"È successo qualcosa". Papa e abusi in Francia
Come sintetizzare il viaggio apostolico di papa Leone XIV in Francia e all’UNESCO nei quattro giorni di questa fine di settembre? Una frase, ascoltata più volte dalla bocca dei partecipanti alle diverse celebrazioni, si impone alla mia mente: «È successo qualcosa!».
Che cosa, non sapremmo dirlo né definirlo, ma molti hanno potuto percepirlo. Quando l’emozione ci invade, gli occhi si inumidiscono e le parole vengono meno. È allora che, in seguito, si dice: «È successo qualcosa!».
Noi francesi, popolo di brontoloni mai contenti, siamo stati toccati dalla personalità di Robert-Francis Prevost, divenuto per grazia di Dio successore di san Pietro, incaricato di legare e sciogliere sulla terra ciò che sarà legato e sciolto nei cieli.
Non svilupperò la presentazione di questo viaggio apostolico sulla base degli interventi del Santo Padre, che ciascuno può seguire sul sito della Santa Sede. Cercherò invece di cogliere quella gioia serena che emanava dalla sua persona e che ha agito come un balsamo lenitivo su uno dei popoli più angosciati della terra.
La grazia di Pietro
Quando ero seminarista, più di cinquant’anni fa, ciò che più aveva colpito il giovane che ero, quando mi recai a Roma per la prima volta nella mia vita in occasione dell’Anno Santo della Riconciliazione del 1975, era quella maestà mista a semplicità e grandezza che emanava da papa Paolo VI.
Non era un effetto della mia immaginazione né del mio entusiasmo, perché ho potuto constatarlo molte volte durante i cinque anni che, dopo il servizio militare, trascorsi presso il Seminario Francese di Roma e all’Università Gregoriana. Lo stesso fenomeno si verificava con Giovanni Paolo I, che avevo avuto la fortuna di conoscere quando era Patriarca di Venezia, e poi con Giovanni Paolo II. E, poiché un vecchio romano torna regolarmente a Roma, città incomparabile e indimenticabile, ho verificato lo stesso fenomeno con Benedetto XVI e Francesco.
L’appellativo «Vostra Santità», che può sembrare strano a chi ne ignora il significato profondo, si verifica nell’uomo investito della successione di Pietro. Improvvisamente, quest’uomo, con le sue qualità e i suoi limiti ben riconoscibili, diventa la manifestazione di Qualcun Altro, che fa passare attraverso le sue mani i fiumi d’acqua viva, tutta la santa benedizione di Cristo che giunge al mondo. Non è dunque per errore né invano che si chiama il Santo Padre «Vostra Santità».
Naturalmente, ogni papa possiede le proprie caratteristiche umane. Paolo VI, il cardinale Amleto come lo chiamava il gioviale Giovanni XXIII, lasciava trasparire la propria ansia; Giovanni Paolo I, la sua semplicità di diamante; Giovanni Paolo II, il suo lato sportivo dei Tatra unito alla complessità della sua riflessione filosofica; Benedetto XVI, la squisita cortesia di un grande uomo di cultura; e Francesco, la rudezza del missionario della pampa unita all’astuzia di un gesuita straordinariamente fine e colto.
Stiamo ancora scoprendo Leone XIV ed è precisamente ciò che è appena accaduto in Francia. Noi, tormentati e inquieti, non avevamo ancora visto una calma autentica, di una tale semplicità, che lasciava affiorare la sua sensibilità, come a Notre-Dame de Paris, totalmente dedito al proprio compito senza per questo mostrare preoccupazione.
Rivolge la medesima attenzione, nel senso proprio del termine, al bambino che benedice e al presidente con cui parla. In un Paese in cui si passa il tempo a interrompersi a vicenda per far valere le proprie idee, questa grande calma ha avuto l’effetto di un balsamo.
Durante i quattro giorni della sua presenza, la gente era contenta. Nessuna isteria, non è nel genio francese, ma neppure un assopimento soporifero: no, soltanto il prolungamento, in noi, della calma che emanava da Sua Santità papa Leone XIV. Era come se Cristo ci accordasse la grazia di calmare la “furia francese”.
Lo si è constatato durante la Messa che si estendeva da Place de la Concorde all’Avenue de la Grande Armée. Una cosa mai vista nella storia di Francia. L’intero popolo si mostrava dignitoso, raccolto e silenzioso. Tutto questo aveva un alto livello di compostezza.
Leone ci ha fatto bene con la sua presenza, rivelandoci migliori di quanto siamo. Certo, ricominceremo presto a litigare e a scannarci, ma quel momento di ritorno alla nostra dignità profonda, a ciò che costituisce la nostra irripetibile grazia di francesi, ce lo ha restituito il riverbero di un papa americano. La vecchia zitella bisbetica, figlia maggiore della Chiesa, è stata improvvisamente restituita alla giovinezza della sua missione.
La ferita aperta della figlia maggiore
È dunque successo qualcosa, come l’applicazione terapeutica di un balsamo sovrano. Non è, però, che mi sto lasciando trascinare dal mio entusiasmo? Non credo, perché ciò che ho appena descritto si è applicato alla ferita spalancata degli abusi di ogni genere che da sedici anni corrodono la Chiesa.
Nel 2010 papa Benedetto XVI aveva proclamato un Anno Sacerdotale per ravvivare il sacerdozio cattolico. Gli scandali del clero americano e irlandese lo avevano certamente spinto a lanciarlo. In Francia, il discorso delle autorità religiose era che quelle vicende non ci riguardavano, o ci riguardavano ben poco. Si lasciava intendere che fossero cose da anglosassoni!
Ma quando si negano le onde nella gestione ecclesiastica, cioè quando i capi non vogliono che ci siano onde – che è spesso il modo di governare nella Chiesa – alla fine ne arriva una sola, che si chiama “tsunami”!
Ed è ciò che ci è accaduto.
Dal 2010 non si è più fermato nulla. L’onda ci restituisce quasi ogni giorno dei cadaveri. La situazione è peggiorata con il caso Preynat, divenuto il caso Barbarin a causa dell’incuria dell’arcivescovo di Lione. Si è parlato soltanto di questo fino alla Lettera al Popolo di Dio del 20 agosto 2018 di papa Francesco.
In essa il clericalismo veniva denunciato come una concezione deviata dell’autorità nella Chiesa. Questo portò alle dimissioni del cardinale e all’istituzione della Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (CIASE). Da allora navighiamo tra i passi avanti dei vescovi più lucidi e i piedi trascinati da coloro che comprendono sempre le cose a posteriori.
E così si è sviluppato un autentico dibattito, come sappiamo fare noi francesi, tra coloro che avrebbero voluto voltare pagina e quelli – tra i quali ci sono io – che pensavano che fossimo ancora molto lontani dall’aver letto tutto il libro.
Un portavoce mitrato era arrivato perfino a dire, due giorni prima dell’arrivo del Santo Padre, che la Chiesa era uscita dalla dimensione sistemica degli abusi. Ma come, monsignore?
La situazione si era aggravata proprio nella sua dimensione collettiva. Le sette vittime scelte dalla Conferenza episcopale francese e dalla Conferenza dei religiosi e delle religiose di Francia erano forse dei traditori della causa perché avevano accettato l’incontro, a scapito dei Collettivi delle vittime, che non erano stati invitati?
La posta in gioco valeva la candela e le opinioni si sono moltiplicate fino all’arrivo del Santo Padre.
Quest’ultimo ha pronunciato qua e là, nei suoi discorsi, alcune parole ben calibrate a modo suo. Ma nulla che fosse sufficientemente e francamente soddisfacente.
Il rovesciamento della situazione è avvenuto a Lourdes, la sera di domenica. Nel più grande segreto, i motociclisti della gendarmeria hanno accompagnato le sette vittime in un albergo sconosciuto. L’incontro doveva durare un’ora; è durato il doppio.
Nella conferenza stampa che ne è seguita, cinque delle vittime, una dopo l’altra, hanno detto che era successo qualcosa.
Di fatto, il colloquio si è svolto dapprima a tu per tu, seguito da un incontro collettivo. L’ascolto attento e autentico del papa, concentrato sulle parole che pronunciava, il tutto accompagnato da una semplicità non artefatta, ha toccato ciascuno nel profondo.
Ciò che Jean-Marie Delbos, la vittima di Bétharram, ha detto dopo la visita ha fatto scalpore. Era anche l’opinione di Bertrand Virieux, vittima di Bernard Preynat, medico che ha visitato decine di migliaia di pazienti. Il genere di uomo che non si lascia ingannare. È lui che ha detto: «Quest’uomo mi ha spiazzato!».
Leone XIV ha riconosciuto l’aspetto sistemico degli abusi, e ha aggiunto che, se la Chiesa di Francia aveva fatto dei progressi, si trattava soltanto di un inizio e che ci sarebbero voluti ancora anni, e che la Santa Sede avrebbe ormai lavorato fianco a fianco con le vittime e con le proposte delle loro associazioni.
Se si va a Lourdes affidandosi alla buona fede della veggente della Vergine, Bernadette Soubirous, d’ora in poi avanzeremo nella crisi degli abusi grazie al miracolo di Lourdes, e questo per la Chiesa universale, di cui il papa è responsabile – lo ha detto lui stesso – grazie alla buona fede dei cinque «veggenti» di Leone XIV!
Dopo tutto questo, provate a dire che non è successo nulla!
Ubi Petrus, ibi Christus
Nella mia giovinezza da seminarista si ripeteva il detto: «Dove c’è Pietro, là c’è Cristo».
È ciò che, a mio avviso, è accaduto durante i quattro giorni di questo viaggio apostolico in Francia. Non è l’aura personale di Robert-Francis Prevost che abbiamo percepito, ma l’azione misteriosa e invisibile del Cristo risorto attraverso il suo apostolo.
È la grazia di Cristo che ci ha calmati!
«Speriamo che duri!» diceva Letizia Bonaparte, madre di Napoleone.
È appena successo qualcosa, un non so che e quasi niente, un già presente e un non ancora, ed è questo che abbiamo appena vissuto con il papa.
Il di più viene dal Maligno
Quando avevo già redatto e inviato il mio articolo per Adista, dall’aereo pontificio giungeva una notizia terribile: il papa faceva marcia indietro rispetto all’espressione «sistemico», che aveva effettivamente utilizzato non soltanto con le vittime, ma anche con altri testimoni, fino alla sua partenza per Metz.
Dopo un momento di delusione, dovuto alla perdita di credibilità della parola del successore di Pietro, non ho potuto fare a meno di pensare a Matteo 5,37: «Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno». E tutto si è illuminato per me: il Santo Padre aveva effettivamente utilizzato la parola «sistemico» con le vittime, ma la politica curiale, cardinalizia francese e italiana, aveva offuscato la sua parola, introducendo quel «di più» che vi si era aggiunto, sulla cui origine Gesù si premura di informarci.
E dunque, il prossimo passo in avanti sarà la scomparsa di questo «di più», evento che, questa volta, non affliggerà proprio nessuno.
Il sassolino caduto dall’aereo del papa
Avevamo appena vissuto quattro belle giornate con il successore di Pietro in Francia. Purtroppo, nell’aereo del ritorno, una parola del Santo Padre ha fatto cadere a terra la speranza e la fiducia che le vittime di abusi di ogni genere cominciavano a riporre in lui.
Senza voler «contraddire nessuno» [il che sarebbe una menzogna, perché le cinque vittime di Lourdes lo hanno effettivamente sentito], ha preso le distanze da una lettura del fenomeno come «sistemico», preferendo esprimerlo in un altro modo.
E questo altro modo è incomprensibile: quale vittima vorrà mai chiedere alla Chiesa di essere guarita, dal momento che è stata ferita proprio da essa? È una contraddizione.
Si avverte dunque che è passato di lì l’alto clero, quello che non vuole sentir parlare di sistemicità e di messa in discussione della propria copertura degli abusi.
La determinazione mostrata il giorno prima — fare tutto il possibile affinché il male subito dalle vittime non si ripeta ai danni di altri, grazie alla collaborazione delle vittime e delle loro associazioni — viene ora sfumata in un modo che ingarbuglia le sue parole.
Leone, prima ancora di occuparsi degli abusi nella Chiesa, ha il difficile compito di affrontare coloro che li commettono e coloro che li coprono.
Si comprende che parole di questo genere non possano che bloccare le vittime, che già nella maggior parte dei casi si scontrano con il muro dell’omertà dei Padri Padroni della Chiesa.
E tuttavia il Santo Padre non può tornare indietro rispetto alla Lettera al Popolo di Dio del 20 agosto 2018 di papa Francesco:
«Con vergogna e pentimento, in quanto comunità ecclesiale, riconosciamo di non essere stati là dove avremmo dovuto esserci, di non aver agito per tempo, riconoscendo l’ampiezza e la gravità del danno che veniva inflitto a tante vite. Abbiamo trascurato e abbandonato i piccoli.»
Papa Leone è dunque ora atteso nella sua determinazione ad affrontare apertamente e con chiarezza il procedimento Rupnik.
È il prossimo passo.
Nel frattempo, il suo sassolino ha fatto volare via i cinque uccellini che, con fiducia, si erano posati sulla staccionata a Lourdes.
Dopo aver aperto loro il cuore, come essi hanno percepito e detto, facendo un passo di lato, papa Leone ha appena mandato in rovina la speranza che era riuscito a suscitare.
Provate a inseguire gli uccelli dopo aver tirato loro addosso un sassolino!
* Foto da Wikimedia Commons, immagine originale e licenza
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