L'umanità sul crinale dell'autodistruzione: appello al papa per un Concilio Vaticano III
Cari Amici,
questa volta vi scriviamo per chiedervi un consiglio. Di fronte al corso sempre più distruttivo della storia che stiamo vivendo, e ricordando una suggestione sulla salvezza possibile venuta fino a noi dal Novecento, abbiamo pensato di scrivere una lettera al Papa, che come vediamo non teme di resistere ai potenti, per suggerirgli di convocare un Concilio Vaticano III, ai fini di esortare a un cambiamento l’umanità tutta intera e liberare la figura del Dio della pace dalle contraffazioni strumentali e mondane da cui soprattutto negli ultimi tempi essa è stata sfregiata, con grave danno per credenti e non credenti. Data la delicatezza dell’assunto chiediamo però il vostro parere sulla opportunità dell’iniziativa, e vi mandiamo in via riservata la possibile stesura della lettera anche per eventuali suggerimenti e correzioni, così come per prendere nota delle eventuali firme che vi si volessero aggiungere, senza che questo voglia dire fare sul Destinatario indebite pressioni.
Pertanto qui di seguito vi trasmettiamo la bozza di tale lettera:
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Caro papa Leone,
vogliamo dirti anzitutto la nostra ammirazione per l’umile coraggio con cui osi chiedere ai potenti del mondo di rovesciare le loro condotte per instaurare una pace disarmata e disarmante. Temiamo però che se Tu restassi solo a proclamare la necessità di questa conversione per la salvezza del mondo, saresti additato come un trasgressore e un pericoloso visionario, e forse anche ingiuriato con l’intenzione di travolgerti.
D’altra parte la situazione di pericolo a cui è giunta la storia che stiamo vivendo è a uno stadio così avanzato e incalzante che Tu nella presentazione della raccolta delle tue invocazioni alla pace giungi a porre una questione radicale: la specie umana, cioè tutti noi, dobbiamo, e meglio ancora, possiamo, “continuare ad abitare la Terra”? Questa domanda insorge quando, come Tu osservi, “la combinazione del dominio cibernetico con il riarmo globale induce a porre seriamente tale questione”, e quando “oggi ben 103 Stati sono coinvolti in qualche maniera in una guerra sulla Terra, e le armi rimbombano e uccidono” dall’Ucraina al Medio Oriente fino al Congo, “e in tante altre situazioni”: Noi condividiamo il tuo dolore, perché una viva sofferenza ci procura la distruzione anche di una sola casa nell’uno o nell’altro teatro di guerra.
A questa realtà si può aggiungere il pericolo che la fine violenta del mondo possa intervenire quasi per caso, contro la stessa volontà degli uomini, anche dei più potenti, perché, come è stato denunciato qualche settimana fa dalla Open Ai, una delle maggiori aziende americane che producono i modelli di Intelligenza Artificiale, due dei suoi sistemi informatici sono sfuggiti al controllo umano ed hanno deciso, sulla base di loro “ragionamenti” del tutto autonomi e inintelligibili ai loro creatori umani, delle azioni che in altre circostanze potrebbero essere tali da giungere alle conseguenze più nefaste; e in tal caso non ci sarebbe alcuno Stanislav Petrov, l’ufficiale sovietico da Te ricordato, che potrebbe impedirlo.
Né tranquillizza l’idea che in futuro l’Intelligenza Artificiale sarà domesticata così da diventare un puro strumento nelle mani dell’uomo, come è avvenuto fin qui rispetto alle varie innovazioni tecnologiche; questa candida rassicurazione non basta più quando sempre più si fa manifesto come la tecnica cessi di essere strumento per farsi signora; già nel 1966 il filosofo Martin Heidegger sosteneva che “la tecnica moderna nella sua strapotenza planetaria non è uno strumento e non ha più a che fare con strumenti: essa strappa e sradica l’uomo sempre più dalla terra” .
Così stando le cose, si pone una grande questione per noi: la nostra risposta non può essere di routine, mentre non si intravvede un’assunzione di responsabilità da parte di quegli artefici della politica odierna che credono solo alle armi e prendono posizioni stantie o solo interessate alla competizione per il potere, come si è visto anche in quest’ultima torrida e guerreggiante estate. Occorre al contrario mettere in campo risorse non ancora esperite o nascoste, occorre una reazione di straordinaria portata di cui sia protagonista l’umanità tutta intera, quella “magnifica humanitas” che hai celebrato nella tua ineguagliabile enciclica.
Avvertendo la gravità della crisi, alcune voci profetiche del Novecento, uscite dal mondo laico, a cominciare dallo stesso Heidegger, posero una domanda sconvolgente, in controtendenza rispetto al pensiero della modernità, soprattutto occidentale, la domanda cioè se, giunti a questo punto, “solo un Dio ci può salvare”. Decodificata, questa domanda suggeriva che l’umanità in “una rinnovata cooperazione, una rinnovata cooperazione con Dio”, secondo le parole di Claudio Napoleoni, potesse salvarsi e uscire dalla chiusura a cui la storia del mondo era pervenuta.
I credenti sanno, fin dal battesimo, che proprio questa è la strada della salvezza. Ma per il senso comune e la cultura del tempo questo è un pensiero alieno, perché si tratterebbe di richiamare Dio dall’esilio a cui l’età moderna, affidandosi alle sole risorse dell’uomo, lo ha relegato, confinandolo nel privato. Ma per preservare il mondo e perché la storia continui è proprio a questa domanda che l’uomo di oggi dovrebbe dare riscontro e così, nell’unità di credenti e non credenti, porre mano all’impresa del rovesciamento del corso letale della storia.
Questo comporta però che il Dio richiamato dal suo esilio sia un Dio credibile. Ma purtroppo sono in circolazione nel mondo di oggi immagini non lusinghiere di Dio, non solo per sovrapposizioni e superstizioni che nei secoli si sono andate accumulando su di Lui, ma anche per l’uso strumentale che viene fatto del suo nome per interessi del tutto mondani e per vere e proprie corruzioni di cui negli ultimi tempi è stata oggetto la sua figura divina. Tu stesso ne sei stato colpito quando alla tua affermazione che Dio ripudia tutte le guerre, e “non è mai dalla parte di coloro che impugnano la spada", il vicepresidente americano Vance ha replicato che Dio “era dalla parte degli americani che liberarono la Francia dai nazisti”, e ti ha invitato ad andare a lezione di teologia. Altrettanto aberrante è stata la scena della imposizione delle mani alla Casa Bianca per consacrare il nuovo messia, e grottesco il coro dei pretesi attuali antagonisti dell’Anticristo.
Ma dove la contraffazione dell’immagine di Dio è stata più dolorosa e tale da suscitare la ripulsa più motivata, è stato nel sovvertimento che soprattutto nelle vicende più recenti il nome e il mandato di Dio hanno subito ad opera dello Stato di Tel Aviv, col rischio di un travolgimento degli stessi valori universali della fede d’Israele e dell’intero popolo ebraico. La promessa della terra è stata interpretata come legittimante l’esclusione e perfino lo sterminio di ogni altro popolo, le operazioni militari anche più efferate sono state designate con nomi biblici, e l’operazione guidata dalla piattaforma di Palantir per il tracciamento e l’uccisione degli “obiettivi” da eliminare a Gaza, è stata chiamata “Gospel”, cioè Vangelo.
Per contro una straordinaria purificazione dell’immagine e della figura di Dio è stata operata nella Chiesa cattolica negli ultimi decenni, come nelle altre Chiese cristiane, e incoativamente anche nell’Islam. Non che nella Chiesa sia stata minimamente cambiata la nozione della fede nel Dio Padre del Figlio crocefisso, né la corrispondente teologia tramandata dai Concili, ma ne è stata via via affinata l’interpretazione e straordinariamente arricchito l’annuncio. Ciò è stato necessario anche perché nell’attuale rapidità e sommarietà in cui si realizza il fenomeno dell’informazione e della trasmissione del sapere, alcune tradizioni bibliche che giustamente vengono presentate come “parola di Dio”, se percepite in modo letterale e al di fuori di un’interpretazione o ermeneutica altrettanto ispirata (che era poi quella, secondo gli evangelisti, di Gesù), si prestano ad equivoci fino a risolversi in contromessaggi. Basta pensare a che cosa arrivi a un orecchio abituato all’informazione quotidiana quando sente lodare il Dio degli eserciti, data l’ignominia degli eserciti moderni, o sente il racconto dei popoli per comando divino votati allo sterminio, a cominciare da Gerico, o l’invocazione dei Salmi al Dio che punisce tutte le genti. Veramente qui echeggia la verità di un verso dolente del poeta e frate servita David Maria Turoldo quando con struggente affetto cantava: “Oh quale per Te tenerezza mi ispira il carico di errate preghiere onde si crede di renderti onore!”.
Perciò è stato così importante che in questi anni il Dio annunciato dalla Chiesa, nella fedeltà a tutta la Tradizione, sia stato un Dio esente da ogni ambiguità denigratoria, un Dio di cui, per significare la bontà, la lettera a Tito esalta l’ “humanitas” (un Dio umano!), di cui papa Francesco diceva che è solo misericordia e, con uno dei suoi neologismi spagnoli, che “primerea”, cioè arriva primo nell’amore, e di cui Benedetto XVI, già non più papa, scriveva che l’idea che per essere risarcito del peccato degli uomini avrebbe avuto bisogno del sacrificio del Figlio era “del tutto errata”, fino alla tua affermazione che Dio non ascolta le preghiere di chi fa la guerra e ha le mani che grondano sangue.
Anche nell’Islam abbiamo visto come si sia affinata la percezione di Dio, sia nel Documento di Abu Dhabi sulla Fratellanza Umana, firmato insieme a Papa Francesco dal Grande Imam di Al-Azhar, secondo il quale “le diversità di religione sono una sapiente volontà divina”, sia con l’affermazione dei sapienti musulmani, contro lo Stato islamico, secondo cui la nozione che il Profeta sia stato “inviato con la spada” è parte di un Hadith che è “specifico rispetto a un determinato tempo e luogo, tempo e luogo che si sono ormai esauriti”.
È dunque questo Dio della libertà e della misericordia che l’umanità intera può ritrovare, richiamandolo dal suo esilio, per riprendere lena e riappropriarsi del futuro.
A noi pare che questo possa fare oggetto di una grande e straordinaria iniziativa della Chiesa, e se possibile delle Chiese e di altre confessioni religiose, che tutte insieme si rivolgano all’umanità tutta intera perché si distolga dalla via sbagliata e intraprenda la strada della sua salvezza storica aperta sul futuro. In particolare, pensiamo che compito della Chiesa sia di “aggiornare” l’annunzio di questo Dio, e di farlo nel modo più solenne e a lei proprio che potrebbe essere la convocazione di un Concilio Vaticano III, portando così a compimento il ciclo cominciato col Concilio Vaticano II. Come Giovanni XXIII, contro “i profeti di sventura” ebbe il coraggio profetico di indire un Concilio per rinnovare la figura della Chiesa “nel mondo di questo tempo”, usando “la medicina della misericordia piuttosto che della severità”, così oggi la Chiesa potrebbe rispondere alle angosce di oggi offrendo l’immagine di un Dio sempre uguale a se stesso, ma compreso secondo le domande e le sfide del mondo di questo tempo; e come il Concilio Vaticano II si concluse con la “Gaudium et Spes”, così il Vaticano III potrebbe concludersi mostrando il volto del “Dominus Deus in mundo huius temporis”.
Ciò darebbe anche l’occasione di adempiere a un compito che può essere attuato solo collegialmente, di una nuova scelta delle letture bibliche proclamate nelle occasioni liturgiche per aiutare il popolo cristiano a una nuova corretta elaborazione della fede: impresa di carattere pastorale che valga a far meglio rilucere l’unità dei due Testamenti, contro ogni sospetto di indulgenze cosiddette “marcionite”. Così anche la Chiesa cattolica farebbe la sua parte nella restituzione al mondo della vera immagine di Dio mediante una disambiguazione di letture bibliche e preghiere che nelle liturgie quotidiane a fronte di una moltitudine di fedeli, se recepite in modo letterale o “fondamentalista”, possono prestarsi a fraintendimenti e offuscamenti dello splendore della fede.
Così rinnovato “il concetto di Dio” dopo le sfide letali di oggi, così come fu rrivisitato alla fine del III millennio “il concetto di Dio dopo Auschwitz”, una grande comunione di popoli potrebbe dare riscontro alla domanda se “solo un Dio ci può salvare”.
Naturalmente questa è una suggestione, se non un suggerimento di cui solo Tu, caro papa Leone, puoi giudicare l’opportunità e decidere che fare.
Con tutta la nostra solidarietà e il più sincero affetto
Firmato: xxxxxxxxxxxx
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Questa è l’ipotesi della lettera al Papa. Per esprimere il parere richiesto rispondere a questa mail.
Con viva cordialità,
per “Prima loro”, Raniero La Valle
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