Sessione ecumenica Sae: un’immagine che non si compra
CAMALDOLI (AR)-ADISTA. La meditazione che ha introdotto, mercoledì mattina, la tavola rotonda dedicata all’«Abitare la secolarizzazione», è stata proposta da Emanuela Buccioni, docente dell’Istituto superiore di Scienze religiose della Toscana e socia del Coordinamento teologhe italiane.
Il testo scelto, Mt 22,15-22, contiene l’affermazione di Gesù «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio», ovunque citato. La teologa si è soffermata sulla domanda che la precede: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Nel porla ai discepoli dei farisei e agli erodiani che lo avevano interpellato sulla liceità di pagare il tributo a Cesare, Gesù – ha spiegato Buccioni – sposta l’attenzione da quella che risulta una dicotomia – Cesare o Dio – a una richiesta di discernimento: riconoscere le immagini e le iscrizioni del potere. «La secolarizzazione ci ha consegnato società in cui gli dèi – gli assoluti – hanno cambiato nome. Efficienza, sicurezza, prestazione, ricchezza, identità nazionale, tecnologia possono diventare criteri capaci di reclamare una fedeltà pressoché totale. Anche una tradizione religiosa può diventarlo, quando finisce per identificare il Vangelo con la particolare forma storica attraverso la quale lo ha ricevuto».
Il punto, allora, non è demonizzare Cesare, ma riconoscerlo. «Cesare non è Dio. Il potere politico non ha bisogno di essere sacralizzato per essere legittimo, così la ricerca scientifica non deve trovare nella Scrittura le proprie conclusioni, il diritto civile non coincide con la disciplina ecclesiale, l’organizzazione dello Stato non deve ricevere una consacrazione religiosa per svolgere le proprie funzioni».
La teologa ha rilevato che la secolarizzazione ha comportato anche il venir meno di una lunga sovrapposizione fra cristianesimo, cultura e organizzazione sociale, la cui perdita può generare disorientamento, ma «non tutto ciò che viene perduto è necessariamente Vangelo. Può trattarsi di un privilegio, di una consuetudine, di una forma storica di presenza. E, viceversa, non tutto ciò che è secolare è per questo contrario a Dio. Cesare può essere Cesare. Il problema inizia quando pretende di essere Dio».
Il significato della risposta di Gesù ai suoi interlocutori non è l’assegnazione a Dio di un territorio spirituale e a Cesare quello della politica, ma, ha spiegato Buccione, «stabilisce piuttosto un limite radicale a qualsiasi potere umano: nessuno può reclamare interamente la persona» creata a immagine di Dio. Il suo valore non può essere definito da realtà umane o diventare proprietà di qualcuno. Nemmeno la Chiesa, ha precisato la teologa, possiede le persone, anche se la storia cristiana conosce forme di esercizio del potere sui corpi e sulle coscienze.
L’affermazione «A Dio quello che è di Dio», «non è dunque la rivendicazione religiosa di tutto ciò che Cesare dovrebbe restituire alla Chiesa. È anche un giudizio sulla religione, perché Dio rimane Dio e nessuna istituzione può identificarsi semplicemente con lui».
Da qui discende, ha concluso Buccione, che la secolarizzazione può costituire anche un’occasione spirituale perché «costringe le Chiese a distinguere ciò che appartiene realmente all’annuncio evangelico da ciò che era garantito da una determinata configurazione sociale». Rinunciare a pretese di governo nella società non significa ridurre la fede a una questione privata, ma può renderla libera di proporre, contestare, stringere alleanze. Riconoscere la pluralità della società odierna, secondo la teologa, è anche questo un modo cristiano di abitare la secolarizzazione.
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