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Voci dal Corteo “contro il genocidio” di Gaza: «la neutralità è complicità»

Voci dal Corteo “contro il genocidio” di Gaza: «la neutralità è complicità»

Tratto da: Adista Notizie n° 33 del 03/10/2026

42722 ROMA-ADISTA. «Il nostro scopo innanzitutto è sensibilizzare le comunità cristiane, dal basso, sensibilizzare i pastori a un Vangelo che non può non metterci la faccia, la neutralità non può diventare equidistanza che poi finisce per diventare equi-lontananza». Così don Rito Maresca, parroco a Sorrento e primo promotore della rete dei “Preti contro il genocidio”, commenta con Adista l’iniziativa dello scorso 22 settembre durante la marcia-corteo dal Vaticano alla sede di Leonardo Spa, la principale industria armiera italiana (v. notizie precedente). «Non è stata casuale la scelta di concludere la marcia davanti la sede di Leonardo», prosegue. «Siamo qui come cristiani per chiedere la pace e soprattutto per chiedere lo stop alla vendita di armi a tutti i Paesi che compiono crimini contro l’umanità. È quello che è scritto nella nostra Costituzione che ripudia la guerra e nei trattati internazionali. Non si tratta di discriminare uno Stato, ma di prendere consapevolezza di quello che accade e di non vendere armi che poi possono essere usate contro i civili. Sono di ritorno dal “pellegrinaggio di giustizia” in Terrasanta insieme a Pax Christi, e tutti i palestinesi, cristiani e musulmani, ci hanno chiesto di raccontare quello che succede nei loro villaggi in Cisgiordania perché il tempo è poco: noi siamo qui anche per fare questo, sperando che l’anno prossimo non ci sia bisogno di esserci perché è scoppiata la pace, non che sia inutile esserci perché non c’è rimasto più nulla».

Durante la marcia-corteo dei “Preti contro il genocidio”, Adista ha raccolto anche altre voci dei partecipanti. «È ora che la Chiesa si schieri e abbia il coraggio di dire che siamo davanti a un genocidio, noi gridiamo contro il genocidio compiuto dai nazisti nei confronti degli ebrei, ma in realtà come Occidente siamo complici di quello che ora si sta realizzando contro i palestinesi: sosteniamo Israele politicamente, con le armi, e un giorno saremo chiamati genocidari, come Chiesa non possiamo accettare questo», spiega il missionario comboniano p. Alex Zanotelli. «Invece dobbiamo agire e vincere come è stato fatto contro il regime di apartheid in Sudafrica: quello che allora ha funzionato di più è stato il boicottaggio, dobbiamo farlo anche oggi sostenendo la campagna Bds (Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni) contro Israele e boicottando le banche armate che sostengono il commercio delle armi (v. Adista Notizie n. 17/26). Se diocesi e parrocchie avessero il coraggio di boicottare queste banche sarebbe una forza incredibile».

«Inizialmente questa idea dei preti contro il genocidio mi lasciava un po’ perplesso, poi nel tempo sono esplose altre categorie, come i sanitari e i docenti per Gaza, e ho cambiato idea: non possiamo lasciare libero nessuno spazio, perché in questo momento storico è registrato nella coscienza dell’umanità», spiega don Nandino Capovilla, da sempre impegnato nella campagna “Ponti e non muri” di Pax Christi. «Quindi – prosegue – credo che anche questa iniziativa sia un momento di consapevolezza: è importante che ognuno si mobiliti con la sua coscienza, con la sua professionalità per dire di non poter essere complice di un genocidio. I nostri amici che sono appena rientrati dall’ultimo “pellegrinaggio di giustizia” riferiscono che le comunità della Palestina ci chiedono di intervenire perché è finito il tempo, quindi è una tragedia a cui bisogna rispondere prontamente. Nel sud del Libano la distruzione di interi villaggi. Cos’altro dobbiamo vedere per intervenire?»

«Questa iniziativa vuole essere un richiamo alla Chiesa e alle comunità ecclesiali perché impostino la loro pastorale sul tema della pace e della nonviolenza, come ha invitato a fare papa Leone XIV: le comunità siano trasformate in case della pace», dice mons. Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi e vescovo emerito di Altamura, Gravina, Acquaviva delle Fonti. «Ma – prosegue – è un richiamo anche alla politica e alla società civile, perché alla marcia vanno affiancati gesti concreti: disarmo è una bella parola, ma se noi continuiamo a depositare i soldi nelle banche armate non andiamo molto lontano, così come se non mettiamo in atto il boicottaggio nei confronti di Israele, come per esempio hanno fatto diverse università che hanno interrotto i rapporti di collaborazione. Proclamarsi cristiani, e mi riferisco anche ai politici, e proseguire sulla stessa strada è una grande contraddizione. Non riesco più a sopportare dichiarazioni di pace quando poi in realtà pensano al riarmo. Dietro certe ostentazioni di crocifissi e di rosari, si offende l’umanità, non si può parlare di pace e allo stesso tempo fare accordi sulle armi. Ricordo papa Francesco a Bari nel 2020, erano entrati dei politici a salutarlo e lui ci disse: “Vedete i politici parlano di pace ma nel cuore hanno la guerra, sono degli ipocriti”. Ma anche papa Leone è ugualmente libero nella terminologia quando parla di disarmo e denuncia che nel mondo sono stati spesi 2.800 miliardi di dollari in armi: questo è un suicidio e un’offesa ai poveri per l’arricchimento di pochi».

*Foto presa da Unsplash, immagine originale e licenza 

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