Gaza e la complicità delle armi: “Preti contro il genocidio” in marcia fino a Leonardo
Tratto da: Adista Notizie n° 33 del 03/10/2026
42721 ROMA-ADISTA. Un grande sudario con i nomi scritti a mano di trecento bambini uccisi dalle forze armate israeliane a Gaza e in Libano dopo la proclamazione dei due cessate-il-fuoco, mai attuati. È stato il segno che ha accompagnato lo scorso 22 settembre – a un anno esatto dalla prima iniziativa (v. Adista Notizie n. 34/25) – la marcia dal Vaticano alla sede di Leonardo Spa dei “Preti contro il genocidio”, rete internazionale nata lo scorso anno e che ora conta oltre 2.500 aderenti da 67 Paesi di tutti i continenti, fra cui tre cardinali e una trentina di vescovi (v. Adista Notizie nn. 32/25 e 29/26).
«Bisogna chiamare le cose con il loro nome», e «quello che accade a Gaza non è una guerra: è un genocidio», spiega p. Pietro Rossini, missionario saveriano e portavoce della Rete. «Continuare a «chiamarlo guerra non è un errore di vocabolario: è il primo atto di complicità, perché rende accettabile ciò che è inaccettabile».
La giornata è stata articolata in tre momenti. Al mattino un incontro di confronto e riflessione riservato solo ai preti. Nel primo pomeriggio, breve momento di preghiera nella chiesa di Santo Spirito in Sassia, a due passi da San Pietro. A seguire la marcia-corteo, fino alla sede di Leonardo Spa (la principale azienda armiera italiana) a cui hanno partecipato circa duecento fra preti diocesani, religiosi di vari ordini e congregazioni (francescani, gesuiti, comboniani, saveriani), parroci e viceparroci da ogni parte d’Italia e da una decina di altri Paesi (ma c’erano anche diverse religiose e alcuni cattolici laici). Nessuna bandiera, alcune kefiah indossate sul saio o sul clergyman, tutti con un ramoscello di ulivo simbolo di pace e con lo stesso cartello che raffigurava una Madonna con un bambino scheletrico in braccio e la scritta “Christ died in Gaza” (Cristo è morto a Gaza).
Quasi tre ore di cammino per le strade della città inframmezzate da canti, preghiere, letture bibliche, testi di papa Leone XIV, del cardinale patriarca di Gerusalemme dei Latini Pierbattista Pizzaballa, del movimento ecumenico Kairos Palestina e dello storico israeliano Omer Bertov, che ha denunciato pubblicamente il genocidio e il regime di apartheid messo in atto da Israele a Gaza e in Cisgiordania. A guidare il corteo tre vescovi, mons. Franco Moscone (di Vieste, San Giovanni Rotondo, Manfredonia), mons. Christian Carlassare (di Rumbek, in Sud Sudan) e mons. Giovanni Ricchiuti (presidente di Pax Christi ed emerito di Altamura, Gravina, Acquaviva delle Fonti). A chiuderlo un gruppo di donne che portava foto e nomi di bambini libanesi uccisi dai bombardamenti israeliani.
La prima sosta alla fine di via della Conciliazione, in piazza San Pietro, quasi sotto le finestre dell’appartamento papale. Viene letto un testo del profeta Isaia («È trascurato il diritto e la giustizia se ne sta lontana») e una lettera del cardinale Pizzaballa: «Esiste una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato. Le responsabilità sono diverse. Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto verso la giustizia e la verità». Altra tappa in via di Porta Angelica, sotto l’ambasciata della Palestina presso la Santa Sede – il Vaticano ha riconosciuto ufficialmente lo Stato palestinese – dove è stata intonata una canzone scritta da p. Xavier Morlans dedicata a Taybeh, villaggio cristiano in Cisgiordania, da tempo sottoposto a violenze e incursioni da parte dei coloni israeliani, e si è pregato «per gli ebrei, soprattutto per quanti hanno il coraggio di criticare la politica coloniale e la violenza sionista». Poco più avanti il corteo si è fermato anche sotto l’ambasciata del Libano e poi si è diretto a piazza Monte Grappa, dove c’è la sede di Leonardo Spa (che ha solidi rapporti commerciali con Israele), presidiata da un blindato dell’esercito e da alcuni militari in mimetica. «Siamo qui anche per chiedere lo stop alla vendita di armi a Israele e a tutti i Paesi che commettono crimini contro l’umanità», ha spiegato don Rito Maresca, parroco a Sorrento e principale promotore della rete dei “Preti contro il genocidio”. La responsabilità principale, certo, è della politica. Ma anche delle industrie armiere. «Dentro quello palazzo ci sono intelligenze umane e artificiali messe a servizio della guerra per la produzione di armi che genera profitti enormi e scandalosi», ha detto dal megafono mons. Ricchiuti. È ancora più diretto mons. Moscone: «La Corte penale internazionale dovrebbe spiccare mandati di cattura per tutti coloro che siedono nei Consigli di amministrazione di Leonardo e di tutte le aziende che fabbricano e vendono armi per le guerre».
*Foto presa da Unsplash, immagine originale e licenza
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