Ballottaggio in Brasile: testa a testa finale tra Bolsonaro e Lula
Tratto da: Adista Notizie n° 35 del 17/10/2026
42743 BRASILIA-ADISTA. Datafolha ha pubblicato l’8 ottobre il primo sondaggio sulle intenzioni di voto per il presidente al secondo turno del 25 ottobre, commissionato da Folha de S. Paulo e Globo. Secondo l'istituto, Flávio Bolsonaro del Partito Liberale si attesta al 49%; il presidente Luiz Inácio Lula da Silva del Partito dei Lavoratori che si aggiudica il 45%, ma entro il margine di errore, che è di circa due punti percentuali: dal 47% al 51% per il primo, dal43% al 47% per il secondo. Al sondaggio si dà un’affidabilità del 95% ed è stato somministrato fra il 6 e l’8 del mese corrente, subito dopo che al primo turno, domenica 4 ottobre, Flávio Bolsonaro ha vinto con il 47,03% dei voti e Lula è arrivato secondo con il 45,16%. Si conferma, per ora, che il Brasile è diviso in due, come mostra peraltro il quesito posto al campione nello stesso sondaggio sul governo di Lula: lo approva il 48% dei brasiliani, lo disapprova il 49%.
I sondaggi per il primo turno delle presidenziali, se davano i due maggiori contendenti a poca distanza l’uno dall’atro, qualche punto in più lo riservavano sempre a Lula. Il risultato è stato in buona parte sorprendente. Lo ha rilevato lo stesso Lula, che a poche ore dal verdetto elettorale ha ammesso che «il risultato è spesso inaspettato», gettando l’allarme: «Flávio Bolsonaro rappresenta l'incertezza», a partire dal «sordido passato della famiglia Bolsonaro», i loro legami con le milizie paramilitari e lo scandalo del “Banco Master” (v. Adista Notizie n. /) che coinvolge, oltre al sistema bancario, la politica e la Corte Suprema ma anche Bolsonaro, che è indagato per corruzione e riciclaggio. Epperò intanto Flávio ha potuto esultare: «Sono stato molto felice di vedere quanti brasiliani si sono recati alle urne per far sentire la propria voce e non sono rimasti a guardare perché vogliono il cambiamento».
Le elezioni del 4 ottobre erano anche legislative. Anche in Parlamento la contesa fra il Partito Liberale e il Partito dei Lavoratori è finita con un successo del primo. Che, alla Camera dei Deputati, è passato da 98 a 121 seggi (su un totale di 513). La coalizione guidata dal Partito dei Lavoratori (PT) di Lula, invece, è passata appena da 82 a 88 deputati propri, anche se aggiungendo suoi alleati tradizionali raggiungerà 124 seggi, praticamente lo stesso numero del PL. Al Senato il PL ha fatto il botto: qui bisognava rinnovare solo 54 seggi degli 81 totali e il PL se n’è accaparrati 19. Se vi si aggiungono i 9 rimasti dalla “vecchia” Camera Alta, il Senato rinnovato è per circa un terzo nelle mani del partito di Flávio. Il Pt di Lula ha invece nove senatori.
Le chance dei contendenti
Con questo complesso di numeri e il primo sondaggio per il 25 ottobre si dà quasi per scontato che Bolsonaro sarà decretato presidente, riportando l’estrema destra al governo. Può contare sulla convergenza sul suo nome degli altri partiti di destra che domenica avevano in lizza i loro candidati (in tutto erano 13) e che in tutto hanno raggranellato il 7%, un bel bottino cui attingere. Lula invece non ha partiti con cui apparentarsi, è l’unico candidato rappresentante della coalizione di sinistra, non può che sperare di portare alle urne gli astenuti. Che non sono affatto pochi: su 158 milioni di persone con diritto al voto, 33.428.584 non si sono recati alle urne, il 21,08% degli elettori, un bacino di tutto rispetto, che Lula ha deciso di conquistare aumentando – così ha annunciato – la sua visibilità mediatica con la partecipazione ai dibattiti televisivi, cui ha fatto poco ricorso dall’inizio della campagna elettorale. Considerando che Lula è sotto di quasi due punti, se convincesse al voto un 10% degli astenuti, potrebbe battere l’avversario.
Prima del secondo turno, i due contendenti si incontreranno in un dibattito televisivo, cosa per la quale non si erano accordati prima del 4 ottobre. Il faccia-a-faccia è previsto per la serata del 23 su TV Globo, subito dopo il telegiornale più seguito e sarà moderato da César Tralli, un nome che a quanto pare non è una garanzia di equidistanza. Il noto giornalista (di Rete Globo) ha subìto forti critiche dai telespettatori per la sua imparzialità durante la copertura elettorale dello spoglio dei voti del primo turno. «Tralli ride e non analizza i dati in modo imparziale», ha scritto uno di essi. «È chiaramente di parte. Ad esempio, Lula ha 11 milioni di voti in più nel Nord-Est, e lui non lo menziona, ma questo dato pesa molto quando si parla del vantaggio di Flávio nel Sud-Est. E le risate?». «Quello che sta facendo César Tralli» in questa trasmissione, ha scritto un altro, «sarebbe motivo di licenziamento, ma purtroppo non succederà. È totalmente di parte, ride e si fa beffe di tutti».
L’ultima domenica di ottobre, se sarà confermato il test del 4, il primo a beneficiare della vittoria sarà il padre, Jair Bolsonaro, condannato a 27 anni di carcere per il tentato golpe di Stato contro Lula (che lo aveva battuto alle elezioni di fine 2022) l’8 gennaio del 2023. È attualmente ai domiciliari per motivi di salute (senza cellulare e social network). È stato lui a imporre Flávio come candidato del suo Partito Liberale, ora può contare sul “perdono” e la liberazione dalla reclusione (anche dei suoi sodali nel golpe).
Il giorno dopo le borse festeggiano
Chi beneficerà a seguire sarà chi ha in mano le leve del potere economico. Il risultato del primo turno elettorale ha dato una spinta notevole ai mercati brasiliani, segnando un forte rialzo della borsa di San Paolo e un deciso rafforzamento del reale sul dollaro. L'indice azionario ha chiuso lunedì con un balzo del 7,70%, e il mercato dei cambi ha registrato un apprezzamento del real (la moneta brasiliana) del 4,11%, portando il cambio commerciale a 5,00 reais per un dollaro. In particolare, i titoli della compagnia petrolifera statale Petrobras sono schizzati in alto dell'8,1%. Una reazione ovvia del mondo finanziario legata alle aspettative sulle politiche economiche dei due candidati. Flávio Bolsonaro propone di ridurre la spesa pubblica, abbassare le tasse e privatizzare le società pubbliche, mentre Lula difende una politica di maggiori investimenti nei programmi sociali, un aumento delle tasse per i settori con il reddito più alto e si oppone alle privatizzazioni.
Se Lula risulterà sconfitto, sarà quasi completata la virata a destra – estrema destra – del continente latinoamericano: già governa in Colombia, Perù, Argentina, Bolivia, Cile, Ecuador, Honduras, El Salvador, Costa Rica, Panama. L’ondata, sostenuta, animata e spesso foraggiata dal presidente USA Donald Trump, per ora non sta travolgendo il Messico e il Guatemala, ma potrebbe straripare in Venezuela e a Cuba. Il Paese venezuelano, dopo la cattura di Nicolás Maduro, è già concretamente nelle mani degli Stati Uniti. La presidente ad interim (e vicepresidente con Maduro al governo), Delcy Rodríguez, ha promesso nuove elezioni, ma senza stabilire una data. E Cuba Trump vuole prenderla per fame. Qualcosa cambierà se martedì 3 novembre le elezioni di midterm negli Stati Uniti “puniranno” il presidente, in caduta libera nei sondaggi, assicurando alla Camera e al Senato la maggioranza di democratici?
*Foto presa da Unsplash, immagine originale e licenza
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