Nessun articolo nel carrello

Per il verso giusto. Poesia a Gaza

Per il verso giusto. Poesia a Gaza

18/10/2023

Le nostre foto di famiglia: un sacco di brandelli, un mucchio

di cenere,

cinque sudari avvolti uno accanto all’altro di dimensioni

differenti.

Le foto di famiglia a Gaza non sono come tutte le altre.

Ma erano insieme, e insieme se ne sono andati.

Heba Abu Nada

Non si può parlare di “resistenza poetica” senza pensare a Gaza. Lì vi è una scuola non fatta dalle istituzioni, ma dalle persone. Lì non c’è separazione tra la parola poetica e il corpo del poeta, della poeta. In una condizione disperata, la parola della poesia sembra del tutto inutile e fuori luogo. E invece ci si accorge che non c’è nessun luogo in cui la poesia possa avere più necessaria residenza. Avevo ripreso la storia del poeta palestine Mohammed Al Zaqzouq che fu quasi costretto a bruciare i suoi libri per fare fuoco per il pane delle sue figlie (ma la poesia almeno da questo lo salverà). Ora però sono le parole di una poeta palestinese cresciuta a Gaza, a guidarci. Si chiama Heba Abu Nada, nata nel 1991. La resistenza a Gaza, come in tante altre parti del mondo, la fanno le donne. Sono parole che decostruiscono la retorica della guerra e arrivano al cuore del mondo. 

Tutto parte da uno sguardo. La foto di famiglia. Ognuno, ognuna evoca le proprie. Dopo un rito, una festa, ben in fila, perché nessuno impili l’altro; un sacco di brandelli, un mucchio di cenere. Il prima e il dopo. La totale contraddizione del pieno che diventa subito vuoto. Lo spegnimento della gioia, immediato, crudele.

«Cinque sudari», come le dita di una mano. «Avvolti uno accanto all’altro». Corpi morti orizzontali, gli stessi prima verticali, ognuno con una propria bellezza, ora coperti, avvolti da un lenzuolo. «Di dimensioni differenti». Questo fotogramma dice la potenza della poesia. In questa diversa misura ci sono le diverse biografie e le geometrie delle relazioni. La bambina ieri in braccio alla madre, fermata nella luce del fotogramma, oggi è chiusa dentro un lenzuolo, senza poter toccare le braccia che prima la alzano verso il mondo. Queste diverse misure sono il segno del crimine. Non c’è differenza, non c’è azione che distingua il bene dal male. Il fatto di essere quella foto di famiglia, palestinese a Gaza, basta per farne brandelli e cenere. Si discute sulla parola “genocidio” come se questa indiscriminata mattanza non ne fosse l’evidente prova. Non si misura in quantità, si misura nella profondità del male, nella lucida e onnipotente determinazione di eliminare l'altro perché fa parte di quella foto di famiglia. 

L'attraversamento della notte a cosa serve se non si porta poi memoria della notte? Se la notte più oscura della storia come la Shoah non serve a riconoscere ogni oscurità, ogni precipizio del male, ogni genocidio, come si potrà aprire gli occhi, come educare il cuore? 

«Le foto di famiglia a Gaza non sono come tutte le altre» perché sono state fatte brandelli e cenere. Le nostre sono ancora in piedi, verticali, con i vestiti colorati. Mentre le loro orizzontali, avvolte nel lenzuolo, a scolorire di allegria. Finché non vedremo nella nostra mano le cinque misure della vita, finché non vediamo in quella foto di felicità infranta anche la nostra, non ci muoverà nessuna compassione e indignazione, non crescerà il nostro tasso etico e politico. E l’ala della notte si estenderà su di noi. 

La nostra poeta Heba Abu Nada muore il 20 Ottobre 2023 a Khan Yunis, uccisa da un bombardamento israeliano. Muore solo due giorni dopo aver scritto la poesia che abbiamo letto (18/10/2023). Aveva scritto il 9 ottobre in un’altra poesia: «Non c’è tempo per grandi funerali e addii adeguati (…) ci accontenteremo di un bacio veloce sulla fronte e un addio rapido, aspettando la nuova morte…».

Non sappiamo se la nostra poeta ha avuto un bacio veloce. Ora la vediamo nel suo sudario accanto agli altri di famiglia, avvolta nella sua poesia. Togliere la voce alla poeta è il genocidio della parola. Dovremmo leggere ora le sue poesie tutti “insieme” come in una foto di famiglia e scandire forte le sue parole, in piedi, senza riserve. 

Aveva scritto l’8 ottobre: «La notte della città è buia, tranne che per il bagliore dei razzi, silenziosa tranne che per il suono dei bombardamenti, spaventosa tranne che per la serenità della preghiera (…). Buonanotte Gaza». 

Ora siamo tutti e tutte responsabili di quest’ultima “Buonanotte”. l

Adista rende disponibile per tutti i suoi lettori l'articolo del sito che hai appena letto.

Adista è una piccola coop. di giornalisti che dal 1967 vive solo del sostegno di chi la legge e ne apprezza la libertà da ogni potere - ecclesiastico, politico o economico-finanziario - e l'autonomia informativa.
Un contributo, anche solo di un euro, può aiutare a mantenere viva questa originale e pressoché unica finestra di informazione, dialogo, democrazia, partecipazione.
Puoi pagare con paypal o carta di credito, in modo rapido e facilissimo. Basta cliccare qui!

Condividi questo articolo:
  • Chi Siamo

    Adista è un settimanale di informazione indipendente su mondo cattolico e realtà religioso. Ogni settimana pubblica due fascicoli: uno di notizie ed un secondo di documentazione che si alterna ad uno di approfondimento e di riflessione. All'offerta cartacea è affiancato un servizio di informazione quotidiana con il sito Adista.it.

    leggi tutto...

  • Contattaci

  • Seguici

  • Sito conforme a WCAG 2.0 livello A

    Level A conformance,
			     W3C WAI Web Content Accessibility Guidelines 2.0

Sostieni la libertà di stampa, sostieni Adista!

In questo mondo segnato da crisi, guerre e ingiustizie, c’è sempre più bisogno di un’informazione libera, affidabile e indipendente. Soprattutto nel panorama mediatico italiano, per lo più compiacente con i poteri civili ed ecclesiastici, tanto che il nostro Paese è scivolato quest’anno al 46° posto (ultimo in Europa Occidentale) della classifica di Reporter Senza Frontiere sulla libertà di stampa.