La teologia pubblica nello spazio secolare alla sessione ecumenica del Sae
CAMALDOLI (AR)-ADISTA. Con la tavola rotonda “Oltre la cristianità: teologia pubblica nello spazio secolare”, la sessione del Sae ha affrontato come si situano le chiese nel mondo complesso di oggi. Come riescono a posizionarsi, con quali parole, quali stili e quali atteggiamenti. Il primo intervento è stato affidato ad Alessandra Trotta, moderatora delle Tavola valdese, che ha messo in campo diversi quesiti di teologia pubblica, partendo dall’assunto che l’annuncio cristiano è un atto pubblico.
«I credenti cristiani sono come tali attori nel dibattito pubblico con altri soggetti? Lo devono essere? E la loro presenza nello spazio pubblico è o deve essere limitata ad alcuni ambiti o può e deve assumere come campo legittimo in cui può esplicarsi tutti gli ambiti in cui sono in gioco questioni di giustizia, pace, dignità, diritti, libertà, eguaglianza, salvaguardia del creato? E, guardando in una dimensione di reciprocità, in cosa vivere pienamente la dimensione di fede nello spazio secolare può beneficiare la riflessione teologica? Che fede in quale spazio secolare, dunque?».
La relatrice si è presentata come membro del protestantesimo storico riformato e metodista, che in Italia ha inteso esprimere un modo laico di vivere la fede, tale sin dall’avvio del movimento valdese 850 anni fa. Un modo laico che «rifiuta l’idea di un clero a cui attribuire poteri e prerogative speciali», che sperimenta la grazia di Dio e vive la missione di annuncio evangelico nei luoghi e nella quotidianità delle relazioni della vita comune. «Libero da mediazioni e dall’asservimento ad autorità umane assolute, incluse quelle religiose, appassionato di un impegno da cittadini e cittadine nella “polis”, che guarda all’essere umano nella sua integralità, provando a non cedere alla tentazione di fornire, in nome di Dio, un fondamento di legittimazione ad autorità e istituzioni civili di qualunque orientamento e più che mai a nazionalismi violenti ed escludenti, a suprematismi e discriminazioni di qualunque tipo».
Secondo Trotta, occorre «non farsi ricacciare nel privato, non vergognarsi dell’Evangelo. Nello spazio pubblico si deve stare il più possibile, con il meglio possibile di ciò che si è e si ha, quindi con tutta la passione per l’annuncio dell’evangelo di Gesù Cristo, senza timidezze e falsi pudori, come il più potente anticorpo a qualunque ideologia oppressiva», ma anche «con una grande onestà intellettuale, che fa assumere il peso di più di due millenni di storia di una cristianità anche molto tossica, da cui molte persone si sono allontanate perché ritenuta oppressiva, non liberante, terrorizzante, paralizzante».
Il massimo contributo che i cristiani e le cristiane possono fornire a un mondo in affanno è un’appassionata predicazione del puro Evangelo di Gesù Cristo, ha continuato, fornendone alcune possibili declinazioni teologiche. Un primo contributo è una fede incarnata, per la quale i contesti e i tempi non sono irrilevanti, che ha un passato ed è alimentata da una visione di futuro. Che sa, quindi, reagire alla spinta in atto da decenni alla deculturazione, che priva di radici, di memoria, di continuità e di orizzonti un’esistenza umana sempre più sradicata, frammentata, dissociata, alienata.
Un secondo contributo è di costruttori e curatrici di spazio pubblico, di maestri e maestre di laicità, che sappiano offrire, nutrire, tutelare come bene comune un vero spazio pubblico autenticamente plurale, a cui ognuna e ognuno ha diritto di accedere e che ciascuno, ciascuna ha il diritto di abitare essendo fino in fondo sé stesso.
Un terzo contributo è quello del capovolgimento di posizione e della cura integrale: mettere al centro i margini, gli esclusi, gli irrilevanti, i folli. Annunciare che la loro vita ha un prezzo che nessun mercato del mondo, nessuna ricerca di profitto può comprare, che la potenza rigeneratrice di Cristo e dello Spirito si manifesta in cura che coinvolge tutte le dimensioni dell’esistenza.
Come quarto contributo, una teologia ed etica comunitaria. Di fronte alla messa ai margini della parola “comunità”, la moderatora ritiene che «nel non potere rinunciare alla natura essenzialmente comunitaria della proposta di Cristo, al carattere essenzialmente sociale dell’Evangelo, che scommette sulla pacifica convivenza dei diversamente umani fra di loro e con il resto della creazione, abbiamo delle risorse importanti da offrire nello spazio pubblico».
Il quinto contributo è di risorsa di senso nella estroversione. Le chiese cristiane «sono oggi fra le poche formazioni sociali e comunità educanti che prendono sul serio il senso della vita di ogni singola persona, la salvezza da paure, vuoto, non senso, solitudine, nuove forme di schiavitù; e lo fanno in un quadro estroverso, in cui il senso non si ritrova in sé stessi, ma in una relazionalità verticale e orizzontale, in cui si possono sperimentare perdono, comunione, riconciliazione, speranza.
Nella tradizione patristica, ha esordito il padre ortodosso Vladimir Laiba, docente all’Istituto teologico Sant’Eufemia di Anzio, «la parola su Dio nasce in una comunità concreta che celebra e rende grazie nella comunione dei battezzati, attingendo alla medesima sorgente, e la Chiesa custodisce e traduce quel medesimo annuncio in prassi e vita rendendolo visibile. Perciò, quanto generato in tal modo è pubblico fin dal principio».
In un mondo che è oltre la cristianità, come mantenere viva la teologia davanti alle persone che vivono accanto a noi? Oggi il consumo, ha constatato il protopresbitero, «imita la nostra grammatica religiosa capovolgendola. Chi acquista proclama chi è, riceve una promessa di salvezza in un oggetto. La civiltà dell’informazione consuma ogni cosa nel medesimo istante in cui la produce. Tutto è orizzontale e piatto. Negli ipermercati delle periferie si misura la differenza tra il rito che salva e il rito che consuma».
Su un altro piano, nella Divina Liturgia, nell’offerta dei frutti della terra e del lavoro umano e nell’accoglienza del Corpo e del Sangue del Signore, la comunità riceve una nuova identità. «Attorno a quella mensa siamo commensali gli uni degli altri, l’altro non mi è indifferente, è parte della mia vita». Però, oggi, il messaggio cristiano ha smesso di parlare alla gente, che rimane comunque con una domanda di senso. Nel vuoto e nella sofferenza di questo tempo, la Chiesa, ha continuato Laiba, deve fare un esame di coscienza, cogliere l’impulso dello Spirito, protendersi verso il futuro pur rimanendo ancorata al passato, annunciare la sconfitta sulla morte. La fonte del suo annuncio è sempre la comunione che si compie nella Divina Liturgia, evento reale e creativo che fa diventare testimoni di un mondo altro, già presente nei segni, e fa discernere le tracce del Regno dentro la storia di ogni giorno.
La proposta che emerge da queste premesse, ha detto Laiba, è quella di una teologia del cammino condiviso. Il cammino di Emmaus (Lc 24,13-53), che è fatto di domanda, ascolto, annuncio e gesto, che suggerisce di farsi compagni di viaggio, accostare chi è smarrito, camminare insieme anche nella direzione sbagliata, condividendo il dubbio e il dolore. La teologia della compagnia è anche teologia della sofferenza. Questo metodo non è improvvisazione: ha radici trinitarie. La vita stessa di Dio è comunione, e da quella comunione nasce l’apertura al prossimo a qualunque prezzo. Il compito che ci attende, ha concluso, è da una parte custodire, mantenere viva la freschezza escatologica del raduno eucaristico, dall’altra diventare compagni dei nostri contemporanei. Questo comporta rinunciare a un’adunanza di individui religiosamente inclini, e a ogni compromesso con i poteri costituiti. Questa strada domanda molto, ma un pensiero così forgiato prepara comunità capaci di gioia vera, libere di raccontare al mondo la propria differenza e pronte a spendersi per la vita di tutti.
«La Chiesa cattolica non è più oggi in Italia il principale soggetto di elaborazione di ethos e cultura diffusa, è solo uno dei tanti soggetti, anche se ancora dotato di una rilevanza e influenza riconosciutele da molti - ha esordito la teologa Serena Noceti, docente presso la Facoltà teologica dell’Italia centrale e l’Istituto superiore di scienze religiose della Toscana -. Accanto al pluralismo culturale e religioso odierno vi è una pluralizzazione del senso, delle appartenenze e la ricerca di autenticità, la libertà di scelta e il riconoscimento della sfera dei diritti individuali. In questo contesto, la Chiesa cattolica vive una crisi di rilevanza, una afasia: la parola di annuncio evangelico, della visione del mondo, dell’umano, della storia di Dio stesso non incide, risulta irrilevante, in fondo percepita inutile o inutilizzabile, da tanti». È una chiesa, ha continuato la docente, che – erede di una secolare condizione di cristianità tradizionale - «non è abituata a rendere ragione delle sue scelte, non trova parole adeguate al vissuto delle donne e degli uomini di oggi, la cui narrazione e la cui sintassi risultano prive di spessore e di interesse per tanti e tante».
Tutto questo chiede di ripensare le modalità di annunciare e pensare la fede cristiana e la forma ecclesiale, di stare nelle realtà sociali, culturali, politiche, del discorso pubblico e del confronto tra istituzioni e organizzazioni. La modalità per farlo, Noceti la trova in un’espressione dell’ecclesiologo, filosofo e teologo della liberazione Ignacio Ellacuria, gesuita martire in El Salvador: farsi carico della realtà, caricarsi/patire nella realtà, incaricarsi della realtà. Che equivale, nell’interpretazione di Noceti, a scegliere la postura del pluralismo, a collocarsi nella realtà storica e ad adottare la performance del Noi ecclesiale.
Per la teologa, una forma ecclesiae autenticamente evangelica secondo il Regno di Dio, capace di accogliere fino in fondo le sfide che la teologia pubblica pone all’ecclesiologia, è articolata in quattro direttrici: 1) comunità ermeneutiche (accogliere e sviluppare modelli di interazione comunicativa pluridirezionale che coinvolgano attivamente tutti e tutte, nel processo progressivo di interpretazione e comprensione del vangelo e dell’umana esperienza; inculturare linguaggi, annuncio, liturgie); 2) approccio sapienziale (trovare Dio nascosto nelle pieghe e nelle contraddizioni delle storie, rendere ragione della speranza che è in noi, che ci fa chiesa, a livello sociale non tacere davanti alla riaffermazione di istanze identitarie, nazionalistiche, xenofobe); 3) chiesa madre dei liberi e istituzione nella libertà (libertà di scelta, in atto, annuncio del regno che è trasformazione di rapporti umani, sociali, nuova dinamica di relazioni e di comprensione del potere e dell’autorità, libertà di parola-parrhesia; 4) ripensare il concetto di Tradizione (tutti i soggetti ecclesiali - battezzati, teologi, ministri ordinati -, sulla base della fede apostolica che compartecipano, “ri-creano” continuamente per mezzo delle loro azioni e delle loro interazioni comunicative una realtà comune esperita come oggettivamente fattuale e come soggettivamente significativa.
Serena Noceti ha concluso il suo intervento sull’immagine rivisitata della Visitazione del Pontormo attraverso il video clip di Bill Viola, The Greeting, che ne fa apprezzare i singoli aspetti. «Questo è ciò che siamo chiamati a fare, dare corpo a una nuova visitazione, un nuovo incontro, un nuovo riconoscersi nella chiesa e con tutti coloro che non appartengono alla chiesa, ma che incontriamo – gesto antico ma radicalmente nuovo.
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