morte dei 19 carabinieri italiani a Nassiryia, nel novembre del 2003, quando disse, nel corso della sua omelia per i militari morti, il 18 novembre: «Non fuggiremo davanti a loro [i terroristi], anzi, li fronteggeremo con tutto il coraggio». «Affidiamo [a Dio] (…) tutti gli italiani, militari e civili, che sono in Iraq e in altri Paesi per compiere una grande e nobile missione, e, con loro, questa nostra amata Patria, la pace nel mondo e il rispetto per la vita umana».

I “no” a Welby ed Englaro, il “sì” alla riforma Nordio

Nel 2006 Ruini, in qualità di vicario del papa per la diocesi di Roma, negò il funerale religioso a Piergiorgio Welby, affetto da distrofia muscolare e “reo” di aver chiesto di interrompere i trattamenti di ventilazione assistita e di sostenere l’eutanasia. Ruini si giustificò affermando che concedere la cerimonia avrebbe significato avallare da parte della Chiesa il diritto al suicidio. Scoppiarono enormi polemiche, anche dentro la Chiesa. Terminato il suo incarico come presidente della Cei (2007) e come vicario del papa (2008), Ruini ha continuato per diversi anni a incidere sulla vita civile e politica italiana. Il suo successore, infatti, il card. Bagnasco, fu di fatto un continuatore (più stanco e meno efficace) della sua linea. Tra il 2008 e il 2009 scoppiò in Italia il caso di Eluana Englaro: il padre di Eluana, Beppe, chiese (e infine ottenne per sentenza del tribunale) che alla figlia, in stato vegetativo da 17 anni, fosse interrotta l'alimentazione e l’idratazione artificiale che la tenevano in vita. Anche in quella occasione Ruini – assieme a tutta la destra cattolica e a buona parte di quella politica – definì la sospensione delle cure un "omicidio", provocando un nuovo terremoto dentro e fuori la Chiesa.

Negli anni successivi Ruini contnuò a svolgere il ruolo di eminenza grigia della Chiesa italiana. Prendendo talvolta posizione pubblicamente, soprattutto attraverso le interviste che rilasciava ai giornali (specie ad Aldo Cazzullo, sul Corriere della Sera). Fino alla più recente presa di posizione, quella a favore del “Sì” al referendum costituzionale sulla riforma Nordio del Csm e sulla separazione delle carriere dei magistrati.

Il fatto che abbia prevalso il “No” (anche tra i cattolici) è stata una ulteriore conferma di come ormai Ruini e il ruinismo siano stati definitivamente archiviati dalla storia politica ed ecclesiale del Paese. E come di essi restino poco altro che macerie. 

*Foto presa da Wikimedia Commons, immagine originale e licenza 

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