Per il verso giusto. Smisura
La città è piena di vecchi;
quella con le spalle strette, rimpicciolita, sembri tu,
o quella confezionata nel suo abito di primavera, sembri tu,
nel tuo ben vestire…
il tuo profumo.
E l’altra con il tuo stesso taglio di capelli, stesso colore grigio,
con qualche macchia di marrone sembri proprio tu,
tanto che mi verrebbe da chiamarti,
per rivedere i tuoi occhi belli di ragazza,
e le tua labbra rinfrescate dal tuo immancabile “burrocacao”…
Di vecchi ce ne sono di tutte le fatture:
secchi, magri, nodosi come le vigne,
Donne con la pelle di carta velina, malinconiche, contente, buffe, doloranti,
con occhi spaesati, sorridenti,
coraggiose, indipendenti…
E io, a cercare ogni volta Te!
Ma non trovo più nessuna, mamma,
della tua stessa misura…
Marco Campedelli
A mia mamma Valda, 4 Agosto
In questi giorni ho letto Emanuele Severino, sul senso di eternità. Lo prendo a modo mio, e ne trattengo quel frammento che serve al mio giorno, alla mia anima. Noi, dice il filosofo, appariamo e scompariamo, ma non andiamo verso il nulla poiché, come già diceva Parmenide, il nulla non esiste e l’essere è eterno.
Quando qualcuno che amiamo “scompare”, continuiamo a cercarlo con gli occhi. Leggiamo la carta geografica della vita per scorgere sentieri, vie secondarie, e alcune ancora da aprire, “le alte vie” non ancora segnate.
C’è, oltre alla geografia fisica e politica, una “geografia" dell'invisibile a cui i nostri occhi si sono drammaticamente disabituati, incapaci per lo più di leggerne i segni. Ci capita talvolta, all’improvviso, di intravedere chi è “scomparso” per un momento, per un fotogramma. Un dettaglio che ci richiama a un tutto. Senti un tuffo al cuore. E poi la consapevolezza dell’illusione, della semplice verosimiglianza di ciò che sembra, ma non è. Così mi capita da un anno a questa parte di vedere per la strada, seduta su una panchina in un parco o tra le arterie di un supermercato, mia madre. Ogni volta che un dettaglio mi mette sulle sue tracce, ho un senso di vertigine, di smarrimento. Come se d’un tratto trovassi la misura dell’incommensurabile.
Mi sembra d’improvviso di vederla di spalle. E d’istinto la vorrei chiamare perché si voltasse per un attimo. La cerco così com’era con il suo corpo fragile, ma caparbia e resistente, nel suo ostinato camminare: «Oggi ho fatto due giri e mezzo del parco», diceva, aspettando l’approvazione dei figli (esattamente come noi aspettavamo la sua, da bambini). Cerco l’apparire della sua schiena sbilanciata, perché così mi è apparsa l’ultima volta. Eppure lei era stata una ragazza bellissima. E oggi, vorrei ritrovarla tutta in ciò che è stata. La ragazza dal vestito rosso per cui papà si era perso, innamorato. Mi sembra insomma di farle un torto, nel vederla solo nell’ultimo tempo fragile e non nel pieno del suo giorno, del suo coraggio appreso dalla sua educazione partigiana, libera con il cuore e le gambe in movimento, a saltare i fossi come da bambina. Cerco ogni volta la sua misura. E poi mi rendo conto di non trovarla. Che ciò che vedo per un istante è un apparire, ma che il suo essere è ora nella dismisura. L’ultimo gesto che ha fatto è mettere un filo di burrocacao sulle labbra. Lo faceva ogni volta, per rinfrescare la bella ragazza che era. Lo faceva per sé, credendo fino in fondo a quel farmaco della bellezza, più potente degli oppiacei per il dolore. Lo faceva per me, che stavo arrivando, per i miei fratelli. Lo faceva per “Dio”, direbbe il poeta, cioè per una misura che ancora non conosciamo.
Così mia mamma è uscita dall'apparire, con un filo d’argento sulle labbra, come se andasse incontro a qualcuno. A mio padre, ragazzo, dagli occhi di muschio. Non trovando più la sua misura sulla terra, vorrei allenare gli occhi alla “smisura”, per vederla tutta intera, dentro l’eterno in cui è ora. È lei che adesso mi vede, in questo intermittente apparire, sapendo che, prima o poi, si entrerà in quel “per sempre”. E rimaniamo in attesa: io con gli occhi più chiari color dell’acqua, lei con un filo d’argento sulle labbra.
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