Anticipazioni Dossier Immigrazione. La Cooperazione? Meno fondi e spesi per contenere i flussi migratori
In vista della presentazione dell’edizione 2026 del Dossier Statistico Immigrazione – curato anche quest’anno dal Centro Studi e Ricerche IDOS, in collaborazione con il Centro studi della rivista Confronti e l’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” – che si terrà a Roma e nelle altre Regioni italiane il 27 ottobre prossimo, IDOS pubblica una prima anticipazione che fa il punto sullo stato degli aiuti pubblici allo sviluppo erogati dal nostro Paese alle aree più svantaggiate del Pianeta e sul sostegno ai Paesi poveri derivanti invece dalle rimesse dei migranti. Il titolo di questa prima anticipazione del Dossier è eloquente: “L’aiuto allo sviluppo è usato sempre più in modo improprio. E sono soprattutto i migranti ad aiutare i loro Paesi di origine”.
«Mentre la popolazione esplode nei Paesi più poveri – spiega IDOS nella sua anticipazione – i fondi stanziati per l’aiuto allo sviluppo diminuiscono. La cooperazione italiana destina un quarto delle risorse alla gestione dell’accoglienza e il Piano Mattei rischia di favorire soprattutto gli investimenti e la sicurezza delle imprese italiane in Africa. Non conosce crisi, invece, l’invio delle rimesse all’estero, nonostante cresca la quota di risparmi che resta in Italia».
Il caso italiano si inserisce in un contesto di tagli all’aiuto pubblico a livello globale, spiega IDOS, «proprio quando le disuguaglianze aumentano rapidamente insieme alla popolazione nei Paesi più poveri». Non solo: la cooperazione internazionale sta anche «cambiando pelle», avverte il Dossier, «e rischia sempre più di diventare uno strumento improprio di controllo delle partenze, oltre che di sostegno agli investimenti e di riduzione dei rischi delle imprese dei Paesi donatori».
Da meccanismo che dovrebbe riequilibrare l’iniqua distribuzione delle ricchezze globali, oggi fortemente concentrate in aree ricche e in piena crisi demografica, la cooperazione si sta trasformando in «una mera strategia per contrastare l’emigrazione da quei Paesi». Fiumi di denari pubblici vengono spesi, ovviamente senza grande successo, per contenere i flussi migratori dai Paesi poveri. «Proprio mentre guerre, povertà e crisi climatiche accrescono i bisogni, la cooperazione si contrae e, non raramente, viene piegata al contenimento delle migrazioni».
L’Italia, con 7.3 miliardi di dollari, «resta lontana dall’obiettivo internazionale dello 0,7% del reddito nazionale lordo, fermandosi allo 0,3% nel 2025»; inoltre «una quota rilevante dell’Aps italiano non raggiunge i Paesi partner destinatari degli aiuti, ma resta sul territorio nazionale» (p. es. per l’accoglienza dei rifugiati in Italia).
All’interno della cooperazione Italiana si colloca, con peso crescente, il Piano Mattei per l’Africa, che IDOS definisce un piano «molto italiano» sebbene coinvolga 18 Paesi africani con 76 progetti principali. Con il Piano Mattei, si legge sul Dossier, c’è il rischio che cresca «il peso della finanza mista, che utilizza risorse e garanzie pubbliche per ridurre il rischio degli investimenti privati».
In ballo c’è il senso stesso e gli obiettivi che si vuole dare la cooperazione italiana: «Nel Piano Mattei, ricostruisce il Dossier, la lotta alla povertà e alle disuguaglianze, la tutela dei diritti umani e lo sviluppo sostenibile si affiancano a obiettivi come la sicurezza energetica, l’internazionalizzazione delle imprese, l’accesso alle materie prime e la prevenzione dell’immigrazione irregolare». Quali obiettivi prevalgono dunque? «I governi africani sono coinvolti, ma società civile e comunità locali hanno ancora poco spazio nella scelta e nella valutazione degli interventi. Il rischio è che gli interessi italiani pesino più dei bisogni locali».
Intanto, però, c’è un sistema, quello «informale», che funziona davvero nel sostegno delle comunità più povere. Le rimesse dei migranti, «pur non sostituendo gli Aps, sono una parte strutturale della migrazione, con un volume complessivo di trasferimenti che è arrivato a 879 miliardi a livello mondiale lo scorso anno e che toccherà i 1.100 miliardi nel 2030».
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