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«L'arte sublime del negoziato»: il mensile

«L'arte sublime del negoziato»: il mensile "Jesus" intervista il card. Parolin

Diplomazia, dialogo e stop alle armi: in un’intervista esclusiva al card. Pietro Parolin, pubblicata sul numero di ottobre del settimanale dei paolini Jesus, il Segretario di Stato vaticano affronta i nodi più spinosi del dibattito internazionale di questi anni segnati da guerra e crisi del multilateralismo, «delinea la visione della Santa Sede sui grandi dossier geopolitici e rilancia il primato della diplomazia». In generale, nel corso dell’intervista, il cardinale si dice poco ottimista, in particolare in merito alla scarsa capacità umana di apprendere dagli errori della storia.

La Santa Sede non ha eserciti e non intende averli, spiega il numero due della politica vaticana, ricordando che il Vangelo “consente” solo «armi spirituali, morali e relazionali». È così che il più piccolo Stato del mondo riesce a parlare all’umanità intera fuori da «confini ideologici e politici» e lontano dai riflettori della grande scena mondiale, riuscendo a «convogliare le coscienze attorno a principi non negoziabili: la dignità della persona umana, il bene comune, la giustizia e la pace». In tal senso, il ruolo della Santa Sede nel mondo non è tanto quello di rappresentare blocchi di potere o interessi particolari ma, per dirla con le parole usate da Paolo VI di fronte all’ONU (1965), «essere un rappresentante dell’umanità intera».

Parolin invita a cercare la pace attraverso il dialogo, che a sua volta richiede realismo e la fatica della trattativa. Puntare invece sulla forza delle armi non produce riconciliazione e non risolve le cause profonde dei conflitti. E lascia l’umanità sempre più impantanata nella «terza guerra mondiale a pezzi» combattuta con le armi, con l’informatica, con l’economia, che sussiste ancora oggi a fronte di un sistema multipolare claudicante. Uno stato di instabilità che, senza il ripristino di regole condivise e di fiducia nelle istituzioni internazionali, rischia di diventare cronico e permanente.

Allo stato attuale, le potenze preferiscono investire tanto in armi e poco in diplomazia e prevenzione, senza rendersi conto che, in questo modo, pace e cooperazione si allontanano, mentre la corsa agli armamenti assorbe risorse vitali per lo sviluppo umano (istruzione, sanità, lavoro e casa).

Sulla guerra di Israele a Gaza il Segretario di Stato ha le idee chiare e rilancia la soluzione a due Stati: «Finora tale prospettiva resta l’unico orizzonte politico in grado di garantire una pace giusta e duratura, fondata sulla pari dignità, sul diritto all’autodeterminazione e sulla sicurezza di entrambi i popoli. Coloro che vogliono abbandonare la soluzione a due Stati o la avversano apertamente, concretamente cosa propongono di meglio? La cosiddetta “migrazione volontaria” di milioni di Palestinesi dalle loro terre, altro nome per indicare una loro ennesima espulsione forzata? Nuove colonie illegali imposte unilateralmente? Nuove guerre? Ogni soluzione diplomatica che tenga conto della pari dignità dei due popoli è benvenuta, ma finora nessuna sembra essere migliore dell’implementazione di uno Stato anche per il popolo palestinese, che la Santa Sede ha riconosciuto con l’Accordo Globale del 2015, auspicando che tale passo contribuisca a tracciare un percorso di pace con lo Stato d’Israele e nell’intero Levante».

Anche sulla guerra di USA e Israele all’Iran la Santa Sede ha le idee chiare. «Ogni forma di violenza richiama altra violenza, così come la guerra genera altra guerra», spiega Parolin, dalla quale è poi difficile uscire. «La sicurezza e la stabilità dell’Iran e, più in generale, dell’intera regione del Medio Oriente, così come la tutela della libertà di navigazione nelle acque internazionali, non possono essere garantite attraverso minacce reciproche o bombardamenti, che non fanno altro che seminare distruzione e sofferenza, ma possono essere perseguite soltanto promuovendo percorsi autentici di dialogo, di cooperazione e di fiducia reciproca, nel rispetto del diritto internazionale».

Nel corso dell’intervista Parolin condanna anche il ritorno della strumentalizzazione della religione: «Nazionalismi che sacralizzano la “nazione”, regimi autoritari che usano la religione come collante identitario, movimenti che piegano la fede a battaglie culturali-partitiche. Si tratta di un fenomeno degenerativo che danneggia sia la religione, ridotta alla stregua di una ideologia, che la politica, la quale evita così il confronto razionale sul bene comune. La Chiesa cattolica risponde con la chiara distinzione delle due sfere».

Leggi tutta l’intervista su Jesus di ottobre

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