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Per il verso giusto. In un campo deve pur esserci un poeta

Per il verso giusto. In un campo deve pur esserci un poeta

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 6 del 14/02/2026

«In me non c’è un poeta, 

in me c’è un pezzetto di Dio che potrebbe farsi poesia. 

In un campo deve pur esserci un poeta, 

che da poeta viva anche quella vita 

e la sappia cantare».

Etty Hillesum

Etty Hillesum, giovane intellettuale ebrea olandese, morta nel campo di sterminio di Auschwitz, non era una poeta. Amava però profondamente la poesia. Anzi, di più: ne fece una pratica di resistenza. In una lettera a Osias Kormann scrive: «Durante una delle passeggiate intorno al campo giallo di lupini abbiamo parlato di desideri e del loro adempimento (…). In una lettera del mio poeta R. M. Rilke c’è un passo splendido su questo tema. Forse il tuo collega Hausmann ribadirebbe amaramente: “Non è tempo di poeti…”».

La Hillesum dirà invece di non essere d’accordo. Che proprio nei tempi più oscuri e nei giorni più incerti è tempo di poeti.

Non si tratta di enfatizzare ingenuamente la poesia come rimedio ai mali del mondo, quanto di viverla come pratica di resistenza, spazio di umanizzazione, scuola dell’immaginazione. Come scrive Italo Calvino, «la poesia è sempre stata questo: far passare il mare per un imbuto». La poesia non salva il mondo, ma lo rende attraversabile. La vicenda tragica di Etty Hillesum tocca l’apice del tempo oscuro; ma, pur in contesti diversi, ogni luogo in cui la violenza e la marginalità spengono il desiderio ha bisogno di poesia. Lì la poesia diventa parola politica, innesco di un possibile capovolgimento del mondo.

Sono stato alla Biblioteca Giufà, nel quartiere Zen di Palermo. Con me c’era anche Raffaella Baldacci, insegnante ed esperta di pedagogia dell’apprendimento. Abbiamo incontrato Alessandra, Maria Carmen e Vitalba. In quel luogo abbiamo visto donne che, attraverso pratiche poetiche e politiche, testimoniano che in ogni quartiere – soprattutto in quelli più marginalizzati – deve esserci un poeta. Anzi, una poeta. Perché sono spesso le donne a dimostrarsi le più creative e coraggiose.

Ho chiesto loro di scrivere – era ormai la vigilia della Giornata della Memoria – una lettera alle mie studentesse e ai miei studenti del liceo in cui insegno. La mettiamo alla fine di questo testo, come un sigillo: per dire che sì, questo è tempo di poeti e di poete. Cuori pensanti capaci di vedere, anche in mezzo alle discariche, campi di lupini gialli. È da qui che nasce la vera rivoluzione: non quella delle armi, ma quella delle parole. Della poesia.

Carissime, carissimi,

siamo Alessandra e Maria Carmen dell'associazione Laboratorio Zen insieme che opera nel quartiere Zen di Palermo, di cui avete sicuramente sentito parlare. La narrazione che i media danno di questo luogo è purtroppo una narrazione troppo spesso stereotipata, intrisa di luoghi comuni e finalizzata quasi esclusivamente a raccontare gli episodi criminali o di violenza. Ma lo Zen naturalmente non è solo questo, è soprattutto, come diceva Marc Augé, «un luogo in evoluzione statica, che racconta la fatica data dall’atto di resistenza». Resistenza alla rassegnazione e alla violenza, che significa riportare in primo piano dignità, diritti e futuro. Ecco perché vi scriviamo oggi, la giornata della memoria. Perché ogni giorno col nostro lavoro vogliamo rompere l’idea che il destino di un territorio sia già scritto. Vogliamo che resti viva la memoria che non ci può essere legalità senza giustizia sociale, che chiunque, soprattutto chi vive nelle periferie abbandonate dalle istituzioni, ha valore e merita opportunità e rispetto, al pari di qualsiasi altro cittadino e cittadina e a prescindere dal luogo in cui nasce. Ogni giorno coltiviamo la memoria del desiderio, perché chi vive soffocato dai bisogni primari dimentica il diritto al desiderio, al sogno, a un progetto. Il cambiamento è lento ma possibile, la speranza non è ingenuità ma una scelta coraggiosa. Credere nella possibilità di un futuro diverso è già un atto di resistenza. È un processo fragile, ma essenziale, perché senza questa resistenza la marginalità diventa destino. Ecco, Marco ha dedicato questo incontro a Etty Hillesum, citando dai suoi splendidi diari “L’utopia del gelsomino” che come la ginestra di Leopardi, fiore che cresce sulle pendici del Vesuvio, diventa simbolo di dignità e resistenza. Noi vogliamo salutarvi con un'altra citazione dai diari della Hillesum: «Bisogna combatterle come le pulci, le tante piccole preoccupazioni per il futuro che divorano le nostre migliori forze creative». Insomma, fate in modo che la vostra rivoluzione sia l'imagination au pouvoir. Alessandra e Maria Carmen

Monumento a Etty Hillesum a Winschoten, dove la famiglia Hillesum visse dal 1918 al 1924. Foto di D. Trung Quoc Don da Wikimedia Commons, immagine originale e licenza

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