Per il verso giusto. Decalogo per una parola che non si arrende
Dietro al monastero, vicino alla strada, / esiste un cimitero di cose consumate / dove giacciono il ferro arrugginito, pezzi / di stoviglie, tubi spezzati, fili di ferro attorcigliati, / scatole di sigarette vuote, segatura / e zinco, plastica vecchia, copertoni rotti, /che aspettano come noi la resurrezione.
Ernesto Cardenal
PICCOLA SCUOLA DI RESISTENZA POETICA
1. PICCOLA Non significa debole. Significa scegliere una misura diversa da quella del potere. Piccola è una scuola che non fa accordi segreti con il potere, non dipende da sovvenzioni e riconoscimenti. Sta dalla parte delle cose fragili, delle bocche scucite, delle parole smarrite.
2. SCUOLA Viene da scholé: tempo liberato, sottratto alla necessità e messo a disposizione dell’apprendimento, dell’ascolto, della ricerca. La Piccola Scuola è uno spazio nel quale si impara insieme. Anche la resistenza poetica si può imparare. Non è una scuola per scrivere poesie, ma per imparare a vivere poeticamente. Si impara meravigliandosi, ascoltando, leggendo, raccontando, sbagliando, mettendosi in discussione. Scuola è dire “I care”, mi sta a cuore.
3. RESISTENZA Significa opporsi alla banalità, alla stupidità del male, all’ingiustizia, alla guerra, alla violenza sulle persone e sulle parole. Non abituarsi. Comincia quando qualcosa dentro di noi rifiuta di dire: «Signorsì». È conservare la capacità di indignarsi, ma anche di immaginare. Resistere poeticamente è immaginare quello che ancora non c’è.
4. POETICA Viene da poiesis: fare, creare, generare. Poesia non è evasione dal mondo, ma un modo diverso di abitarlo. Il poeta, la poeta, sanno avvertire il buio che scende sulla terra; ma proprio per questo possono cercare, nel buio, sentieri di luce. La poesia è un dono e un compito. Viene sparsa sulla terra per far germogliare foreste di pensiero.
5. LINGUA MADRE Non è grammatica morta, ma la lingua che ci ha generato: lingua che insegna la cura, la relazione, il pensiero divergente, la visione ospitale e il modo per «disfare senza distruggere» (L. Muraro). È anche ricerca di un’autorità diversa da quella del dominio patriarcale: è la lingua che ci fa crescere in profondità e libertà.
6. CONTRO-NARRAZIONE Raccontare diversamente è cambiare il punto da cui si guarda il mondo. La storia non appartiene soltanto ai vincitori, ai potenti, alle istituzioni, agli uomini che hanno avuto l’arroganza di parlare per tutti. È decolonizzare la parola e lasciare che risuoni la parola delle donne, degli esclusi, dei migranti, dei bambini, di chi ha custodito i sogni anche per noi. Non inventa un’altra realtà, ma trasforma la realtà in cui viviamo.
7. UMORISMO È una forma di resistenza alla violenza dispotica e moralista. Ci aiuta a ridimensionare il potere, rompere la retorica, la presunzione di avere l’ultima parola. Ridere non è non considerare il dolore, ma non dare il potere assoluto alla morte e alla distruzione. L’umorismo è una forma di libertà: l’imprevista fessura che sgretola il muro.
8. POLITICA La parola non è mai solo privata. È parola pubblica che smaschera l’ipocrisia e tutela il bene comune. È parola politica perché ridisegna i colori delle città. La parola politica diventa anche azione politica, presa di posizione, rischio, fino a diventare disobbedienza civile. È un bene necessario, insopprimibile di una comunità. La parola poetica diventa politica quando non si limita a dire il mondo, ma si espone perché il mondo possa cambiare. È impegno a salvare la poesia della nostra Costituzione.
9. CORPO Non esistono parole senza corpi. Ognuna viene da una bocca, attraversa un corpo, incontra un altro corpo. Per questo la resistenza poetica non può essere soltanto intellettuale: mette in gioco presenza, vulnerabilità, fatica, gioia, relazione, festa. Porta sulla propria pelle i segni della violenza, ma anche l’energia segreta dell’amore. La parola è il corpo che si mette di traverso e arresta la stupidità. È parola pubblica che progetta e che protesta.
10. MEMORIA La Piccola Scuola non dimentica i morti, gli assenti, gli eterni, quelli soppressi da abusi, guerre e violenze. Non è commemorazione: è memoria sovversiva. I morti camminano con i vivi in una forma di inedita compresenza. È la consegna di chi prima di noi ha creduto, lottato, sperato. Camminare con i morti non è andare all’indietro, ma immaginare il futuro. Non è solo ricordare, ma essere ricordati, non solo attendere, ma essere attesi.
Adista rende disponibile per tutti i suoi lettori l'articolo del sito che hai appena letto.
Adista è una piccola coop. di giornalisti che dal 1967 vive solo del sostegno di chi la legge e ne apprezza la libertà da ogni potere - ecclesiastico, politico o economico-finanziario - e l'autonomia informativa.
Un contributo, anche solo di un euro, può aiutare a mantenere viva questa originale e pressoché unica finestra di informazione, dialogo, democrazia, partecipazione.
Puoi pagare con paypal o carta di credito, in modo rapido e facilissimo. Basta cliccare qui!
