Su "Nigrizia" la sentenza sul caso Regeni e le ragioni della latitanza di Italia ed Europa
Sono passati 10 anni da quando Giulio Regeni è stato prima rapito al Cairo (25 gennaio 2016) e poi trovato morto, con evidenti segni di tortura, lungo la strada tra Il Cairo e Alessandria (3 febbraio 2016). Il 28 settembre scorso, la Prima Corte d'Assise del Tribunale di Roma ha emesso la sentenza di primo grado sul caso Regeni, condannando in contumacia tre agenti dei servizi segreti egiziani a 10 anni di carcere per il solo sequestro del ricercatore italiano. Nessuna accusa per l’omicidio; un quarto imputato è stato assolto.
Di «vittoria giudiziaria ancora incompleta» parla il settimanale dei missionari comboniani Nigrizia, in un articolo del 29 settembre di Giuseppe Acconcia. Ci sono alcuni segnali positivi che meritano di essere sottolineati, aggiunge l’autore: il fatto stesso che si sia celebrato il processo in un clima di omertà diplomatica; il riconoscimento della responsabilità dell’intelligence «di un regime militare che continua a terrorizzare gli egiziani» e che non ha mai voluto collaborare con le indagini italiane.
Passiamo ora ai lati negativi: ci sono altri gradi di giudizio cui ricorreranno i tre 007; l’assenza degli imputati al processo testimonia ancora una volta «la mancanza di qualsiasi volontà di collaborazione da parte delle autorità egiziane che non hanno fatto che depistare le indagini»; la sentenza «non accusa gli imputati di omicidio e quindi rimanda a ulteriori accertamenti per arrivare ai vertici della catena decisionale che ha provocato la morte di Giulio Regeni e che potrebbe coinvolgere anche figure molto vicine ad al-Sisi, inclusi i suoi figli».
C’è poi un risultato che questa sentenza non poteva raggiungere, e cioè restituire giustizia ai migliaia di egiziani vittime di repressione politica, uccisi, torturati, scomparsi, imprigionati e abbandonati privati di processo e diritto alla difesa.
E c’è poi da sottolineare anche la latitanza delle istituzioni italiane ed europee in questi 10 anni di indagini. Reticenza a scomodare il dittatore al-Sisi manifestata da tutti i governi italiani fino a quello attuale. «Le scoperte di giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale, a largo di Port Said, controllate principalmente da ENI, le forniture di armi al Cairo, la gestione dei flussi migratori, demandati ai dittatori nordafricani, come al-Sisi e Kais Saied in Tunisia, hanno segnato sempre di più le decisioni in politica estera dell’Unione Europea. Ad eccezione dei pochi mesi in cui è stato richiamato l’ambasciatore italiano al Cairo nel 2016, l’Italia ha sempre privilegiato l’asse economico con l’Egitto con continue visite reciproche e il rafforzamento degli scambi commerciali e degli investimenti nel Paese, a discapito della ricerca della verità nel caso di Giulio Regeni e della denuncia delle atrocità del regime militare di al-Sisi».
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