Il Regno di Dio: già e non ancora. La sessione ecumenica del Sae
CAMALDOLI (AR)-ADISTA. Le ultime due meditazioni della 62a sessione di formazione ecumenica del Sae, svoltasi al Monastero di Camaldoli dal 26 luglio al 1° agosto, sono state proposte dalla predicatrice valdese Erica Sfredda, presidente emerita del Sae, e dal teologo Ivan Nikolaev, della Sacra Arcidiocesi ortodossa d’Italia.
Erica Sfredda ha riflettuto sulle parabole inerenti al Regno di Dio (Mt 13,31-34). «Gesù non descrive il Regno di Dio come un luogo fantastico, ma come una realtà talmente vicina a noi da potercela raccontare utilizzando esperienze materiali e quotidiane. Il nostro contesto culturale e filosofico ci rende ancora più difficile parlarne. L’umanità, per lo meno quella occidentale, non può più non interrogarsi sul senso anche teologico che rappresentano realtà come i morti nel Mediterraneo, le guerre, i genocidi, l’utilizzo della schiavitù e della tortura, il disastro ambientale. Per non parlare della piccola e quotidiana sofferenza che ci circonda: le donne maltrattate, le malattie, la vecchiaia abbandonata, l’infanzia abusata. Come parlare di gioia, di speranza, di impegno per il Regno di Dio in un contesto come il nostro? Come far emergere il “già” e non concentrarsi solo sul “non ancora”?»
Nelle due parabole, nelle quali sono protagonisti un seme e una manciata di lievito, l’aspetto che colpisce, sottolinea Sfredda, è il contrasto tra le dimensioni dell’inizio e quelle della fine. In entrambe le situazioni avviene qualcosa di misterioso. «Ed ecco la prima straordinaria notizia: la nostra fede, spesso modesta e povera di slanci, può produrre effetti incredibili e inimmaginabili. Ma non illudiamoci: queste azioni apparentemente insignificanti richiedono di non aver paura di perdere il senso della propria importanza. Questa è anche la seconda buona notizia: non dobbiamo essere grandi, avere migliaia di seguaci per poter lavorare per il Regno di Dio. Al contrario, dobbiamo accogliere una logica totalmente diversa, prendere le distanze dalle dinamiche di potere, privilegio, egoismo, indifferenza. Dobbiamo accettare di rinunciare a noi stessi per diventare qualcosa di nuovo, un grande albero nel quale trova posto tutta l’umanità. Non, uno spazio dal quale giudicare gli altri e da difendere con gli eserciti, ma un luogo ampio e accogliente dove trovare protezione, gioia, pace e benedizione. Come l’albero non discrimina gli uccelli, né li separa, così nel Regno di Dio troveremo un’ospitalità piena, universale e generale».
Secondo la predicatrice, occorre vigilare per non perdere di vista il carattere escatologico di queste parabole: «Gesù non parla di una teocrazia, ma del Regno di Dio, che nasce nascosto ed invisibile ai più, fino a quando la sua potenza non si manifesterà appieno e darà agli uomini e alle donne un sicuro riparo. La storia delle chiese cristiane è invece stata trasversalmente segnata dal tentativo di avere visibilità e perfino potere, dalla volontà di imporre la propria fede e le proprie strutture». Solo accettando che il Regno è nelle mani di Dio, cristiane e cristiani potranno, con gioia e speranza, rimboccarsi le maniche per annunciarlo».
Conclude Sfredda: «Continuiamo, instancabili, a seminare e a lavorare la pasta con tutte le nostre forze e capacità, con tutto lo slancio che le nostre fedi ci donano, con tutta la gioia che il Signore distribuisce con generosità, fiduciose e fiduciosi che il risultato non è nelle nostre mani, e non dipende da noi, ma dal nostro Signore, più potente di ognuno di noi, più forte delle nostre confessioni, più grande delle nostre religioni, più amorevole di qualsiasi creatura sulla terra».
Ivan Nikolaev ha riflettuto sul libro dell’Apocalisse (Ap 21,21-25), che «invita ad assumere uno sguardo particolare e mai scontato. La visione del capitolo 21 appartiene al futuro escatologico che, nella prospettiva dell’autore dell’Apocalisse, non è semplicemente ciò che deve venire. Il Regno non è ancora pienamente manifestato, ma è già entrato nel mondo. La Gerusalemme celeste esercita già ora una forza di attrazione sulla storia, per questo non è soltanto la meta del cammino cristiano: è anche il criterio con cui leggere il presente».
La vera contrapposizione non è tra la Gerusalemme celeste e quella terrestre, ma fra Gerusalemme e Babilonia. Quest’ultima «rappresenta l'impero che pretende di assolutizzare il proprio potere, la città autoreferenziale che si costruisce dimenticando Dio e facendo di sé stessa il centro della storia. La Rivelazione di Giovanni ha contribuito a maturare la distinzione fra ciò che appartiene a Dio e ciò che appartiene a Cesare che costituisce la base del nostro impegno contro ogni idolatria politica».
Il cuore della visione di Giovanni, nella meditazione del teologo, è racchiuso nell’affermazione. «Non vidi alcun tempio in essa, perché il Signore Dio, l'Onnipotente, e l'Agnello sono il suo tempio» (Is, 21,22). «L’Antico Testamento già preannunciava questa visione. Non esiste più una distinzione fra spazio sacro e spazio profano. La gloria di Dio riempie ogni cosa e trasforma l'intera città in un unico santuario. È un'immagine che interpella profondamente anche le nostre comunità. Quanto spesso continuiamo a pensare il sacro come uno spazio limitato, quasi che Dio abitasse soltanto dentro alcuni luoghi o alcuni momenti della vita. L'Apocalisse ci ricorda invece il punto d'arrivo della storia della salvezza: Dio desidera abitare con gli uomini, non semplicemente essere occasionalmente visitato dagli uomini».
Il versetto successivo (Ap 21,23) si focalizza sulla luce che illumina la città, l’Agnello. «L’insistenza dell’Apocalisse sull’immagine dell’agnello è un modo per ricordarci che le ferite della Pasqua non appartengono soltanto al passato. Ancora una volta, l'incarnazione non viene cancellata nell'eternità. Il Figlio continua per sempre ad essere l'Agnello immolato e vivente. La gloria di Dio conserva per sempre il volto dell'amore che si dona».
Allargando lo sguardo, continua Nikolaev, si può vedere chi abita la Città e come tutta l'umanità viene attratta verso di essa (Ap 21,24). «Per tutto il libro dell'Apocalisse i re della terra sono stati associati ai poteri che si oppongono a Dio. Ora, invece, li ritroviamo trasformati. Non sono più protagonisti della propria gloria; vengono a deporla davanti alla gloria di Dio. Questo significa che nulla di autenticamente umano va perduto nel Regno di Dio. Le culture, i popoli, le lingue, la storia concreta dell'umanità non vengono cancellati. Sono purificati, liberati da tutto ciò che li rende idolatrici e autoreferenziali. Dio non salva l'uomo cancellandone la storia; salva la sua storia trasfigurandola. La grazia non distrugge la natura, la conduce al suo compimento. Persino la diversità delle nazioni non rappresenta più una minaccia. La Gerusalemme celeste non realizza l'unità eliminando le differenze. Possiamo dire che qui Giovanni descrive la piena riconciliazione tra unità e pluralità, un tema così travagliato per la nostra quotidianità ecclesiale, ma anche per l’intero movimento ecumenico».
L’ultimo versetto oggetto della meditazione (Ap 21,25) dice che le porte della Gerusalemme celeste rimangono costantemente aperte perché il male non possiede più alcun potere. La fiducia ha definitivamente sostituito la paura. «Forse è proprio questa l'immagine che può accompagnare anche la nostra riflessione sulla secolarizzazione. La città di Dio non vive nella paura del mondo. La sua identità non dipende dalla contrapposizione con qualcuno, ma dalla presenza dell'Agnello. La Chiesa assomiglia alla Gerusalemme celeste quando diventa abbastanza trasparente da lasciar passare la luce di Cristo. Non quando cerca di sostituirsi a Dio, ma quando permette agli uomini di incontrarlo. Non quando accumula potere, ma quando riflette la gloria dell'Agnello. Il futuro di Dio ci invita a imparare già oggi ad abitare la città degli uomini secondo la logica della Gerusalemme celeste: una città nella quale tutto diventa trasparenza e lode».
La secolarizzazione, letta alla luce di questa pagina, «è innanzitutto un’occasione di purificazione delle nostre immagini di Dio e della comunità cristiana, indispensabile per l’avvicinamento alla purità della Gerusalemme celeste. È una via che, se vissuta con lo spirito giusto, ci può permettere una liberazione dai nostri idoli. Fino al punto in cui la pienezza dell’unione reale con Dio non sostituisca i tanti schemi che ci creiamo – con la pienezza della presenza immediata.
Ha concluso Nikolaev: «Il mondo ha bisogno di un cristianesimo che non vive delle sicurezze offerte dal potere, dal prestigio o dall'influenza sociale, capace di custodire la propria identità senza trasformarla in una fortezza. Un cristianesimo sufficientemente trasparente da lasciare intravedere, attraverso la propria povertà e le proprie ferite, la luce dell'Agnello. Non attendiamo semplicemente un mondo migliore, ma il compimento della comunione tra Dio e l'umanità che inizia qui».
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