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Il dolore di Bose

Il dolore di Bose

Tratto da: Adista Notizie n° 23 del 13/06/2020

Quando Enzo Bianchi volle che la sua fosse una comunità riconosciuta dall'istituzione e sottomessa alla regola dell'obbedienza pose le premesse per gli eventi così dolorosi di questi giorni. Cos’è davvero accaduto fra le mura del monastero? Un insanabile contrasto fra il vecchio e il nuovo priore? Un poco evangelico conflitto di potere? Un durissimo scontro fra correnti della curia vaticana? Non so quale sia la verità e non mi unisco al coro di chi gode nel veder precipitare nella polvere una figura come quella di Bianchi, fino a ieri celebrata come campione di una fede all'altezza dei tempi. Neppure mi interessa conoscere i retroscena dell'inquisitorio confronto fra i suoi membri e gli inviati del papa, i quali hanno intimato al priore di lasciare la casa che aveva costruito con le sue stesse mani.

Mi permetto invece di osservare sommessamente che ripercorrendo la lunga storia di Bose non mi pare di ricordare alcun episodio nel quale questa fraternità abbia mai espresso pubblicamente un’esplicita parola di solidarietà nei confronti di qualcuno dei tanti preti, teologi, credenti che l'istituzione cattolica ha nei decenni recenti colpito, punito, rimosso, escluso. Mai un dissenso esplicito nei confronti autorità vaticane in occasione tante intimazioni, condanne, esclusioni decise da Wojtyla e da Ratzinger ai danni di figure che avevano intrapreso strade nuove e coraggiose per rendere comprensibile il Vangelo di Gesù di Nazareth all'uomo d'oggi. Bose ha magari mugugnato ma sottovoce: calcolata prudenza, ossequio alle gerarchie per difendere il proprio spazio di sopravvivenza dimenticando che «chi vuol salvare la propria vita la perderà»? Ecco perchè oggi mi parrebbe incoerente manifestare solidarietà a Enzo e/o ai suoi avversari di Bose: perché, a differenza di loro, ho sempre considerato preziosa, evangelica e liberante la scoperta di Lorenzo Milani che «l'obbedienza non è più una virtù».

Certo, mi amareggia oggi il dolore della lacerante esperienza odierna di Bose, ma chi ha sostenuto il valore dell’obbedienza deve rassegnarsi a farsene carico. E che delusione vedere che proprio uno dei luoghi simbolo dell'ecumenismo (ecumene è, letteralmente, la "casa comune") si mostra in queste ore a tutto il mondo come la casa divisa, come la comunità frantumata e inconciliabile! È un giorno terribile questo per molti dentro e fuori la Chiesa cattolica. Il Vaticano, anzi proprio l'amato Francesco, ha intimato a Enzo di allontanarsi dalla casa di cui aveva posto i primi mattoni: come avrei invece desiderato che il papa intimasse a Bose di trovare un modo (pur difficilissimo e tormentato) di convivenza, permettendole di mostrare che dentro una comunità riunita nel nome di Gesù la fraternità deve e può essere possibile. Eccoci invece costretti a meditare sulla crudele immagine di Enzo Bianchi che con le valige in mano dà un ultimo sguardo alla valletta raccolta nel silenzio che per decenni ha accolto le inquietudini e la fame di pace di schiere innumerevoli di pellegrini. A incombere su questa scena che stringe il cuore non è forse il cupo fantasma della disciplina dell’Obbedienza, a cui da tempo moltissimi credenti non riconoscono alcun valore evangelico, vedendovi solo l’anacronistica perpetuazione di quei vincoli di sudditanza che furono sostanziali del sistema feudale e che l’organizzazione gerarchica della Chiesa rafforzò in epoca medievale. Ma anche gli obbedienti che restano a Bose forse non dovrebbero dimenticare che quando ti assoggetti alla regola dell’obbedienza ci sarà sempre, prima o poi, qualcuno più obbediente di te. Certo una comunità “ecumenica” che accetta (o chiede?) di farsi orfana del proprio padre fondatore suscita in tanti di noi incredulo sgomento. Ecumenismo è faticoso avvicinamento delle dottrine e delle liturgie religiose o “casa comune” della convivenza fraterna proprio quando le diversità, non solo di carattere, diventando più aspre?

Questa frattura dentro la comunità di Bose mi appare dunque davvero diabolica: il Diavolo non è forse, letteralmente, "il separatore"? Purtroppo, a me, a noi, non resta che il dovere del silenzio e la triste constatazione, se così posso dire, che chi di obbedienza ferisce di obbedienza può anche perire...

Gilberto Squizzato è giornalista, saggista, teologo freelance

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