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Clima, transizione giusta, diritti: il contributo di A Sud al

Clima, transizione giusta, diritti: il contributo di A Sud al "Dossier Statistico Immigrazione 2026"

Il prossimo 27 ottobre, nella consueta cornice del Teatro Orione di Roma e, contemporaneamente, in tutte le Regioni italiane, sarà presentato il Dossier Statistico Immigrazione 2026 (info), realizzato dal Centro Studi e Ricerche IDOS, in collaborazione con il Centro Studi Confronti e con l’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”).

Alla realizzazione del Dossier ha dato un importante contributo anche l’associazione “A Sud” che, in una nota odierna, presenta il capitolo curato nel volume, da titolo: “Gli sfollati dell’estrazione mineraria: le contraddizioni della transizione energetica”.

A Sud parla del «lato oscuro della transizione energetica» e del «paradosso del cosiddetto estrattivismo verde»: l’esigenza crescente di minerali rari e necessari alla filiera delle nuove tecnologie (anche “verdi”) provoca guerra e violenze, violazioni dei diritti umani, contrazione della democrazia, devastazione ambientale, sfollamenti e migrazioni di massa. Con le potenze industriali che, pur di garantirsi l’approvvigionamento di minerali critici, si dimostrano ben disposte a chiudere un occhio sullo scempio in atto.

Nel 2025, spiega A Sud, «per la prima volta, conflitti e violenze hanno provocato nel mondo più sfollati interni dei disastri climatici e ambientali: circa 32,3 milioni contro 29,9 milioni. Un sorpasso che non significa che la crisi climatica stia perdendo il suo peso sulla mobilità umana. Al contrario, i cambiamenti climatici agiscono sempre più come un moltiplicatore di minacce, aggravando vulnerabilità, alimentando scontri con al centro le risorse naturali e contribuendo a rendere sempre più fragili territori già segnati da conflitti e disuguaglianze».

Se è vero che il mondo (o parte sostanziosa di esso) si è impegnato a contrastare la crisi climatica, elettrificando il più possibile attraverso rinnovabili per abbattere le emissioni climalteranti, è vero anche che la transizione necessita «quantità crescenti di materie prime critiche, come litio, cobalto, rame, nichel e terre rare. Minerali e metalli che devono essere estratti, lavorati e trasportati, attraverso filiere complesse, e la cui domanda sta aumentando la pressione su territori e comunità del Sud globale». Una pressione che colpisce in particolare le popolazioni indigene e le comunità contadine del Sud globale, dal momento che «gran parte delle risorse individuate si trova nei loro territori o nelle immediate vicinanze».

Ne consegue che la transizione ecologica, per affrontare proficuamente la crisi climatica, rischia di innescare crisi umanitarie in tutto il pianeta. Riduce le emissioni di CO2 «ma non è di per sé una transizione giusta» e occorrono sempre più «adeguate garanzie sociali e ambientali» per evitare «nuovi conflitti, perdita di terre, contaminazione ambientale e dunque casi di sfollamento».

«La transizione energetica deve essere giusta», dichiara nella nota Maria Marano di A Sud. «Non possiamo contrastare la crisi climatica creando nuovi sfollati dell’estrattivismo verde: persone e comunità che perdono terre, mezzi di sussistenza e legami a causa dell’estrazione delle materie prime necessarie alle tecnologie sostenibili. Troppo spesso le loro voci restano escluse dalle decisioni, segnate da profonde asimmetrie di potere tra governi, imprese e popolazioni coinvolte. Serve dunque una riconversione complessiva del sistema, capace di conciliare la riduzione delle emissioni con la tutela dei territori e la giustizia sociale. Trasparenza, accesso alle informazioni e partecipazione delle comunità sono condizioni essenziali: il costo del cambiamento non può ricadere ancora sulle popolazioni più vulnerabili, che meno hanno contribuito alla crisi climatica».

La transizione energetica – è evidente ormai a tutti – è fuori questione, spiega la nota in chiusura. Ma occorre «interrogarsi sulle modalità con cui realizzarla. La corsa alle materie prime critiche rischia infatti di riprodurre una dinamica già nota: i benefici economici e tecnologici trasferiti nei Paesi industrializzati, i costi ambientali e sociali scaricati sui territori di estrazione, specialmente nel Sud globale».

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