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Sessione ecumenica Sae: la Chiesa che nasce

Sessione ecumenica Sae: la Chiesa che nasce

CAMALDOLI (AR)-ADISTA. Quali creatività pastorali per la Chiesa che nasce dal grembo della secolarizzazione? Sono stati invitati a rispondere questa domanda, che ha segnato il penultimo giorno della sessione di formazione ecumenica del Sae al Monastero di Camaldoli, la teologa battista Francesca Debora Nuzzolese, docente di teologia pratica alla Facoltà valdese di Teologia, e monsignor Vittorio Battocchio, vescovo di Vittorio Veneto, presidente dell’Associazione teologica italiana (Ati).

Francesca Debora Nuzzolese ha esordito affermando che l’esperienza in uno dei laboratori della sessione ha rafforzato in sé la convinzione che il confronto con la secolarizzazione «ci chiama a riappropriarci del nostro corpo ecclesiale, a riconoscerci, collaborare ed esprimere la nostra identità distintivamente cristiana, come parti essenziali di un Corpo, che non ha timore di andare e restare nelle crepe della vita, negli spazi che altri e altre cercano di evitare». Diverse voci, a Camaldoli, hanno riconosciuto che «la Chiesa si presenta, almeno nel contesto occidentale, come Corpo fragile, affaticato dalla storia, claudicante e forse anche per certi versi in stato terminale. Ma abbiamo anche evidenziato che possiamo essere un corpo straordinariamente resiliente, capace di guarire, di rigenerarsi e di generare ancora vita».

La teologia pratica, una disciplina che prende avvio dal vissuto umano vagliandolo attraverso l’analisi critica e la riflessione teologica, si chiede come e con quali strumenti favorire questa rigenerazione. Nella sua esperienza trentennale in luoghi pastorali e formativi, Nuzzolese si è resa conto che la società odierna non è solo secolarizzata, ma profondamente traumatizzata. «Guerre, migrazioni forzate, violenza domestica, abuso, polarizzazione politica, precarietà economica, solitudine, ansia e depressione costituiscono sempre più il tessuto ordinario dell'esperienza umana. La domanda è quale tipo di presenza la Chiesa saprà offrire, sapendo che anche noi, come ministri e come comunità, apparteniamo allo stesso mondo ferito, siamo segnati dalla stessa esposizione alla violenza, all'incertezza e alla frammentazione che caratterizzano il nostro tempo».

La fede offre risorse straordinarie per attraversarla, riconosce la teologa, ma se il trauma rimane inconsapevole, anche le comunità cristiane finiscono per reagire secondo le logiche della sopravvivenza anziché del Vangelo: «Ci irrigidiamo per proteggerci. Diventiamo sospettosi verso ciò che è nuovo, reattivi di fronte al conflitto, incapaci di ascoltare senza sentirci minacciati. Confondiamo la sicurezza con la fedeltà, la ripetizione con la tradizione, il mantenimento dell'ordine con la pace. Le nostre comunità incorporano le ferite che hanno attraversato, i conflitti mai elaborati, gli abusi non riconosciuti, ma anche le possibilità di guarigione. Il corpo non mente. Comunica molto prima delle nostre dichiarazioni teologiche».

Nuzzolese è convinta che la causa di tante fughe non sia la poca credibilità del Vangelo, piuttosto la distanza tra quel Vangelo e la qualità della presenza cristiana. «Se le persone cercano altrove luoghi di appartenenza, di cura e spiritualità, forse non stanno rifiutando Cristo; stanno cercando un luogo sufficientemente sicuro per poterlo incontrare. In questa prospettiva, credo che una delle vocazioni più urgenti della Chiesa oggi sia riscoprire una delle dimensioni più antiche della propria identità: essere uno spazio terapeutico recuperando il significato originario della therapeia: il luogo della cura, del servizio e della guarigione, nel quale il dolore può essere raccontato senza essere corretto o spiritualizzato, la vulnerabilità non diventa motivo di esclusione e la fiducia può lentamente rinascere. In altre parole, una comunità che rende possibile sperimentare la guarigione di Dio».

La teologa ha maturato questa convinzione in contesti diversi, «cercando di custodire un dialogo tra lavoro clinico e cura pastorale, ricerca accademica e attivismo con le comunità di base, religione e scienze umane, tra la preghiera e lo psicofarmaco. Nel lavoro con donne sopravvissute alla tratta di esseri umani, nell'accompagnamento di persone rifugiate private della propria casa, della propria storia e talvolta perfino della propria identità, e nei percorsi di riconciliazione in contesti segnati dalla violenza estrema, come quello tra tutsi e hutu in Rwanda, ho imparato le lezioni più profonde sul potere trasformativo della fede. È lì che il paradosso del Vangelo diventa sorprendentemente concreto. La tradizione cristiana, attraverso un linguaggio simbolico e narrativo, racconta un Dio che non salva evitando la fragilità, ma abitandola, che nasce, soffre e muore perché proprio attraverso quella estrema esposizione alla fragilità possa dischiudersi una possibilità nuova di vita. È la logica pasquale».

Nuzzolese ritiene che la Chiesa non possa proporsi come luogo di guarigione senza riconoscere, con verità e umiltà, le proprie ferite. «Le nostre comunità non sono state soltanto luoghi di consolazione, ma anche luoghi di esclusione, di abuso spirituale, di silenzi complici e di esercizio irresponsabile del potere. Per questo la prima vocazione terapeutica della Chiesa è rivolta verso sé stessa, verso le vittime che siedono ancora invisibili nelle nostre assemblee. Verso coloro che se ne sono andati. Verso i ministri e le ministre che hanno consumato la propria vita nella cura senza essere, a loro volta, accompagnati e custoditi. La guarigione ecclesiale richiede verità, riparazione, responsabilità reciproca, supervisione, formazione continua e una cultura della cura che attraversi l'intera vita comunitaria. Quali ministri e ministre stiamo formando, per quale Chiesa e per quale mondo?».

Se il ministero consiste nell'accompagnare persone e comunità dentro la complessità della vita, ha concluso, «la formazione non può limitarsi all'acquisizione di competenze disciplinari. Deve formare persone capaci di ascolto, discernimento, maturità emotiva e spirituale, consapevolezza dei propri limiti e delle dinamiche relazionali che attraversano ogni pratica di cura. Non possiamo continuare a preparare persone alla cura senza offrire strumenti sistematici per la cura di sé. Supervisione, pratiche riflessive, alfabetizzazione emotiva, consapevolezza del trauma e delle dinamiche di potere non costituiscono elementi accessori del curriculum, ma condizioni essenziali per un ministero sano e sostenibile. In definitiva, il futuro della Chiesa dipenderà sempre meno dall'efficienza delle sue strutture e sempre più dalla qualità della sua presenza nel mondo. Che presenza vogliamo essere? Che presenza siamo capaci di portare?  Dipende da noi».

In un’epoca in cui cittadine e cittadini europei si trovano a vivere nell’epoca del “post”, «anche la Chiesa cattolica vive una stagione segnata da qualche “post”: è post-conciliare, ovviamente, ma anche post-eurocentrica, se non proprio post-europea», ha esordito Riccardo Battocchio. «Qualcuno potrebbe sostenere, con qualche preoccupazione o con un sospiro di sollievo, che la Chiesa cattolica stia vivendo una fase post-francescana, con il passaggio da papa Francesco a papa Leone XIV, in particolare per quel che riguarda i temi della sinodalità, della riforma delle strutture, della riconfigurazione dei ministeri ecclesiali».

Per accennare a una situazione che definisce “paradossale”, il vescovo ricorre a un passaggio di Massimo Faggioli tratto dal suo ultimo libro Leone XIV e la Chiesa globale, in cui lo storico delle religioni mette in evidenza il fatto che, nonostante l’ecclesiologia conciliare e il cammino sinodale, la Chiesa cattolica sia sempre più “papale”. Scrive Faggioli: «Proprio negli anni in cui la Chiesa si impegna in una riforma sinodale, l’ondata populista sulle istituzioni in Occidente, come anche l’evoluzione dei sistemi politici in Russia, Cina, India, America latina e Africa in senso autoritario, esercitano sul cattolicesimo una pressione che tende ad esaltare il potere primaziale del papa a scapito dell’episcopato come anche del laicato: questo mette a rischio non solo la sinodalità ma anche la collegialità come punto di equilibrio trovato del Vaticano II».

In una situazione di tensione, foriera di motivi di preoccupazione, Battocchio pensa che «non è solo appellandoci all’ottimismo della volontà che possiamo continuare a guardare con fiducia all’impegno di tante comunità cattoliche e di tante persone che hanno partecipato attivamente ai cammini sinodali messi in moto al tempo di papa Francesco e rilanciati anche da papa Leone XIV. Ci sono comunità e persone che hanno vissuto i cammini sinodali come risposta realistica e generativa alla chiamata che Dio rivolge oggi al suo popolo». Occorre riconoscere e ribadire, ha continuato, che con i cammini sinodali «la Chiesa cattolica ha testimoniato una non scontata capacità di mettersi creativamente in ascolto di quello che “lo Spirito dice alle Chiese”. La creatività pastorale non si manifesta solo con iniziative estemporanee, che pure non mancano, ma con la messa in atto di percorsi di apprendistato che rendono possibili l’assunzione di uno stile, l’elaborazione di pratiche e la ricerca di istituzioni coerenti con questo stile».

Secondo il teologo, il Documento finale della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi Per una Chiesa sinodale. Comunione, partecipazione, missione e il Documento di sintesi del cammino sinodale delle Chiese in Italia, Lievito di pace e di speranza, «sono espressione, a livelli diversi, dell’apprendistato in corso e, allo stesso tempo, tracciano le linee per proseguire nella ricerca di pratiche ecclesiali in grado di corrispondere al dono accolto nella fede».

Nell’accennare ad alcune proposte pastorali “creative” – del Centro Studi Missione Emmaus, di Enzo Biemmi, dei percorsi dell’iniziazione cristiana e delle diocesi – Battocchio ha sottolineato: «C’è bisogno del coinvolgimento dei vescovi come evangelizzatori e non solo come amministratori, ma non è possibile pensare ai vescovi come soggetti isolati In questo senso, è fondamentale il lavoro dedicato alla promozione della pluriministerialità nelle parrocchie e nelle diocesi».

Alla base del lavoro ecclesiale ci dev’essere un requisito fondamentale: «Per essere quello che devono essere, tutte le nostre azioni pastorali vanno pensate, progettate e vissute come risposta a un dono che viene da Dio. Se non è così, le nostre fatiche rimangono sterili, inevitabilmente».

Guardando alla propria diocesi, ma anche alle altre, il vescovo ha posto la domanda: «Chi è il soggetto del quale prendersi cura in quanto è chiamato a porsi generativamente di fronte al mandato missionario?». Ha trovato una risposta ascoltando gli organismi di partecipazione: «Questo soggetto è la comunità cristiana, ossia l’insieme dei battezzati e delle battezzate che si riconoscono chiamati a perseverare in uno stesso luogo “nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere”. In concreto, vorremmo prenderci cura di quella comunità che chiamiamo “parrocchia”, definita sempre più non tanto dalla presenza fisica di un presbitero quanto dalla presenza in un territorio di una comunità di cristiani e di cristiane che possono radunarsi per celebrare l’Eucaristia, presieduta da un presbitero, nel giorno del Signore. Alle comunità cristiane che nel loro insieme costituiscono la Chiesa locale è chiesto di prendersi cura delle relazioni, come casa accogliente, e di percorrere con fiducia le strade che a questa casa portano e da questa casa partono».

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