«Se vogliamo la pace, dobbiamo preparare la pace». Monsignor Ricchiuti scrive a Elly Schlein
ROMA-ADISTA. «Se vogliamo la pace, dobbiamo preparare la pace: con la politica, la diplomazia, il diritto, la giustizia e la nonviolenza». Con queste parole il presidente di Pax Christi, mons. Giovanni Ricchiuti, si rivolge alla segretaria del Partito democratico Elly Schlein, in una lettera aperta pubblicata oggi sul quotidiano Avvenire.
«Gentile onorevole Elly Schlein, sSegretaria del Partito democratico - scrive Ricchiuti -, cinquant’anni fa, nel 1976, monsignor Luigi Bettazzi, vescovo di Ivrea e presidente di Pax Christi, scriveva una lettera aperta a Enrico Berlinguer. Era un gesto coraggioso, che inaugurava un confronto franco tra mondi diversi e interrogava il Partito comunista italiano sul rapporto tra cultura politica, libertà religiosa e presenza dei credenti nella società. Non intendo riproporLe oggi la stessa domanda. Vorrei piuttosto aprire con Lei un dialogo su una questione decisiva per il futuro dell’Italia e dell’Europa: la costruzione della pace. Questa lettera si rivolge idealmente anche a quanti, nelle diverse forze politiche, vogliano contribuire alla riflessione.
L’articolo 11 della Costituzione non esprime una generica aspirazione: afferma che l’Italia "ripudia la guerra" come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo per risolvere le controversie internazionali, impegnandoci a promuovere un ordinamento capace di assicurare pace e giustizia tra le nazioni. È un mandato che incontra il magistero degli ultimi pontificati: da Giovanni XXIII a Francesco e Leone XIV, la pace è stata indicata non solo ai credenti, ma a tutte le persone di buona volontà, come responsabilità politica e umana. È alla luce di questo mandato che Le chiedo di contribuire, con la coalizione di cui è parte, a un ripensamento profondo delle politiche di difesa e sicurezza dell’Italia e dell’Unione Europea.
Per troppo tempo abbiamo considerato indiscutibile il detto latino si vis pacem, para bellum . Ma la storia ne ha mostrato il fallimento. Ogni Stato giustifica il proprio riarmo con quello degli altri e ogni aumento delle spese militari come risposta a una minaccia. Si genera così una spirale nella quale nessuno è davvero più sicuro. La deterrenza non elimina la paura: la organizza e la trasforma nel fondamento delle relazioni internazionali. Ritengo necessario che una coalizione democratica e progressista prenda le distanze dalle politiche di riarmo. Il riarmo dissemina sfiducia tra le nazioni e paura nelle società; sottrae risorse a sanità, scuola, lavoro, lotta alla povertà, ambiente e coesione sociale. Eppure sono queste le fondamenta della vera sicurezza di un popolo. Una società segnata da disuguaglianze e servizi pubblici indeboliti non diventa più sicura acquistando nuovi sistemi d’arma. Ho ragione di credere che buona parte dell’elettorato del nostro Paese si riconosca in questa convinzione.
Le armi contemporanee, inoltre, rendono sempre più fragile la distinzione tra difesa e offesa. Missili a lunga gittata, droni armati, sistemi automatizzati e strumenti governati dall’intelligenza artificiale colpiscono città, infrastrutture e popolazioni. Le guerre del nostro tempo mostrano quanto i civili siano ormai al centro della violenza. L’impiego dell’intelligenza artificiale nei sistemi d’arma apre scenari che la politica non può limitarsi a osservare. Affidare a un algoritmo l’individuazione di un obiettivo o la decisione di colpire aumenta la distanza tra l’atto di uccidere e la responsabilità umana. Non è ammissibile che la disciplina europea sull’IA lasci sostanzialmente fuori dal proprio campo gli usi militari, di difesa e sicurezza nazionale. Le chiedo perciò di promuovere, nell’Ue e all’Onu, una legislazione efficace e vincolante sull’IA applicata ai sistemi d’arma, che impedisca di delegare alle macchine decisioni sulla vita e sulla morte e garantisca trasparenza, tracciabilità, verifiche preventive, controllo indipendente e una chiara catena di responsabilità. La coscienza non può essere sostituita da un calcolo probabilistico né la responsabilità dissolversi dentro un algoritmo.
Non intendo entrare nel dibattito sulle singole decisioni riguardanti la guerra in Ucraina. Quella tragedia, tuttavia, ci obbliga a interrogarci sul modo in cui intendiamo la legittima difesa. Non possiamo applicare categorie elaborate quando la capacità distruttiva delle armi era incomparabilmente minore. Ritengo moralmente ammissibile, nell’aiuto a una popolazione aggredita, ciò che sia rigorosamente finalizzato a proteggere le vite: sistemi di allerta e intercettazione, rifugi, protezione delle infrastrutture civili, sminamento, soccorso sanitario e umanitario. La difesa della vita non può coincidere con la capacità di togliere altre vite.
Esiste invece un campo vastissimo nel quale la politica può giocare fino in fondo la partita della pace. Penso anzitutto al rafforzamento della diplomazia italiana ed europea, investendo in formazione, personale, mediazione e prevenzione dei conflitti, ma anche nei corpi civili di pace e negli interventi non armati. Le chiedo inoltre di sostenere pubblicamente la raccolta firme per la proposta di legge di iniziativa popolare «Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della Difesa civile non armata e nonviolenta», presso la Presidenza del Consiglio dei ministri. Mi auguro, anzi spero, che Lei abbia già firmato. In caso contrario, La invito a farlo e a chiedere a parlamentari, amministratori, iscritti ed elettori del Pd. Sarebbe un gesto concreto per mostrare che la nonviolenza può diventare istituzione, programma e scelta di governo. È altrettanto urgente rafforzare il multilateralismo. Le Nazioni Unite e gli organismi sovranazionali hanno limiti evidenti, ma la risposta non può essere il loro abbandono. Occorre promuoverne una riforma democratica, perché quando il diritto internazionale è subordinato alla convenienza delle potenze resta soltanto la legge del più forte. E la legge del più forte non genera ordine: prepara nuove guerre. La politica della pace richiede anche educazione alla nonviolenza, riconversione dell’industria militare, controllo del commercio delle armi, sostegno all’obiezione di coscienza, tutela dei difensori dei diritti umani e partecipazione delle società civili ai processi negoziali. Richiede soprattutto di sottrarsi alla falsa alternativa tra riarmo e resa. La nonviolenza non è passività. È organizzazione della resistenza, protezione delle popolazioni, disobbedienza alle ingiustizie, costruzione di alleanze, pressione diplomatica e capacità di interrompere le catene dell’odio senza riprodurne la violenza.
Cinquant’anni dopo la lettera di monsignor Bettazzi a Berlinguer, il dialogo tra la Chiesa e una grande forza della sinistra italiana può ripartire da qui: non dalla ricerca di privilegi, ma dalla responsabilità condivisa verso l’umanità e le generazioni future. Se vogliamo la pace, dobbiamo preparare la pace: con la politica, la diplomazia, il diritto, la giustizia e la nonviolenza».
Immagine ritagliata da YouTube (https://www.youtube.com/watch?v=JAi6g1y8TI4)
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