Il dono della secolarizzazione. Inizia la sessione ecumenica del Sae
CAMALDOLI (AR)-ADISTA. Nella prima mattinata della sessione del Sae a Camaldoli, proseguendo sul tema della secolarizzazione e “oltre”, Luigi Berzano, professore emerito di Sociologia all’Università di Torino e parroco in provincia di Asti, ha rilevato i due limiti maggiori della teoria: la previsione di un’eclissi del sacro che non è avvenuta, e il non avere visto i suoi effetti positivi. «La pars construens della secolarizzazione è stata la liberazione dalle false religioni. Lo diceva Bonhoeffer che la secolarizzazione fa bene alle religioni». Soffermandosi sull’oltre, su cosa succede oggi a chi è appassionato di Gesù e vive all’interno delle società secolari, nella quarta secolarizzazione registrata dalla sociologia, quella degli stili di vita, lo studioso ha analizzato l’oltre in quattro contesti tipici: la diaspora, la disseminazione, la pluralizzazione spirituale e la ri-significazione dei simboli.
«Usiamo la categoria della diaspora, che ha significato territoriale, in senso esistenziale. I credenti entrano in un altro mondo di cui sono cittadini leali e rispettosi. La diaspora pone quattro sfide: la prima è rinunciare alla cristianità, al sogno di abbracciare l’intera società e accettare che si organizzi da sola, come se Dio non ci fosse, rispettando la laicità. La seconda è non drammatizzare i rischi e l’unità. Abbiamo guardato negativamente la pluralizzazione cristiana, mentre aver visto la dignità delle diverse spiritualità è importante. È il modo di temporalizzare il messaggio evangelico. La terza sfida è restare diversi, essere “fuori luogo”. Una condizione per essere fedeli al Vangelo. Un po’ di diaspora esistenziale nelle nostre comunità ci fa restare diversi. La quarta sfida è l’andare oltre. Agli ebrei e ai cristiani la diaspora ha garantito il radicamento mentale sulle Scritture, sui gesti rituali, sui simboli. Le chiese alla domenica sono vuote ma si riempiono per i riti di passaggio».
Il secondo contesto delineato da Berzano è la disseminazione, «che evoca le seminagioni, ma che non è dissoluzione. È la volontà di non imporsi ma di non lasciarsi decostruire, caratteristiche che indicano elementi riscontrabili anche nello stile di Gesù dei Vangeli. È lo stile dei cristiani descritti nella Lettera a Diogneto, organizzati in chiese domestiche che rappresentano “strutture di plausibilità”, che confermano l’identità sociale e lo stile di vita. Le distinzioni tra chiese qui vengono meno, tutti apparteniamo allo stesso sogno».
Il terzo contesto è la pluralizzazione spirituale, «spesso definita frettolosamente sincretismo o bricolage. Oggi molti avvertono l’esigenza di costruire un cammino interiore personale, capace di integrare conoscenza scientifica, esperienza umana, sensibilità etica e apertura al mistero. Molti non accettano un’autorità religiosa fondata esclusivamente sul dogma o sulla tradizione ma cercano un rapporto diretto con il divino. Le Chiese storiche rimangono però custodi della memoria cristiana, della tradizione biblica, della riflessione teologica, rinunciando alla pretesa di essere l’unica autorità religiosa assoluta». A loro è richiesto di essere più sagge, lungimiranti verso chi vuole vivere una vita buona, giusta, ricca e profonda anche se non attraverso la fede cristiana.
Il quarto contesto in cui viviamo, che tocca di più le Chiese, è la ri-significazione dei simboli. «Le nostre Chiese hanno abbondanza di simboli, però il significato di molti è venuto meno. A volte le chiese celebrano dei simboli poveri, che non hanno più significato o sono depotenziati. Tutto è simbolo e deve essere risignificato, questo chiedono la modernità e la scienza. Non è eresia. Occorre ri-significare sacramenti, celebrazione eucaristica. Se non c’è risonanza emotiva significhiamo un simbolo e non un significato. Spesso i giovani non vanno in parrocchia ma a Taizè perché trovano una risonanza emotiva. Ho conosciuto don Michele Do. In una situazione marginale ha risignificato tutto. Il suo Credo è una poesia».
Il sociologo ha terminato sottolineando gli effetti positivi della secolarizzazione riscontrati da Weber, tra cui una “inaudita solitudine interiore del singolo individuo”, solitudine che nel linguaggio odierno è la parola positiva impiegata per definire il mondo interiore: l’anima, la coscienza, la consapevolezza. Già Duns Scoto parlava di “ultima solitudo” come la persona nella sua massima dignità religiosa. La secolarizzazione, Berzano ne è convinto, «non ha svuotato la religione nella sua esperienza, storia e conoscenza, ma ne ha trasformato le relazioni con la diversità del mondo secolare nel quale viviamo, generando disponibilità spirituali».
Molto ricco è stato il dibattito successivo che ha permesso al relatore di rispondere alle tante domande e di ampliare il dialogo sulle dinamiche odierne, dalla liturgia, al trans-teismo, al tradizionalismo, all’intelligenza artificiale, alla formazione dei giovani.
Foto Laura Caffagnini
Adista rende disponibile per tutti i suoi lettori l'articolo del sito che hai appena letto.
Adista è una piccola coop. di giornalisti che dal 1967 vive solo del sostegno di chi la legge e ne apprezza la libertà da ogni potere - ecclesiastico, politico o economico-finanziario - e l'autonomia informativa.
Un contributo, anche solo di un euro, può aiutare a mantenere viva questa originale e pressoché unica finestra di informazione, dialogo, democrazia, partecipazione.
Puoi pagare con paypal o carta di credito, in modo rapido e facilissimo. Basta cliccare qui!
