Una donna all’Onu: svolta o effetto ottico?
Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 35 del 17/10/2026
António Guterres lascerà il vertice delle Nazioni Unite il 31 dicembre 2026, dopo due mandati, e per la prima volta in 81 anni la possibilità che una donna diventi Segretaria generale delle Nazioni Unite si fa concreta. La rotazione geografica spinge verso l’America Latina e i Caraibi e, dopo quattro scrutini informali del Consiglio di Sicurezza, due donne hanno preso la testa delle candidature: la costaricana Rebeca Grynspan e la guyanese Carolyn Rodrigues-Birkett. Nell’ultima votazione, il 29 settembre, Grynspan ha raccolto dieci “encourage”, tre “discourage” e due “no opinion”; Rodrigues-Birkett otto consensi, sei contrari e un “no opinion”. Dietro di loro resta Rafael Grossi, anche lui con otto consensi ma sette “discourage”.
La partita, però, non è aritmetica: per arrivare alla nomina servono almeno nove voti e nessun veto dei cinque membri permanenti. È lì che la retorica cede il passo alla geopolitica. Che una donna arrivi finalmente al vertice dell’Onu sarebbe una conquista storica. Alla presidenza dell’Assemblea generale, per decenni, si sono succeduti 74 uomini e appena quattro donne. GWL Voices ha rilevato qualche anno fa questa anomalia e lanciato una apposita campagna: Madam Secretary General. Il tema è entrato nel Patto per il Futuro dell’Onu del settembre 2024, che definisce “deplorevole” l’assenza storica di una Segretaria generale e invita gli Stati a candidare donne. La rappresentanza conta. Ma proprio perché conta, non può essere usata come paravento della politica.
Le contendenti più forti incarnano due profili diversi. Carolyn Rodrigues-Birkett è ambasciatrice della Guyana alle Nazioni Unite e porta con sé il peso crescente dei Caraibi nel gruppo latinoamericano. Rebeca Grynspan arriva invece al traguardo con un curriculum quasi perfettamente disegnato per il multilateralismo: economista, ex vicepresidente del Costa Rica, già ai vertici dell’UNDP e dal 2021 prima donna alla guida dell’UNCTAD. È stata tra le figure centrali della Black Sea Grain Initiative, che ha consentito di esportare dai porti ucraini oltre 32 milioni di tonnellate di cereali e prodotti alimentari dopo l’invasione russa, e disinnescare una crisi alimentare globale quasi certa. Una capacità negoziale reale, non ornamentale.
Grynspan è forse la candidata più solida perché è una tecnocrate multilaterale di altissimo livello: conosce le istituzioni, sa parlare con governi incompatibili tra loro, sa tenere insieme interessi contrapposti senza spezzare il tavolo. Ma ciò che la rende eleggibile è anche ciò che dovrebbe impedire di trasformarne la candidatura in una favola progressista. Una carriera costruita nelle grandi agenzie globali produce competenza, non garantisce la volontà di mettere in discussione le gerarchie che quelle stesse agenzie amministrano. Anzi: questa corsa rischia di trasformarsi in una gigantesca operazione di pinkwashing. Non si tratta di negare il valore politico e simbolico di una donna ai vertici del Palazzo di Vetro, ma di rifiutare l’equazione, comoda e indimostrata, per cui donna al comando significhi automaticamente istituzione più democratica, pacifica o sociale.
Ursula von der Leyen è il caso più evidente. Sotto la prima donna alla guida della Commissione, l’Unione ha accentrato il potere e accelerato la politica industriale del riarmo, mentre welfare e coesione restano dentro vincoli macroeconomici rigidi. Roberta Metsola, riconfermata alla presidenza del Parlamento europeo, ha alimentato le logiche di compromesso tra le grandi famiglie politiche che governano l’Euro-camera. E all’Organizzazione mondiale del commercio Ngozi Okonjo-Iweala, prima donna e prima africana al vertice, non ha trasformato un’istituzione che continua a muoversi dentro rapporti di forza commerciali profondamente coloniali e che, perfino nella battaglia sulla proprietà ntellettuale durante le crisi sanitarie, non ha prodotto quella cesura con gli interessi delle corporation che la società civile e alcuni governi africani chiedono dalla prima esplosione dell’Hiv. La mia è una critica femminista che constata la fallacia della convinzione che basti cambiare il sesso di chi governa per cambiare la natura del potere. Il patriarcato istituzionale non coincide con il sesso biologico di chi occupa una poltrona: è un sistema. Gerarchie verticali, opacità decisionale, disciplina macroeconomica liberista, primato della sicurezza, subordinazione dei diritti alle compatibilità politiche e di mercato. Una donna può combatterlo oppure diventarne una custode perfetta, come e più di un uomo.
Il pensiero e i movimenti femministi, ma anche UN Women, hanno correttamente associato una maggiore partecipazione femminile a politiche più inclusive e a processi di pace più durevoli. Ridurre, però, la capacità collettiva dei processi delle donne ai cromosomi di una singola leader, a prescindere dalle relazioni e dalle dinamiche che la istituiscono, è un falso storico e ideologico. Nel 2025 la spesa militare mondiale ha raggiunto il record di 2.887 miliardi di dollari, l’undicesimo anno consecutivo di crescita. I grandi trattati di disarmo restano compressi dalla stessa architettura che paralizza il Consiglio di Sicurezza. Una Segretaria generale può denunciare, convocare, mediare. Senza una riforma del Consiglio, attribuire alla sensibilità di chi guida il Segretariato il compito di fermare il riarmo globale significa confondere il simbolo con il potere.
È anche per questo che le cancellerie ragionano con molto meno romanticismo delle campagne pubbliche. Il nodo vero, per le capitali globali, è chi abbia abbastanza autonomia e entrature da mantenere aperti contemporaneamente i canali con Washington, Pechino e Mosca. In un’Onu schiacciata da guerre, tagli e perdita di centralità, una candidatura sgradita a una grande potenza può morire con un veto. Il quarto scrutinio ha messo Grynspan davanti, non l’ha eletta.
Eleggere la prima Segretaria generale sarebbe un atto dovuto dopo 81 anni di monopolio maschile. Ma trasformare quel risultato in un certificato preventivo di salvataggio dell’istituzione sarebbe il modo più rapido per svuotarlo. Se la nuova guida erediterà un Consiglio di Sicurezza paralizzato, un sistema commerciale diseguale, un multilateralismo finanziariamente ricattabile e una corsa globale agli armamenti che non metterà in discussione, un effetto ottico ci farà credere di aver infranto il soffitto di cristallo, ma l’edificio rimarrà intatto e inabitabile.
Celebrare una rivoluzione di genere mentre si alimenta una restaurazione politica sarebbe la più amara delle beffe per le donne del mondo che già osservano impotenti le Nazioni Unite fallire nell’impegno di garantire loro pari opportunità sostanziali entro il 2030. La prima donna Segretario Generale si ritroverebbe, così, a fare la portiera di un condominio globale in fiamme, gestendo il declino del sistema con gli stessi, vecchi e fallimentari strumenti di sempre. Per salvare le Nazioni Unite non serve una quota rosa: serve un cambio di paradigma, chiunque sia al comando.
Monica Di Sisto è giornalista di Askanews, è esperta senior di comunicazione sociale.
Adista rende disponibile per tutti i suoi lettori l'articolo del sito che hai appena letto.
Adista è una piccola coop. di giornalisti che dal 1967 vive solo del sostegno di chi la legge e ne apprezza la libertà da ogni potere - ecclesiastico, politico o economico-finanziario - e l'autonomia informativa.
Un contributo, anche solo di un euro, può aiutare a mantenere viva questa originale e pressoché unica finestra di informazione, dialogo, democrazia, partecipazione.
Puoi pagare con paypal o carta di credito, in modo rapido e facilissimo. Basta cliccare qui!
