"Preti contro il genocidio": il Vaticano rifiuti l'invito ad entrare nel "Board of Peace" di Trump
Anche il papa figura tra gli invitati a partecipare al "Board of Peace": il 21 gennaio scorso, rispondendo alla stampa a margine di un incontro all'Antonianum di Roma, il segretario di Stato vaticano, card. Pietro Parolin, ha ammesso che Leone XIV ha ricevuto l'invito del presidente USA Donald Trump e che la decisione è in fase di approfondimento e di «valutazione». Il segretario di Stato ha detto che la cosa «esige un po’ di tempo per dare la risposta» (Avvenire, 21 gennaio), ma che la linea della Santa Sede sulla questione palestinese è nota da tempo: il Vaticano riconosce lo Stato di Palestina da dieci anni, promuove la soluzione dei “due popoli e due Stati” e sostiene il diritto internazionale.
Lo scorso 27 gennaio la Rete “Preti contro il genocidio”, nata a settembre 2025 contro lo sterminio dei palestinesi di Gaza ad opera del governo israeliano (v. Adista Notizie n. 32/25), ha diffuso il testo di una lettera aperta indirizzata al card. Parolin, nella quale gli aderenti, che hanno ormai superato quota 1.600 tra preti, vescovi e guide di comunità, chiedono alla Santa Sede di non accettare l’invito ad aderire al “Board of Peace” di Donald Trump, nato ufficialmente a margine del World Economic Forum di Davos con la cerimonia per la firma di una ventina tra gli Stati invitati a farne parte dal presidente USA.
I "Preti contro il genocidio" invitano «al discernimento, affinché le scelte della Santa Sede siano sempre riconoscibili come vie evangeliche», per promuovere «una pace che non esclude, non umilia e non dimentica le vittime».
Di seguito il testo della lettera diffusa ieri dalla rete.
RETE INTERNAZIONALE “PRETI CONTRO IL GENOCIDIO”
Lettera aperta all’Eminenza Reverendissima Cardinale Pietro Parolin - Segretario di Stato del Vaticano
Eminenza Reverendissima,
noi, sacerdoti riuniti nella rete “Preti contro il genocidio”, Le scriviamo con rispetto filiale e con animo credente, desiderosi di contribuire nel nostro piccolo a un discernimento ecclesiale in stile sinodale che sappia custodire la credibilità evangelica della Santa Sede e la speranza di chi soffre.
Sappiamo bene che la Sua risposta, riportata dai media circa la valutazione dell'invito di Trump ad entrare nel cosiddetto Board of Peace, sia stata dettata da prudenza diplomatica, ma al tempo stesso Le facciamo presente che tra la gente comune, questa “valutazione” crea sgomento e rischia di lasciar intendere che la Santa Sede possa davvero aderire a tale proposta.
Con franchezza evangelica chiediamo che la Sede Apostolica prenda posizione e rifiuti apertamente l’invito ad entrare nel “Board of Peace”. Infatti, per quanto possa essere attraente la presenza della parola “pace” all’interno del titolo di questo progetto diplomatico, il Vangelo ci educa a riconoscere la pace non come parola-ombrello, ma come frutto di verità, giustizia e ascolto reale dei poveri e degli oppressi.
E proprio alla luce di questa misura evangelica, vediamo alcuni rischi che ci paiono gravi:
1. La pace non può essere decisa senza i diretti interessati. Ogni percorso che incida sul futuro di Gaza, senza un coinvolgimento pieno e
determinante delle popolazioni palestinesi, rischia di diventare un progetto “su” di loro, più che “con” loro. Una pace non partecipata difficilmente genererà dignità e riconciliazione; rischierà invece di lasciare ferite più profonde.
2. La Santa Sede non dovrebbe avallare cornici che indeboliscono i luoghi riconosciuti del diritto internazionale. La tradizione diplomatica vaticana ha spesso richiamato il valore del multilateralismo e della tutela dei civili. Un organismo percepito come alternativo o sostitutivo dei
meccanismi ONU potrebbe, anche involontariamente, trasmettere l’idea che la forza e gli interessi prevalgano sulle regole comuni e sulla protezione dei più fragili.
3. La ricostruzione non è un “affare”: è riparazione umana e morale. Qualsiasi piano che lasci spazio a logiche di profitto, speculazione o
controllo tecnocratico, senza priorità chiare per la vita quotidiana della gente (case, scuole, ospedali, libertà, sicurezza, lavoro), contraddice la grammatica evangelica della compassione e della giustizia.
4. La presenza della Santa Sede, se inserita in un quadro contestato, rischia di essere letta come legittimazione morale. Anche quando le intenzioni sono buone, l’adesione a una struttura che suscita forti perplessità potrebbe offuscare la libertà profetica della Chiesa e incrinare la fiducia di chi già si sente abbandonato.
Per queste ragioni, Eminenza, Le chiediamo di considerare una scelta diversa: non entrare nel “Board of Peace” e, al contrario, rafforzare ancor più il contributo specifico della Santa Sede come voce morale che promuove cessazione della violenza, tutela dei civili, accesso umanitario, ascolto dei popoli coinvolti e percorsi di giustizia capaci di generare riconciliazione vera. In questo senso, ci pare prezioso sostenere canali trasparenti e inclusivi, in collaborazione con organismi umanitari affidabili e con le Chiese locali, senza che la Chiesa venga associata a logiche di potere o di interesse.
Affidiamo questa richiesta alla Sua paterna attenzione e alla sapienza del discernimento ecclesiale. La accompagniamo con la preghiera, perché lo Spirito Santo guidi la Santa Sede su vie che siano riconoscibili come vie del Vangelo: “beati gli operatori di pace”, una pace che non umilia nessuno e non esclude nessuno.
Con filiale stima e in comunione,
I membri della rete “Preti contro il genocidio”
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