Costi umani ed economici: i grandi centri e le espulsioni non funzionano. Ma portano voti...
Si intitola Espulsioni. Un’analisi della politica di rimpatrio italiana, 2015-2025 il recente Report pubblicato da ActionAid e dal Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” – nell’ambito del progetto di ricerca, monitoraggio e open data “Trattenuti” – che, grazie ai dati ottenuti con richieste d’accesso a Prefetture e Ministeri, presenta un’analisi del funzionamento della politica italiana di rimpatrio nel decennio in questione.
Il nodo delle politiche di rimpatrio degli immigrati senza permesso di soggiorno sembra decidere oggi le sorti di un Paese, più della scuola e della sanità, più delle politiche ambientali o sociali, tanto da “costringere” anche i partiti più “progressisti” a formulare proposte restrittive sul tema per racimolare fette di consenso elettorale. In Europa e in Italia i governi investono una marea di risorse per le procedure di allontanamento e per la gestione dei grandi centri di detenzione, «Ma quanto è realmente efficace e proporzionata questa politica?», si chiede nella sintesi introduttiva il Report di ActionAid e UniBA? «Quali costi materiali e umani produce in cambio di quali risultati?». Da questa prima «sistematica analisi empirica del funzionamento della politica italiana di rimpatrio tra il 2015 e il 2025» emergono dati più che interessanti.
Per esempio si scopre che «solo una parte minoritaria dei provvedimenti di allontanamento si traduce in un rimpatrio»; Nel periodo 2015-2025, a fronte di circa 302.000 provvedimenti di allontanamento, sono stati realizzati circa 66.000 rimpatri (circa 22 rimpatri su 100 provvedimenti). Questo dato rivela una capacità strutturalmente ridotta ma anche selettiva del sistema, tanto che Tunisia e Albania concentrano il 59% dei casi, a dimostrazione di come l'esito dipenda da complessi accordi bilaterali e da congiunture storiche e diplomatiche piuttosto che da un automatismo amministrativo.
Nonostante queste fragilità, l'Italia continua a puntare sull'esecuzione coattiva (tra il 70% e il 92% del totale), trascurando la possibilità di incentivare canali legali per il rientro autonomo. I dati raccontano anche il fallimento del sistema detentivo dei CPR in relazione allo scopo che si è dato: per esempio nel 2025, anno che ha registrato 6.835 ingressi, i rimpatri dai CPR sono crollati del 45%. Oltreché fallimentare in merito all’obiettivo di rimpatriare, l'impiego della coercizione nei centri fa impennare i costi umani e quelli economici (circa 20.200 euro per rimpatrio). Un sistema, dunque, che sembra funzionare solo sul piano elettorale.
Il Report solleva dunque seri interrogativi di legittimità e proporzionalità, aggravati da una persistente opacità istituzionale: le mancate opzioni di trasparenza sui dati per nazionalità o sulle ispezioni ostacolano il controllo democratico su una misura ad alto impatto sui diritti umani e sulla spesa pubblica.
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