Sessione ecumenica Sae: Bari 2026, un evento ecumenico
CAMALDOLI (AR)-ADISTA. Alla sessione Sae di Camaldoli si è parlato anche del Simposio delle Chiese cristiane in Italia svoltosi a Bari lo scorso gennaio, relatori tre membri della cabina di regia dell’evento: Luca Baratto, segretario esecutivo della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, che ha raccontato l’evento, George Militaru, vicario della Diocesi ortodossa romena d’Italia, che ha presentato una rilettura spirituale dei contenuti del Patto firmato da 18 Chiese al termine del Simposio, e don Giuliano Savina, direttore dell’ufficio nazionale per l’Ecumenismo e il dialogo della Conferenza episcopale italiana, che ha narrato il metodo utilizzato per arrivare all’incontro.
«Siamo testimoni di un’esperienza storica in Italia - ha esordito Savina - la Via italiana del dialogo ecumenico e interreligioso. Il Simposio e il Patto sono stati voluti dai responsabili delle Chiese che li ha visti coinvolti a partire dal 2023. Non era un percorso scontato. Hanno iniziato a incontrarsi alla Cei, mentre era in corso il Cammino sinodale della Chiesa italiana. All’interno della Commissione episcopale Ecumenismo e dialogo era emerso il desiderio di ascolto delle altre confessioni e religioni. C’è sempre stata una convocazione reciproca».
Il direttore dell’Unedi ha spiegato che gli incontri hanno fatto parte di un processo che ha portato a qualcosa di nuovo, segnato dalla metodologia della conversazione spirituale. «Al centro c’è stato quello che lo Spirito ci stava dicendo. Anzitutto i responsabili si sono sentiti reciprocamente ascoltati. È stato un esercizio importante, di sviluppo della capacità di lettura e del discernimento sul vissuto della propria chiesa nel territorio italiano. Non hanno temuto di dirsi gioie e dolori, di parlare di processi complicati all’interno delle proprie chiese e di cosa possiamo fare insieme nello spazio pubblico e per la coesione sociale». Nel 2024, all’interno del processo di conversazione spirituale, i responsabili hanno pensato di scrivere ciò che si stavano dicendo, per non perdere una grande ricchezza, e in seguito è nata la volontà di scrivere un patto. In seguito è emersa l’idea di fare un Simposio.
«Bari è stato un passaggio molto importante, sono state coinvolte anche le comunità locali che hanno inviato loro delegati. Dopo aver chiesto il placet ai loro responsabili, diciotto chiese hanno sottoscritto il Patto, altre hanno partecipato ai lavori ma non lo hanno firmato. L’opzione del dialogo va mantenuta anche quando le posizioni divergono. Questa sfida porta a prospettive di responsabilità ecumenica nella vita sociale e culturale e l’impegno permanente di dialogo».
Il Patto contiene affermazioni importanti, come il fatto che l’Italia è una nazione dal cristianesimo plurale, e impegni che dovranno essere verificati.
Commentando episodi degli anni in cui era ragazzo, Luca Baratto ha detto: «Abbiamo fatto tantissimi passi avanti, le chiese sono cambiare e il panorama è diverso. La firma del Patto è avvenuta nel contesto della cattedrale, per mano dei responsabili delle Chiese, la Cei rappresentata dal cardinale Zuppi. Il Simposio è stata un’assemblea ecumenica nazionale, con un centinaio di delegati. Nessuno ha convocato gli altri: ci si è convocati insieme». Tra i temi del Simposio che sono emersi nelle conversazioni spirituali dei tre anni c’era l’ecumenismo, un dono per la pace pubblica, sapienza delle differenze. Ha continuato Baratto: «L’ecumenismo deve essere una grammatica della pace nell’ascolto ospitante, nelle diversità riconciliate, nel consenso differenziato. Oggi scarseggiano anche le parole per dire pace. È più importante sapere che, nonostante le differenze, abbiamo un legame. La pace c’è quando la gente con obiettivi diversi sa convivere». L’evento di Bari avrà un prosieguo nel 2028 a Firenze per un secondo Simposio che dovrà verificare l’esito degli impegni presi
George Militaru spera che, con il Patto, le Chiese non compiano solo un atto istituzionale, ma esso segni una svolta storica per la società italiana e per l’Europa. «Il Patto ci colloca su una strada rivoluzionaria e ci colloca nella storia dell’Alleanza tra Dio e l’essere umano. Nella Bibbia è Dio che convoca, e le alleanze trovano compimento in Cristo. Il Patto tra le nostre Chiese è un segno profetico per l’avvenire e non può essere non compreso alla luce dell’Alleanza nuova nella quale Dio abbatte il muro di separazione e crea un popolo che dialoga.
La prima caratteristica del Patto è l’ascolto, che prima era impensabile, perché occorreva sintonia con lo Spirito Santo. Il Patto è un atto di fiducia nello Spirito Santo. Ogni alleanza richiede conversione. La piena unità sarà frutto solo dello Spirito Santo e non sarà uniformità ma nella diversità. Il Patto ci impone di pregare perché Dio compi ciò che gli uomini non riescono a fare.
Al termine, Savina ha detto che il problema del Patto è la sua ricezione. Ogni comunità è chiamata a conoscerlo. «Auguro che ciascuna comunità possa vivere ciò che i responsabili delle chiese hanno vissuto».
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