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Le radici oscure di antisemitismo e islamofobia alla sessione ecumenica del Sae

Le radici oscure di antisemitismo e islamofobia alla sessione ecumenica del Sae

CAMALDOLI (AR)-ADISTA. Nella serata dedicata ad “Antisemitismo e islamofobia”, la docente di Storia del pensiero ebraico Claudia Milani ha presentato due amici del Sae che abitano il mondo del dialogo, Gadi Luzzatto Voghera e Yahya Sergio Yahe Pallavicini, e ha introdotto i loro interventi.

«Simone Morandini ci ha ricordato che siamo in un tempo di guerre e di guerra di religione e Gianfranco Brunelli come sui giornali, quando si parla di ebraismo, semitismo e antisemitismo -aggiungo islam -, la confusione è massima. Allora dobbiamo avere cura delle parole e della storia che ci ha portato al momento attuale. Dall’inizio del secolo il rapporto tra i tre monoteismi è cambiato molto, penso a due date simbolo: l’11 settembre 2001 e il 7 ottobre 2023. Dopo l’11 settembre abbiamo iniziato a guardare all’islam con uno sguardo di sospetto, pregiudizio, rifiuto e paura. Per una donna indossare il velo in Europa e in nord America è difficilissimo. In maniera analoga l’attentato del 2023 e la guerra a Gaza che ne è seguita hanno portato a una rinascita dell’antisemitismo che non era mai sopito. Penso sia stato difficile occuparsi di dialogo interreligioso negli ultimi anni, ma proprio per questo ritengo sia indispensabile. Se c’è qualcosa che può smantellare questi pregiudizi è la conoscenza e il dialogo. In una settimana dedicata all’ecumenismo, parlare tra rappresentanti di altre religioni sui pregiudizi, credo che sia molto utile».

Ha iniziato Gadi Luzzatto Voghera, direttore della Fondazione Cedec (Centro di documentazione ebraica contemporanea), osservatorio che mappa gli episodi di antisemitismo nella vita reale e nella rete, studioso di storia dell’ebraismo e dell’antisemitismo. Il relatore sente l’esigenza di ripensare il lessico con cui si descrive l’odio antiebraico del XXI secolo «perché il termine “antisemitismo” porta con sé un’eredità pesantissima legata alla tragedia della Shoah» ed evocando immagini e simboli del passato «fatica a cogliere le forme più recenti, non esplicite e più ambigue, di ostilità antiebraica. Il termine viene utilizzato anche in modo improprio, ad esempio viene accusato di antisemitismo chi critica il governo Netanyahu, in tal modo il termine comporta un danno grave alla comprensione del fenomeno».

Il linguaggio, ha continuato il relatore, non è solo uno strumento neutrale, ma «un dispositivo cognitivo e politico che seleziona, organizza e rende comprensibile la realtà, quando si irrigidisce si provoca una frattura tra la realtà e la sua rappresentazione; ciò che accade continua a esistere ma diventa più difficile riconoscerlo, nominarlo e quindi contrastarlo. Questa crisi semantica non è solo un problema accademico, ma ha effetti concreti sul piano politico, educativo e sociale».

Nello spiegare l’origine del concetto di antisemitismo, che nasce nella seconda metà del XIX secolo, in un momento in cui il razzismo si presenta come discorso pseudo-scientifico, Luzzatto lo definisce «un’invenzione ideologica coniata per dare una legittimazione moderna all’ostilità verso gli ebrei. È dunque un concetto ambiguo che non nomina direttamente l’odio contro gli ebrei ma costruisce un’opposizione astratta a un presunto “semitismo”». Il fenomeno si innesta sulla secolare tradizione dell’antigiudaismo religioso cristiano che ha continuato fino a oggi.

L’istituzionalizzazione del termine nel corso del Novecento ha comportato, secondo lo storico, una sorta di normalizzazione linguistica, diventando una categoria tecnica, ed è stato identificato principalmente con il razzismo biologico e il progetto genocidario nazista, rendendo più difficile riconoscere forme diverse. Definire l’antisemitismo oggi significa stabilire dei confini: decidere cosa rientra o non rientra nel fenomeno, distinguere tra critica legittima – ad esempio alle politiche di un governo, o alle opinioni espresse da singole personalità) e discorso d’odio. «Le controversie più intense si dono concentrate sul rapporto tra antisemitismo e discorso su Israele. In un mondo globalizzato, in cui quel paese occupa un ruolo centrale nell’immaginario politico, la linea di confine tra critica politica e delegittimazione identitaria è diventata sempre più sottile».

Secondo Luzzatto, le tre definizioni di antisemitismo – quello dell’Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance), della Jda (Jerusalem declaration on antisemitism), e della Nexus task force) sono grandemente lacunose: «non fanno cenno alle radici religiose del pregiudizio antisemita che sono presenti sia nel cristianesimo sia nell’islam e non guardano alla presenza di elementi strutturali di antisemitismo nell’agire politico del fondamentalismo islamista e del suprematismo bianco. Inoltre ignorano la presenza dell’antisemitismo nel mondo dell’intersezionalità. L’antisemitismo si allea a misoginia e omofobia per difendere quello che è ritenuto un corpo politico minacciato».

Essendo l’antisemitismo non solo una reazione a singoli eventi, ma un linguaggio che si basa su strutture ricorrenti, ha spiegato il relatore, possiede un vocabolario già disponibile, pronto a essere attivato in ogni momento. Non cresce perché c’è Netanyahu al governo. Inoltre, oggi lo Stato di Israele è percepito come una rappresentazione collettiva degli ebrei. Di conseguenza, la critica allo Stato può facilmente trasformarsi in una forma di ostilità generalizzata

Il direttore del Cedec ha individuato una pluralità di forme di antisemitismo che possono essere analizzate attraverso varie dimensioni: una dimensione pratica (atti concreti di violenza), culturale e sociale (stereotipi, battute, pregiudizi), politica (strumento retorico), narrativa (nei media, nei social e in alcuni ambiti accademici). Sono dimensioni che interagiscono tra loro e sono amplificate dai media digitali. Un altro aspetto di cui tenere conto è la dimensione generazionale: generazioni diverse non condividono lo stesso linguaggio e la stessa memoria. In certi casi i concetti di antisemitismo e sionismo non hanno lo stesso significato: adulti e studiosi le mettono in relazione con la memoria storica del Novecento, diversi giovani con la situazione geopolitica.

In conclusione, Luzzatto pensa che occorra rinnovare i linguaggi, estendere la riflessione sull’odio antiebraico ai mondi non occidentali, includerlo nella più generale diffusione dei discorsi d’odio e favorire le occasioni di dialogo. A questo scopo è stata creato un progetto didattico da parte della Fondazione Cedec e dell’Ucebi (Unione cristiana evangelica battista d’Italia), dal 2026 intitolato a Edith Bruck. In quattro anni sono stati coinvolti migliaia di ragazzi di chiese cristiane e centinaia di formatori. La nascita di amicizie rappresenta uno dei possibili percorsi praticabili per contrastare il discorso di odio.

Yahia Sergio Yahe Pallavicini, imam della moschea al-Wahid di Milano, vicepresidente della Coreis (Comunità Religiosa Islamica Italiana) e presidente di EuLeMa (European Muslim Leaders' Majlis), ha iniziato il suo intervento offrendo dati statistici delle agenzie ed enti specializzati nell’analisi dell’odio contro i musulmani per le istituzioni dell’Unione europea e descrivendo la ricerca di dati sull’islamofobia in Europa. «Le istituzioni europee sono le più strutturate nell’aver creato degli uffici che si occupano di monitorare e contrastare la discriminazione e l’odio contro i musulmani, definizione che registra una trasformazione lessicale: da fobia verso la religione a odio contro i suoi membri».

Rispetto ai dati, «secondo l’Agenzia per i Diritti Fondamentali, un musulmano su due in Europa è oggetto di discriminazione o attacchi di odio. I settori principali dove i musulmani sono oggetto di discriminazioni sono il lavoro e la ricerca di una casa, seguono i settori dell’educazione, della salute e dello sport. Le donne sono molto spesso oggetto di narrative di odio. I Paesi europei con un maggior tasso di denunce per islamofobia sono Austria, Belgio, Francia e Germania. Si registra un incremento dello sviluppo dei discorsi di odio nei social media, prevalentemente nella comunicazione giovanile».

Pallavicini ha rilevato che, nelle analisi sul fenomeno, la dimensione religiosa viene trascurata: «Raramente si affronta il pregiudizio contro una specifica identità religiosa che degenera in odio e discriminazione contro ebrei, cristiani o musulmani, in quanto credenti e religiosi osservanti. Raramente si affronta la disparità di pratica del culto per i musulmani che vengono boicottati nelle loro esigenze di preghiera rituale comunitaria, soprattutto per l’apertura dei luoghi di culto e dei cimiteri islamici. A complicare l’analisi e il pregiudizio contribuisce l’ignoranza dell’Islam e l’idea che i musulmani siano tutti uguali come identità di fede, pensiero e comportamento da quattordici secoli, nel mondo arabo e nel resto del mondo».

Secondo l’imam, l’islamofobia è una paura indotta che pesca nei secoli precedenti e viene aggiornata con la propaganda per la sicurezza contro il terrorismo jihadista che diffonde la grossolana generalizzazione musulmani uguale terroristi e «invita a salvare l’identità giudeo-cristiana dell’Europa con una nuova crociata della destra democratica che parta dalla re-immigrazione. Per noi musulmani d’Occidente le radici della tradizione monoteista abramitica sono spirituali e si declinano in una visione intellettuale che apre all’intelligenza della vera fede e al valore di ogni civiltà autentica che rispetta e sviluppa un’amministrazione della sacralità della vita dei popoli».

I sapienti musulmani internazionali, ha proseguito Pallavicini, «condannano la strumentalizzazione violenta del diritto islamico promossa dal secolo scorso da alcuni movimenti fondamentalisti alla ricerca di una lotta di potere nel mondo arabo. La maggioranza dei musulmani in Europa desidera vivere in dialogo e in pace nel rispetto del contesto giuridico, culturale e sociale. È importante distinguere le generazioni di credenti musulmani e cittadini onesti dalla propaganda del formalismo, del fanatismo, dell’estremismo, del radicalismo, del maschilismo e del terrorismo che hanno manipolato la religione per una rivoluzione priva di fede, giustizia, cultura e pietà spirituale».

Il vero nodo da sciogliere, secondo il relatore, è il rapporto con la secolarizzazione. «C’è chi promuove la difesa del sacro contro il mondo moderno e chi promuove la secolarizzazione in sostituzione dell’adorazione di Dio nella religione. Oltre a questa artificiosa, infantile e sterile polarizzazione c’è il ruolo delle autorità e delle comunità religiose di favorire il dialogo per arginare sia il tradizionalismo che abusa di una forma confessionale per riconquistare il mondo e sia il qualunquismo degli atei devoti e dei razionalisti che pretendono rivoluzionare il sistema del mondo con un ideale di pacifismo umanitario che esclude l’adorazione di Dio».

Nel dibattito pubblico che si svolge nel contesto postmoderno, ha concluso il vice presidente della Coreis, si inserisce l’islam spirituale, «aderendo e sostenendo il dialogo interreligioso promosso da San Giovanni Paolo II e sviluppato da Papa Francesco sul valore della preghiera per la pace e della fratellanza umana. L’Islam spirituale custodisce e difende l’autentica identità del monoteismo e la collaborazione interreligiosa tra i popoli d’Oriente e d’Occidente e subisce gli attacchi dei suprematisti e dei populisti come dei militanti del radicalismo eversivo. L’Islam spirituale rappresentato da maestri, teologi, giuristi, intellettuali, consiglieri e credenti musulmani dall’Indonesia al Senegal, dallo Yemen all’Europa, dalla Turchia all’Uzbekistan promuove il comandamento dell’amore per Dio e per il prossimo e per il bene comune. A chi può fare paura questo rinnovamento ecumenico e spirituale e perché mai?».

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