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Medio Oriente. Tutte le crisi passano da Teheran

Medio Oriente. Tutte le crisi passano da Teheran

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 6 del 14/02/2026

Iran, Iraq, Siria, Libano: è solo un segmento dell’area nella tempesta, ma un segmento importante. Doveva essere la “mezzaluna sciita”, l’informale impero persiano secondo i pasdaran: è una landa non più soltanto desolata, ma disperata. Cercare un ordine per raccontare una storia in evoluzione quotidiana, sull’orlo del burrone, non è facile. Si potrebbe partire dalla disperazione del Libano, dove grazie alla cocciutaggine dei khomeinisti di Hezbollah a fare del sud del Libano una piattaforma armata pronta a colpire in Israele, a salvare o capovolgere regimi arabi, trafficare in armi e droga, quella parte di Libano, la più vicina a Israele, secondo la stampa libanese potrebbe diventare una “zona industriale” senza residenti, senza villaggi abitati, solo maestranze. Ma tutto è ancora in movimento, mentre in Siria, almeno nel suo nord, sembra che siamo a un punto fermo: la fine del Rojava.

L’“occidente” dell’oriente: i curdi

Rojava è una parola curda che vuol dire “occidente”, poi è diventata un’area di autogoverno dei curdi nell’estremo nord-est del Paese. Come mai la parte più orientale di un Paese si chiama “occidente”? Perché ci si riferisce a un’altra cartina, quella del Kurdistan, nella quale i territori curdi siriani sono nel versante occidentale, questa parte e un altro lembo, sempre in Siria, ma non attiguo, perché lì in mezzo c’è un pezzo di quello che sarebbe il Kurdistan che oggi è in territorio turco. Ma non siamo in Siria?

Quando l’Isis lanciò la sua sfida genocidiaria, i curdi per salvarsi si allearono con gli americani che “tatticamente” accettarono di sostenere le milizie curde, guidate soprattutto da appartenenti al Pkk, armandole per debellare la comune minaccia esistenziale. Conducendo quella guerra indispensabile per loro ma anche per il mondo, i curdi entrarono in territori popolati da arabi, assiri, turcomanni. Il vasto territorio di cui presero il controllo, e che conteneva tutte le risorse energetiche siriane, è diventato un’estensione del Rojava, e così tutto il fianco orientale della Siria è diventato “occidente”. Le forze armate curde, YPG, presero il nome di Forze di Difesa Siriane, SDF, ma rimasero nei fatti ciò che erano in precedenza. I racconti arabi che emergono dal Rojava dopo la sua fine ci dicono che il Pkk ha governato con metodi stalinisti, l’esperimento di autonomia plurale non è mai stato tale. Forse non ci sono state le condizioni politiche, forse non c’è stata la volontà.

Ma a far crollare il Rojava-esteso è stata la scelta statunitense. Dopo la vittoria dell’ex jihadista al Sharaa, che ha scacciato Assad da Damasco con il benestare americano e russo e l’assistenza militare e logistica turca, non c’era più motivo per affidare la guerra all’Isis ai curdi, c’era il nuovo uomo forte che avrebbe governato su tutta la Siria, riunita. Washington ha cambiato la spalla su cui appoggiava il fucile contro l’Isis quell’11 novembre dello scorso anno quando alSharaa, forte del suo trascorso jihadista, è stato ricevuto alla Casa Bianca e ha aderito alla coalizione internazionale anti-Isis. Alla Casa Bianca sanno bene che l’esercito siriano oggi è “poroso”, contaminato da soggetti legati per vincoli tribali o ideologici all’Isis. Deve essere per questo che gli americani hanno subito trasferito alcuni prigionieri ex Isis in Iraq; al Sharaa ha bisogno di tempo, meglio non rischiare. E qualche guaio già si vede. Infatti ora che al-Sharaa ha ottenuto il premio più ambito, diventare lui il luogotenente di Washington e non più il suo rivale curdo, Abdi, la pulizia che deve fare nei suoi ranghi va fatta davvero e nessuno può illudersi che sia un lavoro facile. Le operazioni anti Isis di queste ore contano, ma le magagne sottostanti sono tante.

La Siria di al-Sharaa

Il senso dell’operazione però è molto semplice: la Siria era diventata un protettorato iraniano, ora grazie ad al-Sharaa è un protettorato turco, Tehran non può usare quel territorio per le sue trame, Ankara offre la sua “stabilità”, notoriamente anti-curda. Ma senza esagerare: infatti Trump ha imposto un accordo che ha salvato i curdi in Siria, sopravvissuti nel loro vecchio, ristretto Rojava, con alcuni reparti armati che entrano nell’esercito nazionale.

Meno notata è la shock therapy, la ricetta neo-liberista che al-Sharaa ha subito messo in atto per rilanciare la sua economia. Le bollette dell’elettricità sono aumentate in modo vorticoso, molti siriani si sono visti recapitare bollette superiori al loro stipendio. Qualcuno ha parlato di aumenti del 6mila per cento. In questo inverno molto rigido molti siriani sono tornati a riscaldarsi bruciando immondizie, comprensive di plastica e nylon. Ancor meno notato è il suo sistema di governo: nei gangli vitali dell’amministrazione centrale, dei governatorati territoriali più importanti e del sistema economico ci sono parenti del leader, come accadeva ai tempi di Assad.

Dall’Iraq all’Iran

La tormenta siriana è più visibile ma non più grave di quella irachena. Il Paese oggi è paralizzato. Infatti i partiti che hanno vinto le elezioni hanno designato quale nuovo primo ministro il vecchio Noury al-Maliki, il vero terminale in Iraq dei pasdaran. La minaccia americana di sospendere aiuti e sovvenzioni essenziali per la sopravvivenza del Paese non dovrebbe aver sorpreso i leader iracheni, e infatti l’assemblea dei deputati che dovrebbe ratificare la designazione del nuovo premier viene rinviata ormai sine die. Difficile se ne esca prima che si esca dal dedalo iraniano.

Se si vada verso un attacco militare che potrebbe destabilizzare non solo questa parte di mondo arabo ma anche quella affluente, il versante arabo del Golfo con le sue ricchissime petromonarchie, non si può dire. Di certo pochi dubitano che a Teheran sia cominciata la stagione dello sterminio.

Strettissimo collaboratore di Khomeini, suo primo ministro durante tutti gli anni della feroce guerra Iran-Iraq, poi emarginato da Khamenei e riemerso come candidato dei riformisti nel 2009, quando vinse ma fu defraudato dal regime per imporre la rielezione di Ahmadinejad nel 2009 e quindi posto senza processo agli arresti domiciliari nel 2011 dove ancora si trova, Mir Hossein Mousavi l’ha detto il 29 dicembre 2025 così: «La partita è finita! Deponete le armi e rinunciate al potere. Nel nome di Dio, il Misericordioso, il Compassionevole. Una pagina oscura è stata aggiunta alla lunga storia della nostra nazione, che l'Iran non ricorda avere mai vissuto. Con il passare dei giorni, le dimensioni terrificanti dell'evento diventano sempre più evidenti. Si è verificato un grande tradimento e un crimine contro il popolo. Le case sono in lutto. Le strade sono in lutto, le città e i paesi sono in lutto. Dopo anni di repressione crescente, questa è una tragedia che sarà ricordata per decenni, persino per secoli. […] In quale lingua il popolo dovrebbe dire che non vuole questo regime e non crede alle vostre menzogne? Quando è troppo è troppo. La partita è finita. Le oppressioni vi hanno raggiunto e gli alberi di Zaqqum (l’albero infernale, i cui rami hanno per fiori teste di demoni, ndr) che avete piantato hanno dato i loro frutti. […] Di voi non rimane altro che una storia, una storia piena di sangue e violenza. Quando è troppo è troppo. Non avete una soluzione per nessuna delle crisi del Paese, né la nazione ha altra scelta che protestare ancora fino a quando non si otterrà un risultato. […] Questa volta, prima o poi, e probabilmente prima, le forze militari e di polizia si rifiuteranno di portare questo fardello. Deponete le armi e dimettetevi dal potere, affinché la nazione stessa possa portare questa terra alla libertà e alla prosperità. Il percorso che questo umile compagno del popolo propone a tal fine è quello di indire un referendum costituzionale formando un ampio fronte, composto da tutte le tendenze nazionali, basato su tre principi: nessun intervento straniero, rifiuto del dispotismo interno e transizione democratica pacifica; perché stabilire una pace e una sicurezza durature e salvare il Paese dalla tirannia del dispotismo al potere, basato sulla volontà e sul desiderio del popolo, è possibile solo dal popolo stesso e senza interventi stranieri. Oh Dio, ascolta il grido che i tuoi servi oppressi elevano dal profondo del loro cuore alla Tua presenza […] E quando i prigionieri saranno liberati, il primo di loro sarà la Tua religione, che dopo una lunga prigionia nelle mani dei venditori di religione, vedrà nuovamente il sorriso mohammadico del sole». Dal suo testo appare evidente che il no all’intervento militare si lega alla proposta di un referendum costituzione, perché anche i riformisti sono giunti alla conclusione che questo regime non si può riformare. 

*Foto presa da Flickr, immagine originale e licenza 

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