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Papa Francesco ai vescovi cileni sulla questione Barros: pardon, «sono incorso in gravi errori»

Papa Francesco ai vescovi cileni sulla questione Barros: pardon, «sono incorso in gravi errori»

CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. «Quanto a me, riconosco, e chiedo che lo trasmettiate fedelmente, che sono incorso in gravi errori di valutazione e percezione della situazione, specialmente per mancanza di informazione veritiera ed equilibrata. Già da ora chiedo perdono a tutti quelli che ho offeso e spero di poterlo fare personalmente, nelle prossime settimane, nelle riunioni che avrò con rappresentanti delle persone intervistate». Queste le importanti parole che papa Francesco, dopo aver letto le 2.300 pagine del rapporto consegnatogli il 20 marzo da mons. Charles Scicluna, ha indirizzato ai vescovi cileni, riuniti nella loro Assemblea plenaria, in una lettera dell’8 aprile scorso, resa nota il 10 aprile in serata. Finalmente ha ritenuto credibili le testimonianze delle vittime e dei testimoni degli abusi commessi dall’ex sacerdote Fernando Karadima e dei coinvolgimenti in essi, in qualche modo, del vescovo di Osorno Juan Barros. Testimonianze raccolte appunto da Scicluna in Cile, dove Francesco l’aveva inviato. «Ora – scrive il papa – dopo una lettura attenta degli atti di questa “mssione speciale”, credo di poter affermare che tutte le testimonianze raccolte in essi parlino in modo asciutto, senza additivi né edulcoranti, di molte vite crocefisse, e vi confesso che questo mi causa dolore e vergogna».

Nella lettera, come si è visto, il papa accusa di essere stato male informato. Non dice del suo pregiudizio che lo ha portato a ritenere più affidabili quelli che lo informavano non correttamente che le vittime, che pure gli avevano scritto. Ma la richiesta di perdono «a tutti quelli che ho offeso» lascia supporre che ne sia consapevole.

Nulla dice delle misure che intende prendere contro gli informatori menzogneri, chiede in questo l’aiuto dei confratelli cileni: vi scrivo, afferma, «per sollecitare umilmente la vostra collaborazione ed assistenza nel discernimento delle misure che a breve, medio e lungo termine devono essere adottate per ristabilire la comunione ecclesiale in Cile, con l’obiettivo di riparare per quanto possibile lo scandalo e ristabilire la giustizia». Se questo è lo scopo, è prevedibile che saranno rimossi dai loro incarichi tutti coloro che si sono resi colpevoli di abusi, di omissioni, di mancata denuncia e di falsa informazione. Potrebbero (o dovrebbero?) saltare il nunzio in Cile Ivo Scapolo; il vescovo di Osorno Juan Barros, oltre che per i fatti contestatigli e per gli atteggiamenti poco pastorali nella conduzione della diocesi, perché nei ripetuti incontri con Francesco gli avrà fornito la sua non veritiera versione e sicuramente gli ha professato in mille modi la sua innocenza; e, trovandosi più o meno nella stessa posizione di Barros, Horacio Valenzuela, vescovo di Talca, Tomislav Koljatic di Linares e Andrés Arteaga, vescovo ausiliare di Santiago, anch’essi aderenti alla Pía Unión Sacerdotal di Karadima presso la parrocchia El Bosque, a Providencia, nella regione metropolitana di Santiago. E che dire dell’arcivescovo di Santiago, card. Ricardo Ezzati, e del predecessore card. Francisco Javier Errázuriz (Ezzati è stato ausiliare di Errázuriz dal 2001) a conoscenza degli abusi almeno dal 2006 (v. Adista Notizie n. 7/18): non c’entrano quanto meno con la scorretta informazione che ora Francesco sta pagando così caramente?

La questione dovrebbe risolversi in un bel terremoto per la Chiesa cilena. E non solo: non va dimenticato che Errázuriz è nel C9, il Consiglio dei cardinali istituito da Bergoglio per la riforma della Curia romana, riforma che andrebbe a sostituire o aggiornare la Pastor bonus e che, a detta dell’altro componente, il card. Óscar Andrés Rodríguez Maradiaga (nel programma "Crónica vaticana" del canale spagnolo Trece qualche giorno fa) «è quasi pronta».

Prime risposte alla “richiesta di perdono”

All’invito rivolto dal papa alle vittime per un incontro in Vaticano hanno risposto i tre principali accusatori del vescovo Barros: James Hamilton, Juan Carlos Cruz e José Andrés Murillo. In una dichiarazione congiunta fanno sapere di apprezzare l’invito di Francesco, ma che si prendono del tempo per valutare se accoglierlo o no. Più articolata la “Dichiarazione pubblica” (11/4) della “Comunità di laici e laiche di Osorno” che, dopo aver ringraziato mons. Scicluna e il p. Jordi Bartomeu per il loro atteggiamento «di ascolto sincero e il fruttuoso dialogo sostenuto con tutti», affermano di «apprezzare il cambio di prospettiva» del papa e di accettare «la sua richiesta di perdono». Ricordano però che «è dal 2015 che denunciamo il lavoro di disinformazione che il nunzio apostolico, vari vescovi e non pochi laici a loro vicini hanno realizzato in modo sistematico. Tuttavia, il papa deve anche rispondere del perché le loro opinioni sono state così cogenti, visto che altri vescovi, sacerdoti, laici e suoi amici gli avevano dato allo stesso tempo informazioni veritiere che lui ha deciso di scartare». La “Comunità” scrive poi che non è possibile ristabilire rapporti di fiducia «se non si prendono misure idonee e sufficienti che si facciano carico effettivamente del problema. In questo senso – sottolineano – l’uscita del vescovo Barros è necessaria, ma non sufficiente. Ora è il momento opportuno per assumere e superare la crisi della Chiesa in Cile». «Per questo – aggiungono – invitiamo i vescovi (…) a valutare con coscienza il loro contributo a questa crisi». 

*Foto di Alfredo Borba tratta da Wikimedia Commons immagine originale e licenza

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