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Papa Francesco non frena la secolarizzazione. I dati del X Rapporto

Papa Francesco non frena la secolarizzazione. I dati del X Rapporto

Tratto da: Adista Notizie n° 35 del 17/10/2015

38288 ROMA-ADISTA. I dati che emergono dal X Rapporto sulla secolarizzazione in Italia, curato, come ogni anno, da Critica Liberale e dal dipartimento Nuovi diritti della Cgil, ribadiscono che la secolarizzazione in Italia non si arresta. Tutt’altro. Un fatto che di per sé certo non sorprende, perché coincide con la percezione di molti di una sempre più consistente scollatura tra le pratiche religiose e la dimensione collettiva dell’esistenza. Il Rapporto di quest’anno contiene però una ulteriore, e più sorprendente, notizia, perché segnala che – nonostante il pontificato di Francesco stia suscitando speranze e entusiasmo presso tanta parte dell’opinione pubblica laica e cattolica – esso non ha ancora portato cambiamenti significativi nelle pratica religiosa “visibile”, ossia in quell’insieme di riti che si svolgono pubblicamente e che costituiscono la cartina di tornasole del radicamento di una confessione religiosa all’interno della società. Certo, il dossier analizza dati che si fermano alla fine del 2013 e che quindi coprono solo i primi mesi del pontificato di Bergoglio (eletto il 13 marzo 2013), ma costituiscono comunque il segnale che, a passi lenti ma decisi, gli italiani continuano ad allontanarsi dalla Chiesa, anche quella “friendly” e apparentemente più dialogante ed inclusiva di papa Francesco. 

Francesco non fa il miracolo

Dal dossier, pubblicato sul numero 224 di Critica Liberale, appena uscito, emerge anzitutto il calo del numero dei bambini battezzati con il rito cattolico. Una diminuzione di oltre 82mila unità dal primo anno del periodo considerato dalla ricerca, il 1994, all’ultimo dato disponibile, relativo al 2013. Inoltre, se nel 1994 più del 92% dei nuovi nati veniva battezzato entro i primi anni di vita, nel 2013 questa percentuale è scesa sotto l’80%. Segno meno anche per le comunioni e le cresime, calate rispettivamente – nello stesso periodo (1994-2013) – del 15,6% (-63.339) e del 26,5% (-135.418). Peggio ancora i matrimoni, che nei 20 anni considerati scendono del 33%, passando dai 291mila del 1994 ai 194mila del 2013 (-97mila). I riti concordatari, cioè celebrati in chiesa ma con effetto anche civile, diminuiscono dal 1994 al 2013 addirittura del 52,7%. Fa da contraltare – è proprio il caso di dirlo –  l’aumento contestuale dei matrimoni civili, cresciuti del 48%, cioè dai 55mila del 1994 agli 82mila del 2013. Inoltre, la linea del sorpasso fra matrimoni civili e concordatari scende ora dal Nord Italia, dove si era realizzato già diversi anni fa, fino a comprendere anche le regioni del Centro. Senza considerare l’aumento significativo delle coppie conviventi ma non coniugate, passate dal 1994 al 2012 dall’1,6% delle coppie totali al 6,9%. 

Il rapporto tra separazioni e divorzi segue invece un andamento altalenante: secondo i dati del dossier le separazioni sfociate in divorzi sono aumentate in termini esponenziali fino al 2000; dopo quell’anno hanno continuato ad aumentare, ma con un ritmo più lento. Fino al 2008, quando il dato delle separazioni sfociate in divorzio si attestava al 64,6%; dopo tale anno il valore ha iniziato a regredire, tornando nel 2012 al 58% circa. Saranno i prossimi anni a dirci se questa flessione sia legata alla crisi economica, e quindi ai consistenti costi legali di un divorzio che gravano in particolare sulle coppie a medio e basso reddito, oppure ad un mutamento delle dinamiche sociali e familiari.

Discorso analogo si può fare per quanto riguarda la contraccezione. Se fino al 2002, infatti, si è registrato un incremento nell’uso dei contraccettivi ormonali (nel 1994 a farne uso erano infatti 15,6 donne su 100 in età fertile, valore salito a 19 nel 2002), dal 2002 il dato è rimasto pressoché invariato. Anche in questo caso a determinare le cause di tale frenata potrebbe essere sia la scarsa educazione alla contraccezione (che però era tale anche in passato), sia il costo di questi prodotti, che forse in epoca di crisi economica può contribuire (e non poco) a limitarne la diffusione. 

Calano Irc, scuole cattoliche e vocazioni

Altro indicatore importante del processo di secolarizzazione del Paese è la frequenza dell’ora di religione cattolica nella scuola pubblica: in 19 anni, dal 1994 al 2013, la percentuale media nazionale degli studenti che hanno scelto di non frequentare l’Irc nella scuola pubblica è più che raddoppiata, passando dai 500mila di inizio periodo (5,6%) al milione per l’ultimo anno analizzato (11,5%). Le percentuali, tutte raddoppiate nel ventennio preso in esame, sono inferiori per le materne e aumentano progressivamente con l’età. Nell’ultimo anno scolastico preso in considerazione, il 2013-2014, nella scuola dell’infanzia è il 7,7% degli alunni a non seguire l’ora di religione; il 9,2% alle elementari; il 9,8% alle medie; fino a salire al 18% alle superiori. Un dato che si accentua da Roma in su. 

In diminuzione anche le iscrizioni alle scuole cattoliche e, di pari passo, il numero delle scuole stesse, passate dal 9% circa rispetto al totale di tutte le scuole italiane negli anni ’90 al 7% del 2013. Parallelamente, gli studenti delle cattoliche sono passati dal 16% del 1996 al 14% del 2013. 

Anche la Chiesa vive al suo interno un processo di secolarizzazione che non dà segni di arretramento: i preti diocesani passano dai 56.708 del 1994 ai 47.560 del 2013. Nello stesso periodo, le nuove ordinazioni calano dalle 512 del 1994 alle 376 del 2013. I religiosi da 4.371 a 3.471; le religiose da 119.625 a 84.443. 

Se le pratiche religiose sono in calo, aumenta però la presenza di istituzioni cattoliche, specie nel sociale, probabilmente anche in ragione di una presenza ormai piuttosto consistente di immigrati nel nostro Paese: crescono gli istituti di assistenza (6.299), gli ospedali, le case di cura (1.654), i consultori, i nidi d’infanzia, i Centri di assistenza alla vita (da 224 a 355: il dato finale, in questo caso, è del 2014). 

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