El Hishri, il socio di Almasri, a processo davanti la Corte penale internazionale
ROMA-ADISTA. Il prossimo 4 maggio 2027 inizierà ufficialmente, davanti alla Corte penale internazionale, il processo contro Khaled Mohamed Ali El Hishri, figura di vertice del sistema di detenzione di Mitiga, a Tripoli, e alto esponente della milizia SDF/RADA.
Si tratta di un «passaggio storico», commenta la ong Mediterranea Saving Humans. «Per la prima volta, le violenze commesse in Libia ai danni di donne, uomini e bambini, all’interno di quel sistema criminale di cui anche il governo italiano è responsabile, saranno giudicate da un tribunale internazionale. El Hishri, il suo compare Almasri, e altri che probabilmente saranno oggetto di nuovi mandati di cattura, sono accusati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi tra il 2014 e il 2020: detenzioni arbitrarie, torture, violenze sessuali e altre gravi violazioni. E chi li ha pagati lautamente perché bloccassero con ogni mezzo persone migranti, non se la caverà solo facendo finta di niente: i mandanti sono più colpevoli degli esecutori. Ascoltare le vittime, accertare i fatti, individuare le responsabilità: è per questo che supportiamo la Corte Penale Internazionale, ed è per questo che i giudici sono oggetto di attacchi feroci, minacce, e subdoli tentativi di delegittimazione da parte di governi “democratici” che quando si tratta di rispondere dei loro crimini, adottano sempre la doppia morale».
Ma «la responsabilità non finisce davanti ai cancelli del lager di Mitiga - prosegue Mediterranea -. Da anni l’Europa finanzia e addestra miliziani libici incaricati di intercettare in mare e riportare in Libia le persone migranti, in aperta violazione della Convenzione di Ginevra e di quella di Amburgo, facendo carta straccia della dichiarazione universale sui diritti umani. La Libia non è mai stato un “luogo sicuro”, nemmeno per i libici. Figurarsi per i migranti. La vicenda di El Hishri e Almasri, ci ricorda che non può esserci giustizia senza che venga affrontato anche il sistema politico che ha permesso a queste violenze non solo di continuare, ma di diventare un “modus operandi”, consentito e incentivato in tutti i paesi rivieraschi della sponda sud del Mediterraneo. Grazie soprattutto al protagonismo delle vittime, organizzate da Refugees in Libya, questo processo diventerà una grande occasione europea di mobilitazione contro il regime dei confini, contro il sistema criminale delle deportazioni e degli internamenti nei moderni campi di concentramento dei quali si avvalgono, senza vergogna e scrupolo alcuno, i “democratici” governi europei. Se guardiamo con preoccupazione l’ascesa al potere di destre xenofobe e razziste in tutta Europa, allora è il momento di non voltarsi dall’altra parte rispetto a ciò che succede davanti ai nostri occhi: e’ il momento di disobbedire, di organizzare e organizzarsi per contrastare la barbarie. Stare dalla parte di chi subisce la violenza del potere costituito, significa agire. E continuare a chiedere verità, giustizia e riparazione».
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