Sessione ecumenica Sae: abitare la secolarizzazione
CAMALDOLI (AR)-ADISTA. I lavori proseguono nella Foresteria del Monastero di Camaldoli dove si sta svolgendo la sessione del Sae “Chiese nella secolarizzazione: una prospettiva ecumenica. Tu sei veramente un Dio misterioso”. Le giornate trascorrono nello studio, nel confronto, in laboratori dove non manca anche la cura del corpo con danza e yoga, nell’ascolto della Parola e nel canto, nello sviluppo di una familiarità sempre più grande.
La tavola rotonda “Abitare la secolarizzazione”, articolata in tre declinazioni e presentata da Francesca Barbano, tra i membri del Comitato esecutivo del Sae, ha avuto come protagonisti Gianfranco Brunelli, politologo, esperto di temi religiosi e direttore della rivista Il Regno, Lucia Vantini, socia del Coordinamento teologhe italiane e delegata episcopale per la prossimità nella Diocesi di Verona, Davide Romano, pastore avventista, direttore della Facoltà avventista di teologia di Firenze.
Gianfranco Brunelli registra un cambiamento epocale che tocca la comunicazione come strumento concettuale radicale. Un cambiamento antropologico in una società nella quale la fede rischia l’irrilevanza culturale ed etica. «Quindici anni fa la rivista Time definiva come personaggio dell’anno la post verità. Il problema della comunicazione è radicale è sotto gli occhi di tutti. Le fake news sono la manifestazione principale della post verità». Il politologo ha individuato tre tipologie verticali che influenzano il nostro modo di agire: la prima è il fattoide, cioè «la creazione di fatti che non esistono, non eventi che diventano reali perché una volta che si manifestano hanno conseguenze, di solito negative. Un esempio politico: l’accelerazione nel 1989 della caduta del regime di Ceausescu fu un fattoide che portò allo sterminio del dittatore, oppure le armi chimiche di Saddam Hussein, o ancora, metà delle dichiarazioni di Trump sono fattoidi, ma per le loro conseguenze diventano reali».
La seconda tipologia nella comunicazione è la falsificazione, «quella totale e quella parziale che non è meno pericolosa, soprattutto quando assume dimensioni quantitative che modificano la natura dell’evento. Posso fare apparire cose che in realtà non sono e posso interpretarne la falsificazione. C’è un racconto e un commento nella falsificazione, si procede per allusione, per un intendimento sottile, questo ci minaccia, e minaccia anche le chiese e le istituzioni».
La terza tipologia è l’omissione: «io posso dare una notizia incompleta, o parziale, omettendo aspetti fondamentali attraverso un processo di selettività intenzionale. Si tratta di un elemento importante che attiene a tutto il fenomeno della post verità. Quello che metto in crisi è il rapporto tra realtà e verità. Muta il concetto della verità in riferimento al tema della realtà».
L’indebolimento del concetto di rapporto con la realtà, della verità come riferimento, ha spiegato Brunelli, «porta una crescente distinzione o indistinzione che ci chiama invece a un dovere di distinzione: cos’è la realtà e la sua rappresentazione, cos’è il vero e il verosimile, cos’è l’interpretazione e la manipolazione. Sono tutti confini su cui l’Intelligenza artificale può agire nelle mani di poteri forti di diversa natura».
Il giornalista ha sottolineato che l’atto di produrre notizie è un atto di costruzione della realtà su cui siamo impreparati. «Siamo sempre concentrati sulle sfide precedenti, perché quelli erano gli orizzonti su cui c’è stato un confronto profondo e anche una crescita delle chiese e del loro rapporto e anche al loro interno. Oggi, nella Chiesa cattolica l’unico che fa notizia è il papa, non fanno notizia le esperienze varie di comunità delle chiese locali e questo nega il nucleo fondamentale dell’ecclesiologia del Vaticano II. Con uno slogan, oggi abbiamo solus pontifex. Questo problema non è attribuibile tutto alla soggettività di Pietro, è un fenomeno collettivo. Il papa fa notizia, le chiese meno, a meno che non ci sia uno scandalo».
Il fenomeno di secolarizzazione è pervasivo, ha continuato il giornalista. «Noi siamo totalmente secolarizzati, perciò in positivo dico che sarebbe necessaria una teologia biblica della secolarizzazione. Le menzogne più diffuse hanno una portata oggi più superiore di ieri. Quand’anche fossi riuscito a smentire che quella notizia non è vera, quella notizia è ormai in circolazione come un virus. Anche la spettacolarizzazione dell’esistenza è una minaccia molto forte per le chiese e la fede cristiana. L’online diventa l’onlife. Questo introduce nel vissuto di tutti credenti e non credenti un ritorno formidabile del narcisismo. Se c’è qualcosa nella contemplazione della croce che nega il narcisismo è quello. Invece oggi siamo in una civiltà visiva dello spettacolo diversa da quella del Seicento che era dentro un processo di relazioni e intermediazione. Di fronte a un sistema che può manipolare continuamente l’informazione abbiamo anche un atteggiamento nostro di totale individualismo, nudo anche perché indifeso. Il problema è essere guardati dagli altri, non è guardare gli altri. Questo è il punto drammatico fondamentale. È la generazione del sé, questa è la sfida un individuo tecnologizzato che rimanda alla dimensione del visibile e marginalizza quella dell’invisibile. Noi siamo una fede dell’invisibile oltre che del visibile, del reale e del virtuale insieme».
Il narcisismo digitale oggi è diventata la nuova categoria interpretativa, modifica la psicologia, i comportamenti. La vita che abbiamo di fronte è “lo spettacolo deve andare avanti, questo è il comandamento”. Siamo di fronte al dio apparente in questa soggettivizzazione radicalizzata. Su questo si pone la grande sfida del cristianesimo conclude Brunelli. «Una sfida intellettuale, culturale ma anche relazionale: le donne, gli uomini, le persone hanno bisogno di sperimentare la dimensione affettiva, agapica, che è interna al nucleo fondamentale della nostra fede».
Sviluppando il titolo “Un sacro diverso per dire la vita”, Lucia Vantini ha recuperato un concetto di “sacro” che non è quello generalmente opposto a “profano”. Con la secolarizzazione, ha detto, il sacro non se ne è andato dal mondo, perché è matrice della vita. Citando l’esperienza di Mosè davanti al roveto ardente (Es 3,1-12), la teologa ha commentato: «il sacro è un grido che si sente solo a piedi nudi».
Di fronte a un re-incanto del mondo, nel bene e nel male, non si può che dedurre che «la secolarizzazione ha fatto perdere ma ha fatto anche guadagnare qualcosa. La trasformazione più importante è stata il venir meno di una cornice religiosa che amministrava il sacro. Oggi il sacro si può riconoscere nella vita stessa di cui è la matrice». Citando Simone Weil, la teologa ha detto che «in ogni essere umano c’è qualcosa cha attende il bene e non il male. È il sacro. Una forma di aspettativa del bene. Anche le vite dei non credenti possono vedere questa traccia intra-creaturale».
In secondo luogo, il mondo secolare «offre una pluralità, una capacità critica e chiavi di lettura attraverso le quali possiamo smascherare i giochi simbolici con cui abbiamo sacralizzato il potere». In questo nuovo contesto, mentre le chiese cristiane si stanno svuotando, secondo Vantini la domanda non è “come possiamo salvare l’essenziale” ma “cosa di buono è già iniziato e non lo vediamo?”. «Chiediamoci: “Sono iniziate cose nuove?”. Se è così è il momento di ri-immaginare. L’incontro con il Risorto chiede di imparare a sentire cosa si muove sul piano affettivo, ci chiede di riprendere le Scritture e di condividere gesti».
Un terzo aspetto di un “sacro diverso”, ha continuato la teologa, riguarda la solidarietà. «Il sacro interno alla vita si esprime con parole sussurrate e chiede di essere vissuto attraverso la pratica della solidarietà. La solidarietà è la forma della fede. Con il Vangelo si materializza una spiritualità solidale. Il sacro smette di essere una potenza anonima, è qualcosa che è accaduto a qualcuno, una storia sacra delle vite ferite, una storia che attende giustizia. La solidarietà è una determinazione cristologica originaria. Occorre una teologia dove sacro e santo diventano forme di giustizia».
L’intervento di Davide Romano, sul tema “Ecumenismo e secolarizzazione”, è iniziato con una “dichiarazione d’amore” per il Sae, definito «un’esperienza formativa e trasformativa dela quale non vorrei mai fare a meno».
La tesi del docente di dogmatica e storia del cristianesimo afferma che la secolarizzazione è una originalissima creazione del cristianesimo. Esso abita la secolarizzazione da sempre, nasce come religione secolarizzata da uomini di una fede ebraica che hanno creduto al Figlio di un Dio incarnato. Se Dio si incarna nasce il disincanto, Dio abita il tempo, è il primo a secolarizzarsi. I primi cristiani si riunivano nelle case, praticavano una religione domestica.
Anche Romano ha rilevato che la teoria della secolarizzazione ha trovato una smentita: l’idea che la religione scomparisse dalla società per l’avvento del progresso è un pregiudizio illuministico. Dio non ha cessato di essere Dio e il mondo non cessa di essere mondo, ma può essere guardato sotto una luce diversa.
Nel Vangelo di Giovanni Dio ha tanto amato il mondo da donare suo figlio, ma il mondo è anche oggetto di una critica, ha detto il docente. «C’è una tensione tra il mondo amato e ostile a Dio. Occorre riscoprire la dottrina della theologia crucis di ispirazione luterana e bonhoefferiana. Il Dio che ci fa vivere nel mondo senza l’ipotesi di lavoro “Dio” è il Dio davanti al quale permanentemente stiamo. Dio ci sta al fianco nell’impotenza».
La seconda parte della relazione ha messo a fuoco il situarsi dell’ecumenismo nella stagione odierna. «La relativizzazione del confessionalismo cristiano e l’ecumenismo rappresentano un tentativo di sinodalità tra chiese e cristiani che erano abituati a ignorarsi. L’ecumenismo è un fenomeno di corpi ecclesiali, che hanno bagagli pesanti, ma anche di singoli credenti, che sono agevolati da bagagli leggeri. Le Chiese che rifiutano l’ecumenismo lo vedono come un segno della secolarizzazione, è vero, ma non si tratta di un segno nefasto, bensì profetico».
In conclusione: «L’ecumenismo ha modificato il senso di una domanda che ieri nascondeva un pregiudizio: “Di quale chiesa sei?”. Oggi questa domanda rimane, ma è carica di attesa: in che modo puoi venire in soccorso alla mia solitudine? Credo che sia una domanda che conta perché a volte viviamo forme di solitudine nelle nostre chiese che sono spaventose. La chiesa ecumenica è la chiesa più idonea per il nostro tempo, ma non avrà mai la forma di una chiesa istituita e non dovrà nutrire sogni istituzionali al di là del necessario. Avrà il carattere di una chiesa evento, adunata dallo Spirito. Non solo la chiesa ecumenica non sradica le appartenenze confessionali, ma le potrebbe anche rivitalizzare e soccorrere perché nell’ascolto reciproco e nella reciproca confessione dei peccati e della fede nella grazia di Dio torniamo nelle nostre chiese con una nuova gioia da condividere, da mettere in circolo. Bisogna scrutare insieme l’orizzonte, non tracciare confini. La chiesa ecumenica aiuta a purificare la missione».
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